Anatomia dell’evitamento: Smettila di “evitare” ed inizia ad abbracciare la vita!

In questi anni abbiamo parlato tantissime volte di evitamento, un termine che in realtà ha molti sinonimi ed ormai è diventato quasi un “gergo specialistico”. E’ molto facile capire come funziona: noi esseri viventi fuggiamo il dolore e ricerchiamo il piacere.

Per questo motivo tendiamo a scappare dalle cose che producono dolore ed avvicinarci a quelle che ci procurano piacere. Questa è la versione base ma la verità è che le cose sono decisamente più complesse, fino a che punto evitare produce danni? Li produce sempre? Rispondiamo a queste domande…

Ascolta “407- EVITAMENTO: quando è bene evitare e quando invece ci fa male?” su Spreaker.

La biologia

Quando studiavo ricordo che un professore era arrivato a dirci che anche le cellule più piccole seguono, per parafrasare: “il principio di piacere” alla Freud. Se infatti prendiamo una cellula, la mettiamo in vitro e da un lato mettiamo un nutriente e dall’altro un veleno, lei cercherà di raggiungere il primo evitando il secondo.

Questa spiegazione antropomorfica mostra un principio evolutivo, ma mentre “la cellula” è consapevole di ciò che la danneggia e di ciò che invece le consente di crescere, noi non siamo altrettanto bravi a farlo. I motivi sono molti ma il principale è legato al fatto che la nostra vita è un po’ più complessa della scelta tra nutrienti e veleni.

Senza contare che molti veleni sono molto buoni (ti basta pensare ai cibi “golosi” e non solo alcol ecc.). Una delle cose che il mio prof. non ci aveva specificato è una propietà di tutti gli esseri viventi, l’ormesi. Il fatto che quando sottoposti ai giusti livelli di stress piuttosto che danneggiarci diventiamo più forti.

Ne sono prova i nostri muscoli, se non fai nulla restano uguali e anzi se non li usi si rattrappiscono completamente. Se li metti sotto sforzo in modo regolare, con la giusta intensità e volume di allenamento, questi crescono e diventano via via più forti e più grandi (la famosa ipertrofia muscolare).

Lo stesso vale per il nostro organismo, tutti sappiamo che per immunizzarci da un veleno è bene assumerne una piccola quantità sino a diventarne “immuni”. Principio che conosciamo da millenni ma che solo negli ultimi secoli è diventato alla base della produzione di vaccini, sì hai capito bene il tanto temuto vaccino si basa su un principio simile.

(Nota: non è la stessa cosa del veleno, il vaccino sfrutta la memoria del nostro sistema immunitario)

Ciò che non ti ammazza ti fortifica?

Quindi come diceva Nieztche ciò che non ci uccide ci fortifica? Dipende dalla misura (la quantità) dal tipo (la qualità) e anche dalla intensità e preparazione. E’ la famosa distinzione tra eustress, lo stress buono che ci allena a rispondere alle minacce dell’ambiente e il distress, lo stress cattivo che invece ci danneggia.

La verità è che eustress e distress non dipendono tanto dal tipo di stressor ma dalla quantità e dalla intensità. In altre parole, se vuoi rimetterti in forma e decidi di uscire e correre 20 chilometri (senza preparazione) questo con tutta probabilità avrà parecchi effetti negativi.

Al contrario, se corri gradualmente sempre più chilometri, magari seguito da un preparatore diverrai via via sempre più forte e resistente, proprio come la storia del veleno. Anche la prima corsa di 20 chilometri potrebbe renderti più forte ma solo se hai un corpo in grado di riprendersi in tempo e tornare poi a correre.

Se al contrario il tuo corpo è troppo “rotto” per poter tornare a correre, se tali dolori ti fanno passare la voglia di tornare in pista, mi sembra evidente il risultato: invece che diventare più forte inizi a diventare sempre più debole perché tenderai a voler evitare quello stressor che ti ha devastato.

Potremmo dire che “in media stat virtus”? Si e no, perché per alcune persone una certa quantità di stress potrebbe essere eustress e per altre distress, in base alla loro preparazione di partenza. Questo modo di vedere ciò che evitiamo come soggettivo ci porta direttamente al prossimo tema tanto caro alla crescita personale.


La zona di comfort

Oggi tutti sanno di cosa si tratta ma posso assicurarti che una ventina di anni fa erano in pochi ad usare questo termine. In pratica noi siamo animali abitudinari e tendiamo a restare nel “conosciuto e nel comodo”, per evitare di consumare troppe energie. Non è solo il nostro cervello ad essere “genovese” ma tutto il nostro organismo!

L’aspetto centrale di questo concetto non sta tanto nel fatto che dovremmo affrontare tutto, come ci viene spesso raccontato dai vari esperti di crescita personale. Ma che se non affrontiamo qualcosa perché siamo “troppo comodi” questo prima o poi si rivolterà contro di noi.

Certo, avere la mentalità di chi sa che potrebbe uscire da un momento all’altro da questa zona è importante, ne abbiamo parlato tantissime volte. In particolare ciò che abbiamo visto è che ampliare questa zona non sarà quasi mai abbastanza e che non si tratta di un salto nel vuoto, vediamo perché.

Per prima cosa per quanto tu possa allargare questa zona, affrontando le peggio cose, non potrai mai espanderla sino a diventare invincibile. Lo so che è si tratta di una banalità ma la gente è quasi convinta che si possa espandere a dismisura, ma le cose non stanno così, anche perché questo desiderio nasconde proprio ciò che vogliamo evitare.

Seguimi perché questa forse non l’hai mai sentita: voler espandere la zona di comfort significa immaginare di poter restare in comfort in qualsiasi situazione, l’esatto opposto del motivo per cui è nato questo concetto. Lo so è un po’ paradossale ma ormai dovresti essere abituato al fatto che la nostra psicologia è spesso paradossale (così come la realtà che ci circonda).

Essere così coraggioso da non aver più bisogno di coraggio

L’espansione della nostra zona di comfort, cosa sacro santa per la nostra crescita personale non dovrebbe trasformarsi in una fantasia di poter essere “sempre tranquilli”. Espando così tanto la mia forza interiore che poi non avrò più alcun timore, ecco questo non è esattamente il motivo per cui sono nati questi concetti, anzi è proprio il contrario!

Così come chi studia e si prepara per un esame importante non potrà mai essere sicuro al 100%, anche se conoscesse ogni singola riga dei libri da studiare, perché ci sarà sempre una certa imprevedibilità. Allo stesso modo pensare di poter essere sempre coraggiosi senza provare timore è una pia illusione, anzi NON è coraggio.

Come abbiamo visto un sacco di volte il coraggio non è la capacità di fare le cose senza provare timore ma è la capacità di affrontare le cose NONOSTANTE il timore. Chi si lancia in imprese estreme senza timore non è una persona coraggiosa ma è una persona incosciente, poco consapevole degli eventuali pericoli ecc.

Tornando al nostro maratoneta, chiunque corra a lungo sa che per quanto sarà preparato, correre una intera maratona porterà sempre dei dolorini (o doloroni). Credere di potersi preparare per correre così a lungo senza la minima conseguenza non è solo utopico ma è anche molto pericoloso, perché?

Perché se non sei consapevole dei tuoi limiti umani, di quando è bene fermarsi, di quanto sia necessario allenarti ogni giorno, rischierai di farti davvero male. Chi si allena seriamente non è un incosciente che pensa di essere fatto di acciaio (a parte gli iron man, brutta battuta) ma è una persona che sfida quotidianamente i propri limiti conoscendeoli.

Evitamento interiore o esperienziale

Il peggiore evitamento nel nostro campo non è quello da eventi fisici (anche questo ma meno) ma quello da eventi mentali. E’ quello che ci porta a voler pensare a certe cose in modo controllato, a non avere fantasie negative mentre facciamo qualcosa, quello che ci porta a credere che la migliore prestazione mentale sia controllare i propri contenuti mentali.

ll meccanismo però non è completamente diverso da quello legato agli evitamenti fisici: il denominatore comune è ancora una volta la sofferenza. Per evitare di soffrire si cerca di mantenere una “zona di comfort mentale” ma l’assunto di partenza è particolarmente sbagliato.

L’idea è che se una persona ha “troppe emozioni negative”, scatenate non tanto da eventi esterni ma da pensieri, paranoie ed elucubrazioni particolari, rischierà di danneggiarsi e nel peggiore dei casi impazzire. Ma mentre è molto facile immaginare e conoscere cosa possa nuocerci a livello fisico la stessa cosa non vale per i nostri pensieri.

Tutti sappiamo che lanciandoci dal 3 piano di una casa si hanno ben poche speranze di non farsi nulla, a meno che sotto non ci sia qualcosa di molto morbido e la persona non sia uno stuntman. Una cosa è certa, un evento fisicamente rilevante può incidere anche sulla mente: come nei traumi da guerra purtroppo noti da tempo.

Come abbiamo visto in questo episodio (che ti invito assolutamente ad ascoltare) l’idea che alcuni pensieri possano farci del male non è nuova e risale all’antichità, quando il “pensiero” veniva scambiato per una sorta di entità demoniaca. Ovviamente non tutti i pensieri ma quelli brutti, negativi e contro la morale del periodo, sì!

Come vedi la faccenda è molto complessa, per questo gli ho dedicato un sacco di puntate che come sempre ti allegherò nel nostro QDE dove continueremo questa importante… chiacchierata!

A presto
Genna

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