Elogio allo STUDIO: come e perché oggi dobbiamo rivalutare questa faccenda…

Se ti dico “studiare” cosa ti viene in mente? Che tipo di immagine e di persona vedi nella tua fantasia? Molto probabilmente vedrai una persona china sui libri o sui quaderni, se sei giovane magari con un device elettronico e probabilmente la vedrai… tristemente sola e annoiata.

La verità è che lo studio è una delle cose più belle che possiamo fare e anzi che facciamo inevitabilmente lungo tutto l’arco della nostra esistenza. Oggi faremo un elogio allo studio e al perché dovremmo riabilitare questo termine e associarvi immagini diverse… buon ascolto:

Ascolta “398- Elogio allo STUDIO: perché studiare è una costante della vita? Alcuni consigli per…” su Spreaker.

La fallacia del talento

Uno degli episodi di questo podcast, che cito maggiormente è il 219, dedicato alla “fallacia del talento”. Una questione molto seria che porta la gente a valutare maggiormente gli aspetti magici ed innati rispetto a quelli ambientali, lascia che mi spieghi meglio:

Se ti faccio ascoltare un brano musicale e ti dico che quel pezzo è stato composto da un bambino geniale di 4 anni gli attribuirai un certo valore. Mentre se ti dicessi che quello stesso brano è stato composto da un esperto di musica di 50 anni la tua valutazione cambia totalmente.

Questo non è un esperimento mentale è un vero esperimento che ha dimostrato quanto tendiamo ad essere affascinati dalla “magia e dal prodigio”, quando in realtà spero sarai d’accordo con me: se un brano è bello non mi frega se è stato composto da un genio in fasce o da un esperto musicista.

Ma questa faccenda ha un risvolto ancora più tetro: dato che amiamo “la magia innata” tendiamo a disprezzare chi si fa il “mazzo” per raggiungere i propri traguardi. Sì, quando ormai tali mete sono assodate apprezziamo anche lo sbattimento, un esempio meraviglioso sono le foto di Jaff Basos negli anni 90′.

Ma fino a quando quella persona non diventa davvero nota, tra un genio “innato” ed uno che si è sbattuto apprezziamo molto di più il primo e questo ha delle profonde conseguenze sulla nostra società. Conoscendo questo fenomeno psicologico, un vero e proprio bias, dovremmo vaccinare le nuove generazioni.

Batman e Superman

Tra questi due super eroi ho sempre apprezzato di più il primo, perché? Perché mentre superman è un alieno con poteri straordinari, Batman è un essere umano che fa ciò che fa grazie al suo training, al suo allenamento. Ok, anche Batman ha la fortuna di essere nato super mega miliardario e anche questo di certo fa la differenza.

Lo stesso ti racconto da anni sulla saga di “Ken il guerriero” (scusatemi puristi del manga), il quale più volte affronta dei nemici che dicono esplicitamente: “tu sei nato sotto il segno dell’orsa maggiore, io ho dovuto sudare per ottenere le mie abilità”. Ebbene, in quei casi ho sempre tenuto per chi si è fatto il culo.

Sarà perché forse sono nato in una famiglia non agiata, con un nome che rappresentava la mia minoranza di appartenenza (napoletano in Liguria) o perché non sono mai stato scelto per giocare a calcio da bambino (sono sempre stato una schiappa) ma da quando ho capito il valore dell’impegno ho iniziato ad amarlo profondamente.

Nonostante ciò, anche io sono affascinato da Superman, da chi è nato “con la camicia” e per qualche motivo sembra avere proprio l’aria di chi lo è. Anche a me piace ascoltare un musicista dotato, guardare gli interventi terapeutici di quel genio di Milton Erickson e immaginare che vi siano persone straordinarie lì fuori, non sono immune a questo bias.

Tuttavia mi rendo conto di quanto questa cosa possa fare male a tutti i livelli della società, non solo nelle scuole, il primo, vero e proprio campo di battaglia da questo punto di vista. Ma accade anche nel mondo del lavoro, anche nelle palestre anche… inserisci il contesto che ti viene in mente.

Il ragazzo non si impegna

Attenzione, non sto dicendo di esaltare solo l’impegno senza risultati ma che il modo con il quale ci hanno mostrato l’impegno è, per usare le parole di Carol Dweck un “mindset fisso”. In altre parole se gli insegnati sono vittime di questo bias tenderanno ad esaltare i ragazzi che sembrano naturalmente più portati e ciò scoraggerà chi invece ha solo bisogno di impegnarsi.

Ora con questa lunga disamina del bias non si intende che non esista chi nasce “con una genetica più fortunata” questo è assolutamente vero in ogni ambito, ma si intende invece proteggere chi potrebbe fare grandi cose ma che, a causa di tale pregiudizio rischia di bloccarsi in una mentalità “rigida”, cioè credere che tanto non ci sia niente da fare per raggiungere i propri risultati.

Ecco lo studio da questo punto di vista è un esempio eccellente, dato che tutti abbiamo studiato e tutti abbiamo avuto dei confronti con compagni di classe in un qualche modo. E le persone restano talmente tanto bruciate da tali confronti da iniziare ad odiare sia la parola studio che la parola impegno.

Io ero proprio uno di quelli che sulla pagella trovava scritto: “il ragazzo si impegna poco”. Non voglio dare la colpa a questi meccanismi psicologici ma di certo hanno pesato anche sul mio apprendimento e per anni ho odiato l’idea di studio. Fino a quando non ho incontrato il mio amore, la psicologia, la quale mi ha acceso il fuoco della passione.

E come argomentato nella puntata, quando sentiamo passione e amore verso qualcosa iniziamo naturalmente a volerne sapere di più e di conseguenza: “ci mettiamo a studiare”, a voler conoscere quelle cose con forza e determinazione.

Amore e paura

Come raccontato l’amore non è l’unica leva che spinge le persone, di tutte le età a riprendere in mano “lo studio” c’è anche la paura. Succede spesso quando ci ammaliamo o qualcuno che amiamo si ammala, di colpo iniziamo a consultare tutti i siti di medicina, acquistiamo manuali, ci facciamo fare spiegoni da amici medici ecc.

E’ chiaro che tra le due spinte si preferisca la prima, nessuno vorrebbe sentirsi costretto a studiare da una brutta faccenda come una malattia, una multa, una causa legale o le spese del carrozziere (sì, si studia anche in quel caso per non essere fregati).

La mia proposta non è quella di studiare solo se amiamo e non farlo per paura, ma è che si tratta di qualcosa che facciamo in entrambi i casi, quindi è qualcosa che dobbiamo approfondire e imparare a gestire meglio di quanto abbiamo fatto sino ad ora.

Per prima cosa i professori e i maestri dovrebbero conoscere questi meccanismi, compresi caregiver e chiunque si occupi in un qualche modo di pedagogia o andragogia (la formazione degli adulti). Poi dovremmo fare sì che la prima associazione con la parola studio non sia un tizio occhialuto, senza amici che passa il tempo a leggere in una stanza buia.

Questo potrà forse aiutarci a rivalutare “il secchione”, il lavoratore che ama il proprio mestiere ecc. A proposito, lavorando nelle aziende non sai quante volte ho sentito dire di chi ama il lavoro qualcosa del genere: “sì Mario è bravo ma è sempre lì a parlare di lavoro, la vita è anche altro caspita non vorrei mai essere come lui”. Certo se uno è ossessionato è un problema ma non ci trovo niente di male ad amare il proprio lavoro.

Evviva è arrivato il weekend

Molte persone vivono la propria esistenza aspettando l’agognato fine settimana, anche io lo aspetto ma non perché non ami lavorare, anche perché durante il weekend scrivo queste parole ed edito il podcast, quindi lavoro. Ma perché la maggior parte dei miei amici può uscire a divertirsi solo nel fine settimana e di conseguenza anche io sono felice di poterli incontrare.

Questo è un discorso ancora più grande, quello della soddisfazione sul lavoro ma c’entra in un qualche modo con questa faccenda. E’ chiaro che se non amo il mio lavoro tenderò a non volermi migliorare in quell’ambito e non vorrò ovviamente neanche approfondire e studiare quel campo.

Al contrario, se amo quell’ambito è molto facile che io ne parli anche al di fuori di quel contesto, che acquisti corsi, libri e guardi video di quelle cose, anche durante il weekend. Se ti capita stai tranquillo, non sei pazzo, se i tuoi colleghi ti dicono che “lavori troppo” sappi che è perché loro non hanno la tua passione, non c’è niente di male, anzi sei uno dei fortunati.

Io mi sento fortunato ad amare il mio lavoro che poi coincide con lo studio, questo per essere chiari non significa essere “dipendenti dal lavoro”, quella è una patologia, è chiaro che serva un certo equilibrio. Ma se ami ciò che fai, come sanno ormai anche le pietre è naturale che tu non senta la cosa come un “vero lavoro”.

Ecco noi dobbiamo fare la stessa cosa con lo STUDIO, perché tutti siamo predestinati a studiare per tutto l’arco della nostra vita. E se cerchiamo di non farlo sai cosa succede? Che studieremo cose a caso e lo faremo solo nei momenti di paura… evitiamo di farlo, cerchiamo di allenarci in questa cosa particolare.

Non è importante che sia psicologia, geometria o scienza dei coriandoli, ciò che conta è che tu possa sentirti contento di poter aprire un libro, guardare una lezione, andare ad un convegno, senza sentirti uno stupido ma anzi, sapendo che stai facendo una delle cose più importanti in assoluto… studiare e dare l’esempio dell’amore per lo studio.

Riabilitiamo lo studio, facciamolo a paritre dalle scuole cari insegnati… per il resto continuiamo a parlare di questa delicata faccenda nel Qde… c’è ancora molto molto da dire.

A presto
Genna

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