Intelligenza e QI: esiste davvero il “fattore G”? Ha senso il test dell’intelligenza oggi?

E’ davvero possibile aumentare l’intelligenza? Secondo le ricerche la risposta non è molto chiara, ci troviamo di fronte ad uno dei paradossi della psicologia, uno di quelli che se approfonditi possono farci diventare immediatamente più intelligenti.

Lo so sembra assurdo ma, il test del quoziente intellettivo (QI) è uno dei più validi mai creati dagli psicologi. Ha valori di predittività elevatissimi, nonostante ciò la domanda da porsi è: “E’ davvero utile conoscere questo tipo di intelligenza? Meglio altri tipi?”… buon ascolto:

Ascolta “399- Intelligenza: Esiste davvero il “Fattore G”? Tu quanto sei davvero “intelligente”?” su Spreaker.

L’elefante nella stanza

Il vero elefante nella stanza quando si parla di quoziente intellettivo e di intelligenza è capire di cosa stiamo parlando. Cosa significa davvero essere intelligenti? I miei colleghi e non solo, si sono prodigati nel tentativo di definirla, alcuni pensano che la sua definizione accademica sia corretta ma molti altri non ne sono affatto convinti.

Possiamo dire che intelligente è una persona che sa “leggere la situazione”, cioè che riesce correttamente ad interpretare i dati di realtà presenti (e non, quelli presupposti) ed elaborarli in modo efficace per risolvere problemi ed agire efficacemente in diversi contesti.

Ora è chiaro a tutti che “diversi contesti” significa un sacco di cose: ci sono persone eccezionali nello studio che però non sono quasi in grado di ordinare una birra al bancone di un bar. Oppure che capiscono la meccanica quantistica ma non riescono a capire come pagare le tasse ecc.

Insomma come ci ha detto Gardner sembra che ci siano “tante intelligenze” e neanche la sua teoria in realtà sembra ricoprire tutti i casi possibili di “lettura della realtà”. Così come anche la famosa “intelligenza emotiva” non spiega del tutto, come faccia il nostro amico a non saper ordinare una birra.

Da qualche anno la validità del test del QI viene sbandierata da uno degli intellettuali più noti e riconosciuti: Jordan Peterson. Uno dei suoi video che ne parla ha ormai più milioni di visualizzazioni e like, tuttavia quelle ricerche a cui fa riferimento sono state ridiscusse nel 2015… a questo link trovi la relazione tra intelligenza e prestazioni sul lavoro, riprendendo le analisi citate da Peterson.

Per tanto le mie sono solo ipotesi che si fondano sul fatto di aver cercato di rispondere a questa domanda per anni… e onestamente non essere ancora riuscito a trarne una adeguata risposta. Ti invito per tanto a vedere ciò che ho detto e ciò che stai per leggere come una serie di ipotesi e non come “verità”… cosa che dovresti fare tra l’altro con ogni nostra puntata e con ogni cosa con cui entri in contatto.

La velocità del processore

Il test del QI è in grado di capire, “a grandi linee e su domini specifici”, la velocità di processazione delle informazioni che riceviamo e decidiamo di elaborare in modo intenzionale. Quindi non ci dice quanto va davvero veloce il nostro cervello ma quanto siamo bravi con quel tipo di informazioni in quel contesto di valutazione.

Secondo numerosi studi è molto efficace nel farlo. In altre parole, riesce a stabilire un certo punteggio che resta stabile nel tempo. Come hanno fatto i miei colleghi ad ottenere un risultato simile? Hanno cercato di eliminare, per quanto possibile, la variabile culturale.

Perché? Perché se una persona è maggiormente acculturata può sembrare più intelligente, invece, per usare la analogia della puntata si tratta solo di un processore con software migliori. Lo scopo tuttavia non è quello di creare delle gerarchie di esseri umani ma è quello di valutare eventuali deficit di funzionamento.

Lo scopo non è fare una classifica del “più intelligente” ma è quello di verificare se un bambino sta crescendo “bene” o se un adulto ad un certo punto, per varie ed eventuali, non abbia per così dire “perso colpi”. Tuttavia nel passato c’è stato un tentativo di classificazione della popolazione, ma con scarso successo.

Gerarchie sociali

Ancora oggi in alcuni posti di lavoro viene svolto il test del QI tuttavia le aziende che lo fanno sono indietro di decenni sui moderni processi di selezione che non guardano più la velocità del processore ma come una persona è in grado di utilizzarlo. Il che va di pari passo, ovviamente, con i software, cioè con l’apprendimento e l’esperienza del passato.

La verità è che le gerarchie sociali possiamo crearle secondo un qualsiasi criterio, non mi credi? Pensa ad una qualsiasi abilità umana, non so “cucinare”. Se creassimo un test standardizzato per valutare le abilità culinarie di un campione di 1000 persone otterremo necessariamente quella che viene chiamata “distribuzione normale”.

In statistica quando ci sono dati probabilistici, cioè cose estratte semplicemente a caso, ciò che accade è che si crei un grafico a campana, dove dal lato sinistro (quello negativo) avremo pochi casi pessimi, al centro avremo i casi nella media (sopra o sotto la media) e nel lato destro i migliori.

Questo capita se raccogli i dati del lancio di una moneta, dei dadi, delle vincite in un qualsiasi sport e con l’intelligenza. Sono tutti eventi probabilistici estratti a caso, si ottiene sempre una sorta di gerarchia dal più bravo a quello meno bravo e la cosa pazzesca è che ne abbiamo prova ogni giorno senza pensarci.

Ogni giorno abbiamo a che fare con “professionisti” molto bravi e veri e propri cani. Che si tratti di medici, psicologi, sarti, idraulici, operai, consulenti, ecc. In ogni ambito troveremo persone pessime, mediocri ed eccellenti. Ora cosa decide dove mettere queste persone? Le loro abilità di base o la loro predisposizione?

Natura e cultura

E’ chiaro che qui il dibattito è molto antico, quello che vede in contrapposizione la natura con la cultura. Le persone nascono brave o lo diventano? Se prendessimo un qualsiasi mestiere sarebbe evidente che la cosa dipenderebbe dalla loro esperienza, ma non solo, anche da una certa predisposizione.

Non esistono dati precisi, ma gli studi sui gemelli omozigoti (con lo stesso identico DNA) separati alla nascita ci da qualche indizio. A quanto pare alcuni tratti restano simili, come il temperamento, il modo di sorridere, la coordinazione ecc. Ma nessuno di questi tratti determina il percorso di vita.

Infatti ci sono stati casi eclatanti di gemelli molto simili, nati in condizioni simili ma con destini completamente diversi, tipo: uno fa il calzolaio e l’altro ha fondato la Apple. Ok sto esagerando ma i dati sembrano dirci che l’ambiente ha un enorme impatto sullo sviluppo, sulle risorse acquisite e sul successo personale.

Non solo, come sappiamo l’ambiente non ha solo un impatto sociale e psicologico ma anche biologico. Nascere e crescere in ambiente ricco di stimoli scolpisce il cervello in modo completamente diverso di un ambiente povero di tali stimolazioni.

Insomma non abbiamo ancora una risposta ma per ora sembra che tutto ciò che possiamo fare è migliorare il nostro ambiente da ogni punto di vista. Certo possiamo invitare le madri a mangiare meglio, fare una vita sana durante la gestazione ecc. ma se ci pensi anche questo è ambientale, insomma rispondere non è facile.

Continueremo questo dibattito e queste riflessioni nel nostro QDE… c’è un sacco di roba di cui discutere.

A presto
Genna

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