Il Pensiero Analogico: come risolvere problemi complessi pensando ad altro!

“Quando riuscirò a risolvere tutti i miei problemi sarò finalmente una persona felice… oggi all’età di 80 anni mi sono accorto che i problemi erano la mia vita”. Non so di chi sia questa frase ma la lessi molti anni fa e mi colpì particolarmente, se ci pensi bene la vita è costellata da piccoli e grandi problemi che siamo chiamati a risolvere in un qualche modo.

Come funziona la nostra mente quando risolve un problema? Questa domanda è ha guidato per anni i miei colleghi fin dagli albori della psicologia. Ci siamo cimentati confrontandoci con i nostri cugini più prossimi, e scimmie e con altri animali (Thorndike docet) fino a giungere alle più attuali scoperte nell’ambito del funzionamento del cervello.

Oggi faremo un viaggio affascinante nella risoluzione dei problemi affidandoci a qualcosa che potrà apparire davvero assurdo: il pensiero analogico… buon ascolto:

Ascolta “370- Pensiero analogico: come risolvere problemi complessi… pensando ad altro!” su Spreaker.

Il pensiero analogico

Partiamo dalla questione più importante: perché le analogie sono così potenti? Hai provato a fare il piccolo esperimento di problem solving presente nella puntata? I motivi sono molti ma è facile immaginarli quasi tutti: il primo è ancora una volta rivolto al nostro “cervello genovese” che tende ad un costante risparmio energetico:

Quando siamo di fronte ad un nuovo problema la prima cosa che tendiamo a fare è quella di utilizzare ciò che già sappiamo. Se per anni ogni volta che si è bloccato il Pc ho usato una certa procedura, quando il nuovo computer si bloccherà tenterò subito quel processo che ha funzionato nel passato. Cioè userò un’analogia superficiale, è la famosa esperienza che mi dota di certe conoscenze.

Usiamo analogie solo per risparmiare energia? No, in realtà il nostro pensiero è praticamente “sempre analogico”, non potendo avere a che fare con una realtà diretta (un mondo puramente dato), quindi dovendo sempre pensare per rappresentazioni, in realtà il nostro pensare è sempre analogico e metaforico. Come aveva già notato Bateson nei suoi scritti oltre mezzo secolo fa.

Non è dunque un caso che le analogie ci aiutino a risolvere i problemi, perché tutto il nostro pensiero è in fondo una analogia. Però la cosa interessante è dove conduce questa riflessione, cioè al fatto che molte volte ci incastriamo nei problemi proprio perché ci convinciamo che la cosa migliore sia restare in una singola dimensione di pensiero.

Se stiamo parlando di pomodori è sbagliato parlare di mele, giusto? Si, in parte è corretto soprattutto quando c’è di mezzo il principio di non contraddizione aristotelico ma non si tratta davvero di pensare ad altro ma di vedere se “in altro” troviamo delle similitudini con ciò che stiamo cercando di risolvere in un determinato dominio semantico.

Isomorfismo e strutture profonde

Ciò che cerchiamo per risolvere i problemi “uscendo dalla scatola”, out of the box come dicono gli anglosassoni, non è di cambiare argomento ma di ritrovare un isomorfismo: una o più similitudini nella struttura. Più l’analogia è isomorfica (simile) e più è probabile che possa darci degli spunti interessanti al di fuori del proprio dominio.

La profondità di tale similitudine non dipende solo da quante cose hanno in come i due domini che stiamo prendendo in considerazione, ma dipende anche da quale principio c’è alla base. Anche se due sport hanno molto in comune tra loro magari una analogia differente, proprio perché di altro dominio, potrebbe avere una similitudine più forte nel profondo.

Nell’esempio tratto dal libro “Generalisti” (da cui ho preso tutta questa puntata) ci sono varie analogie, quella dell’assedio e quella dell’incendio. Anche in questo caso non è necessario essere dei geni per capire quali sono gli elementi nascosti e profondi ma è bene usare più analogie. Gli studi hanno evidenziato che la quantità sembra essere un fattore determinante.

Avere solo un’analogia serve ma fino ad un certo punto, avere più analogie ci consente invece di avvicinarci sempre di più alla soluzione. E’ un po’ come la metafora dell’elefante e dei monaci ciechi, i quali riportano ognuno e a modo proprio la struttura dell’animale ma solo mettendo insieme tutte le loro interpretazioni possiamo renderci conto che si tratta di un elefante.

Avere tante analogie isomorfiche ci consente di avere tanti punto di vista differenti, ci costringe letteralmente ad uscire dalla scatola per poter guardare con nuovi occhi ciò a cui ci stiamo rivolgendo. E’ un modo che utilizziamo naturalmente quando siamo di fronte a cose che non conosciamo, il vero problema è che ci incastriamo in altri contesti…

Il già conosciuto

Il pensiero analogico viene utilizzato sempre quando siamo di fronte a situazioni sconosciute e molto meno quando le conosciamo o pensiamo di conoscerle. E’ normale se ci pensi: se per una vita hai utilizzato una certa soluzione perché cercarne altre in altri domini? Così la vera difficoltà non sta tanto nell’andare alla ricerca della analogia giusta ma nel renderci conto che siamo incastrati nelle nostre vecchie mappe.

E’ ancora una volta il problema del nostro “top down e bottom up” che si sposa amabilmente con i vari bias della conoscenza, più precisamente quel nostro caro “impostore del Dunning-Kruger“. Quando crediamo di sapere come risolvere una certa questione è come se limitassimo i vari punti di vista. Anche questo accade a causa del cervello pigro e perché tendiamo a pensare “di sapere”.

Quindi il vero salto fuori dalla scatola avviene costantemente nelle situazioni nuove o ambigue, ma avviene di rado in quelle che conosciamo. E dove è più importante trovare nuove soluzioni? Non nelle situazioni nuove ma in quelle vecchie, in quelle che per qualche motivo ci troviamo di fronte nella nostra quotidianità, ed è per questo che tali riflessioni sono secondo me molto importanti nella nostra epoca.

Nel libro “Generalisti” questo viene attribuito al fatto che siamo iper specializzati, da un lato è vero ma credo che sia anche per mancanza di strumenti e di consapevolezza conseguente. Infatti come ti dicevo qualche giorno fa sui social per me il libro è molto bello ma tende troppo a cercare di suffragare la propria ipotesi, e cioè che i “generalisti” hanno una più ampia capacità di saltare tra un dominio e l’altro.

E ciò gli consentirebbe di avere uno sguardo più ampio, uno sguardo dall’esterno più rapido. E per quanto sia reale in molti contesti, non è detto che le cose stiano esattamente in questo modo, anche perché la specializzazione è necessaria per vivere in un mondo complesso, l’importante è sapere che esistono altri modi di guardare il proprio campo di studi.

Una pluralità di sguardi

Nello stesso libro viene evidenziato quanto i team composti da professionalità differenti siano anche più abili a risolvere i problemi. Questo ancora per avvalorare l’ipotesi che sia un “range” ampio a consentire uno sguardo da “fuori”. Non a caso il titolo originale del libro è “range” e non generalisti, che in italiano suona malino, perché sembra dire “tuttologi”.

Per quanto mi riguarda credo che la pluralità di sguardi sia la chiave non tanto perché ci sono “generalisti” tra gli esperti ma perché il mondo è molto complesso e per abbracciare tale complessità sono necessarie più modalità di guardare un problema. Non a caso i laboratori di tutto il mondo hanno ormai dentro molte discipline, compresa la filosofia e la psicologia in ambienti ingegnerstici… ad esempio.

Se tutti fanno tutto nessuno può approfondire le cose e scoprire aspetti precisi di ciò che ci circonda. Se tu devi farti il pane e anche proseguire il tuo orto, la tua carriera da “musicista” ecc. Tutto il resto ti toglierà talmente tanto tempo che non potrai avere il temo da dedicare al tuo strumento. Se invece il pane lo lasci fare ad un panettiere allora il tuo tempo aumenta.

Questo non significa che sia necessario fare una cosa sola, ma che per la buona organizzazione sociale è invece fondamentale. Ed è anche abbastanza intuitivo da comprendere, tuttavia questo non significa che sia la chiave di volta per tutto l’estremo specialismo, soprattutto quando si è davanti a problemi nuovi e complessi.

Infatti così come possiamo collezionare un sacco di casi di persone che hanno innovato e scoperto cose incredibili in altri campi, possiamo fare altrettanto con gli specialisti. Solo che pensare che un tizio che si occupa di altro che scopre o innova il campo della fisica è molto più attraente di pensare che sia stata invece, una persona che si è fatta il “culo” per anni in quell’ambito. Ti ricordi vero?

Una fallacia pericolosa

Questa è la nostra “fallacia del talento” per la quale tendiamo a dare maggiore valore a chi ci sembra essere un “improvvisato” invece che a chi si è fatto il mazzo per raggiungere un qualche obiettivo. E’ troppo più bello pensare che un tizio che si occupa di granite un giorno scopre un nuovo modo per fare i razzi spaziali piuttosto che immaginare un ingegnere che ci passa una vita sopra.

Nel nostro tempo liquido, fatto di molte anzi troppe opzioni, dove ognuno può scegliere cosa fare, guardare e studiare, l’idea di non avere una consistenza, di non essere grintosi e tenaci è, per quanto mi riguarda altamente pericolosa. Strizza l’occhio all’idea che il vero genio è quello che saltella da una cosa all’altra ma per me non è così.

I geni sono spesso ossessinati dal proprio ambito… partiremo proprio da qui nel Qde di oggi per approfondire questo affascinante tema sul “problem solving”. Ma prima di andare dall’altra parte ci tengo a dirti che nel libro più volte citato si conclude (spoiler) dicendo che in fondo in fondo è naturale che ad un certo punto si diventi specialisti in qualche cosa.

Il punto dell’autore è che non sempre per giungere a tale situazione sia necessario seguire un percorso rettilineo. Ma le cose, come sempre, sono più complesse di così e ne parliamo sul nostro Quaderno.

A presto
Genna

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