La meditazione mindfulness ci rende più egoisti? Uno studio sembra dimostralo…

Un recente studio di quest’anno sembra dimostrare che la pratica della meditazione mindfulness induca le persone a comportarsi in modo maggiormente egoistico, riducendo i comportamenti prosociali. Lo so, se pratichi la meditazione questa affermazione ti sembrerà assurda ma le cose sono andate proprio così.

Lo studio è molto interessante perché ben congegnato, è stato fatto in modo che i partecipanti non si rendessero affatto conto di cosa stessero misurando i ricercatori. Tuttavia, nonostante l’ingegno credo che alcune cose siano chiaramente discutibili… vediamolo (o meglio ascoltiamolo) insieme:

Ascolta “380- La Meditazione Mindfulness può renderci più Egoisti? Uno studio controverso…” su Spreaker.

La meditazione è uno stato?

Una delle prime cose che saltano agli occhi quando si inizia a leggere il paper completo, che puoi trovare qui, è che i ricercatori hanno cercato di indurre un famigerato stato di mindfulness nei soggetti. Lo hanno fatto con un semplice esercizio guidato di respirazione, ma la verità è che la meditazione non è uno stato che si raggiunge ma è scoprire che sei già presente.

Ti faccio un esempio per capirci meglio: se ti chiedo di portare attenzione all’aria che entra e che esce dal tuo naso, di prestare la tua attenzione a quel flusso di sensazioni, la verità è che quella sensazione è già presente sei tu che non ne sei davvero consapevole. Lo so, qualcuno potrebbe dirmi che è una questione terminologica ma le cose non stanno così!

Mentre gli stati di trance indotti dall’ipnosi sono veri e propri stati di coscienza differenti da quelli che proviamo durante lo stato di veglia, più simili a quando siamo molto assorti nei pensieri o quando stiamo per addormentarci, sono stati che proviamo durante la giornata per qualche istante ma che sono diversi, per questo serve molto tempo per sperimentarli.

Non per tutti, ci sono persone particolarmente portate che impiegano pochi secondi a sperimentarli, ma tutti quanti voi che state leggendo se vi chiedo di portare attenzione al vostro piede destro, a meno che non vi siano gravi problemi di altro genere, tutti sarete in grado di farlo immediatamente. Per qualche istante sarete tutti “presenti”.

Lo so è un concetto complesso magari te ne parlo meglio nel Qde, ma per ora ti invito a credermi sulla parola, perché se non hai mai sperimentato uno stato di trance o fatto una meditazione è facile che tu possa confondere le cose. Perché è molto importante invece ai fini della nostra discussione su questo articolo scientifico?

Perché se non induci ciò che cerchi non puoi avere dati veri

Se invece di indurre le persone ad essere più presenti io le addestro a rilassarsi seguendo il respiro non sto “usando davvero la meditazione” ma sto iniziando una fase di addestramento che potrebbe essere anche molto lontana dalla nostra cara presenza, soprattutto per i neofiti. E a quanto pare i soggetti non erano praticanti abituali ne tanto meno esperti.

Se sto cercando gli effetti di una prolungata esposizione al sole ma invece di usare il sole uso delle lampande, non ottengo proprio gli stessi effetti. Ottengo effetti simili ma non esattamente gli stessi, perché l’intensità e la qualità delle due luci sarà molto molto diversa. La stessa cosa accade in questo caso, una cosa è provare a meditare ed un’altra e meditare.

Inoltre il fatto di potare l’attenzione su se stessi per un certo periodo senza spiegare nient’altro potrebbe chiaramente aumentare l’attenzione a se stessi e quindi renderci maggiormente accorti ai nostri desideri e bisogni. In altre parole gli effetti di questo esperimento, una volta osservata con attenzione la metodologia, sono molto prevedibili!

Ora lo so che la maggior parte della gente che si avvicina alla meditazione e alla mindfulness lo fa proprio usando trucchi del genere, per tanto lo studio non è da gettare via, anzi ci da modo di ragionare ancora meglio su come aumentare l’efficacia di queste pratiche.

Che ti ricordo: hanno una quantità di studi alle spalle sui loro benefici personali e sociali da restare a bocca aperta, si certo, anche tra questi studi ci trovi delle cose grossolane e delle spudorate pubblicità indiretta a metodi insegnati, ma al netto di queste cose gli studi sono davvero tanti e solidi.

Attacco incrociato

La meditazione mindfulness è sotto il fuoco incrociato: da un lato c’è il “fuoco amico” degli stessi operatori della salute che non credendo alle mirabolanti promesse di queste pratiche cercano continuamente di smontarle. E guarda caso, è raro che un dissidente sia un vero praticante, cioè è raro che gli attacchi arrivino dall’interno.

Dall’altro lato è sotto attacco da parte dei praticanti tradizionali i quali ci ricordano che tali metodologie sono sempre inserite in un contesto di tradizione e che quelle indicazioni sono solo una parte di ciò che ci sarebbe da seguire per farle al meglio.

In entrambe queste fazioni c’è un po’ di verità: i colleghi che puntano il dito sugli effetti mirabolanti fanno bene, perché la gente sta iniziando a vedere la mindfulness come una specie di medicinale, ne abbiamo parlato approfonditamente in questo episodio dedicato alla meditazione come cura.

Anche i tradizionalisti hanno un po’ di ragione quando alcune pratiche vengono estrapolate da procedure che magari sono più lunghe e complesse o quando gli scienziati tagliano aspetti che a loro sembrano superflui ma che in realtà non lo sono. Come alcune metafore che descrivono molto bene come usare l’attenzione: ad esempio il concetto di equanimità (che noi chiamiamo “gioco delle sensazioni” rifacendoci tradizionalmente a S.N. Goenka).

E’ normale che chi pratica una certa tradizione voglia difenderla così come è normale che chi non conosce queste pratiche, neanche nella loro versione occidentale, tenda a vederle come “mode”. Io ero convinto che fossero tali prima di iniziare un percorso serio di pratica su me stesso, solo dopo aver sperimentato quegli stati ho capito.

Solo dopo qualche mese di pratica quotidiana mi sono accorto che quello stato non era “una trance ipnotica non utilizzata”, come sostenevo da anni (anche nel mio primo libro). Ma capisco, per arrivarci uno deve sapere cosa è la trance, averla sperimentata e poi fare il confronto con la presenza, per accorgersi che la presenza non è uno stato di trance.

Insomma è un discorso complicato che in realtà abbiamo già districato in questa puntata dedicata ai tipi diversi di meditazione e che continueremo nel nostro Qde.

A presto
Genna

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