Accettazione e Cambiamento II: Perché senza Accettazione non c’è vero Cambiamento?

Spesso accettazione e cambiamento vengono visti come due antagonisti: se puoi cambi e se non puoi accetti! Se vuoi perdere peso puoi modificare il tuo stile di vita ma se vuoi diventare più alto (e hai superato la fase dello sviluppo) devi accettare come stanno le cose.

E’ vero ci sono cose che non si possono cambiare tuttavia “in psicologia” questi due processi sono intimamente legati, perché un cambiamento senza accettazione è spesso una fuga, un reagire piuttosto che agire.

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Tutto cambia

Quando si parla di cambiamento la prima cosa che salta agli occhi è qualcosa che sappiamo più o meno tutti: il fatto che tutto cambia e nulla resta uguale. Nonostante questo noi esseri umani siamo bravissimi a creare situazioni identiche a se stesse anche in modo talmente parossistico da scriverci romanzi e sceneggiature per il cinema.

Come recita il romanzo, il Gattopardo: “cambiare tutto affinché nulla cambi”! Noi umani siamo professionisti in questa cosa ed il motivo è arci noto nel mondo della crescita personale, la famosa zona di comfort o la tendenza scovata secoli fa dai primi psicologi a “risparmiare energia cognitiva” (il nostro cervello genovese).

Quindi per quanto sia inconfutabile l’inpermanenza della nostra realtà fisica questa stessa fluidità del cambiamento non sembra essere propria delle nostre tendenze psicologiche. Uno dei miei maestri Gianpetro Mosconi diceva spesso: “mi raccomando aiutate i vostri pazienti prima che sia il tempo a cambiarli”.

Lo diceva in modo ironico ma non aveva tutti i torti, molto spesso ciò che cambia la vita dei pazienti di un terapeuta non è la terapia in se ma ciò che egli fa con la terapia al di fuori di essa, nella vita quotidiana. Che avrà sempre un peso maggiore sull’esistenza di qualsiasi paziente con qualsiasi approccio (anche nelle terapie con 3 incontri a settimana).

Inoltre in psicologia subentra un’altra variabile fondamentale: il fatto che quando non riconosciamo il ripetersi di determinati schemi, comportamenti e atteggiamenti, questi tendano a ripetersi. Già Freud l’aveva notato costruendoci sopra una delle sue teorie più affascinanti, quello della “coazione a ripetere”.

Un piccolo esempio personale

Quando sono preso per un certo argomento e lo sto spiegando, tendo ad alzare tanto il volume della mia voce. I motivi sono molti: sono eccitato, temo che la gente non mi capisca o non riesca a sentirmi ecc. Mi sono accorto di questa cosa verso i miei 25 anni partecipando ad un corso di comunicazione.

Nel tempo mi sono accorto che questa cosa l’ho “ereditata o appresa” da mio padre che ha la stessa identica tendenza. Ora, non sono riuscito a modificare completamente questo mio piccolo difetto di comunicazione, ma il fatto di saperlo mi fa spesso rendere conto di quando accade e di conseguenza cerco di modulare le mie dinamiche vocali.

Non ci riesco sempre ma il fatto di saperlo mi aiuta a riconoscere questo cambio di tono e, spesso ma non sempre, di modificarlo in base alla situazione. Senza quel corso e senza i feedback da parte di amici e varie ex, non mi sarei mai accorto da solo di questa problematica, anche perché la gente raramente ti dice “ehi perché stai urlando?”.

E’ un piccolo difetto che non mi ha mai dato grossi problemi, tuttavia è un esempio perfetto della dinamica tra riconoscimento, accettazione e cambiamento. Senza il riconoscimento e la conseguente accettazione difficilmente sarei passato alla fase successiva, cioè il cercare di modulare meglio la mia voce.

Sì, dopo aver riconosciuto il difetto ciò che serve successivamente è l’accettazione del fatto di cadere continuamente in tale tendenza. Perché avrei potuto tranquillamente pensare: “si, non è colpa mia se pensi che io alzi il volume, a me non pare proprio”, ed invece, anche grazie al fatto che mi registro spesso, l’ho notato così tante volte da averlo accettato.

Il tassello mancante della crescita personale

Nel 2014 ho registrato una delle prime puntate del podcast (era ancora quasi una ANL) che s’intitolava proprio così: “il tassello mancante della crescita personale”, ed indovina a cosa facevo riferimento? Esatto, proprio all’accettazione e alla consapevolezza sia come “contro altare” e sia come punto di partenza per il cambiamento.

Perché per me si tratta di concetti ESSENZIALI? Perché non si tratta della semplice scoperta che accettare e riconoscere sono alla base del cambiamento, ma perché a furia di vedere “clienti/pazienti” alle prese con i propri problemi mi sono accorto che questi erano tanto più intensi tanto più le persone tendevano a non riconoscerli.

Non si trattava solo di “egosintonia o egodistonia” (due termini della psicologia clinica che indicano quando un sintomo o un disturbo sono vissuti come funzionali o disfunzionali ecc.) ma del fatto che meno una persona riusciva a riconoscere e accettare e più tendeva a trasformare le proprie azioni in “tentate soluzioni disfunzionali”.

Un tema che abbiamo visto molte volte, tratto dal lavoro del MRI di Palo Alto, che sta ad indicare quanto siamo bravi nel cercare soluzioni ad infilarci in un vicolo cieco. E’ una sorta di soluzione reattiva che peggiora le cose! Ecco, meno erano inclini al riconoscimento e più reagivano nel desiderio cieco di cambiare, ma senza sapere esattamente in che direzione.

Proprio perché non riconoscendo e accettando cercavano di scappare… per usare una metafora della ACT: è come cadere nelle sabbie mobili, la prima reazione è di scappare correndo, e più ci muoviamo e più affondiamo. La vera soluzione è non cercare di scappare subito ma di aumentare la superficie a contatto con le sabbie, quindi andare verso ciò che ci da fastidio … prima di scappare (ovviamente).

Continueremo questa discussione nel nostro QDE con il riassunto dei nostri esercizi…

A presto
Genna

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