Perché il nostro cervello non può fare a meno delle storie? Eccome come sfruttarle per non essere sfruttati!

E se ti dicessi che il cibo principale del tuo cervello sono le storie? E che senza tali narrazioni faresti fatica a determinare chi sei e cosa fai? Sono domande provocatorie ma che ci introducono nell’argomento di oggi che è davvero importante per chiunque sia un minimo interessato al funzionamento della propria mente.

L’unione di psicologia e neuroscienze ci hanno dimostrato chiaramente quanto gran parte della nostra attività psichica sia rivolta alla costruzione di storie. E ci sono molte motivazioni dietro questa tendenza, alcune le prendiamo in esame nella puntata 367 del podcast… buon ascolto:

Ascolta “367- Il potere delle Storie: perché non possiamo fare a meno di narrare le nostre vite? Come sfruttarlo per non essere sfruttati!” su Spreaker.

Storie e non storie

Quando racconto alle persone che noi esseri umani non possiamo fare a meno di generare dei significati anche dietro a cose che non hanno alcun senso, la gente pensa che sia un modo per sottolineare quanto la realtà sia meravigliosa la nostra mente che riesce a dare un senso a tutto. Questo da un lato è vero ma dall’altro lato il fatto di non riuscire a fare a meno di significati e di raccontarci storie è anche un grosso limite.

Il limite sta nel fatto che una volta che ci siamo creati una storia per descrivere degli eventi facciamo molta fatica ad abbandonarla. In un noto esperimento alcuni matematici venivano messi in una stanza e sfidati a completare una serie di numeri, come ad esempio: 10, 20, 40, …. Sono giochi che molti di noi hanno visto e che facilmente possono risolvere facendo alcuni ragionamenti.

Solo che gli sperimentatori hanno creato un programma al computer in grado di generare serie completamente casuali. E quando si parla di “caso” in matematica o meglio in statistica ci si riferisce a formule che siano realmente in grado di generare numeri a caso. Non è la semplice estrazione di numeri ma è un’estrazione guidata dal puro caso, per quanto sia difficile generarlo.

Quindi questi matematici avevano di fronte serie completamente casuali, secondo te cosa è successo? Molti di loro hanno risposto, ovviamente in modo del tutto diverso tra loro ma con una sorta di coerenza interna. Cioè quando gli veniva chiesta la regola che li aveva condotti alla soluzione tutti pensavano di aver compreso la reale struttura sottostante della serie.

Quando lo sperimentatore raccontava loro che si trattava di numeri completamente estratti a caso questi si arrabbiavano di brutto e dicevano qualcosa del genere: “per lei saranno casuali ma io ho trovato la regola che li ha generati”. Non credevano che fossero realmente casuali e nessuno ha lasciato la stanza senza abbandonare la propria narrazione, cioè la giustificazione matematica che avevano scoperto.

Anche la matematica è una storia?

Da questo esperimento sembra venir fuori che anche la matematica sia una narrazione, ma in realtà non è ciò che intendo, ma è per sottolineare come anche in un ambito così poco legato alla narrazione tendiamo a giustificare a tal punto le nostre ipotesi (che si prestano in forma narrativa) da negare anche l’evidenza. Infatti i ricercatori hanno poi mostrato il programma con il quale hanno estratto i numeri a caso.

Ma come hai sentito dalla puntata non si tratta di un fenomeno isolato, sono molte le storie di persone con danni neurologici che invece di riportare spiegazioni plausibili si inventano storie. Cioè se una persona viene affetta dal Neglect visivo (disturbo di cui abbiamo parlato tanto sia qui che su “Facci Caso”) non pensa di non percepire la realtà correttamente e quando gli si chiedono spiegazioni se ne inventano una.

Come hai sentito però questo non capita solo a chi ha dei disturbi o ad indomiti matematici ma capita anche a noi quando qualcuno ci frega, come negli esperimenti citati della scelta politica o della foto piacevole. Molti anni fa ho intervistato un mio caro professore per parlare del fenomeno noto come “furto con l’ipnosi“. Scommetto che anche tu hai sentito parlare di gente che è stata rapinata da ladri che utilizzavano l’ipnosi.

Oggi a causa dei mentalisti sembra che questa cosa sia davvero possibile ma in realtà è un fenomeno che studiamo da tantissimi anni. E una delle spiegazioni più quotate è che si tratti di una storia che ci raccontiamo quando non capiamo come possano averci fregati. Ora è possibile che con un gioco ipnotico ti rubino qualcosa? La risposta è si ma il gioco serve solo per distrarti non per indurti a dargli il denaro o gli oggetti richiesti.

Ciò che è stato rilevato dagli studi è che la maggior parte delle persone che hanno denunciato tali avvenimenti lo hanno fatto perché non hanno capito cosa gli fosse accaduto. E ripetiamo, non perché fossero sotto ipnosi ma perché tale spiegazione era di certo una delle più plausibili per spiegare cosa gli fosse successo. Immagina di essere un commesso e qualcuno ti frega con un trucco, meglio pensare che ti abbia ipnotizzato no?

La realtà non esiste?

So che molte persone ascoltando questi temi penserà in modo molto filosofico e romantico che la realtà non esista, perché ognuno di noi la costruisce. Questa è una ipotesi affascinante, che ha anche delle basi filosofiche molto belle ma per quanto mi riguarda le cose non stanno così: la realtà esiste siamo noi ad essere limitati e fare fatica a comprenderla.

Questi messaggi non piacciono perché la gente vuole sentirsi dire che è DIO che ha un anima millenaria e saggia che sotto sotto sa tutto basta solo pungolarla nel posto giusto. E per quanto piaccia anche a me pensare che siamo infiniti la verità è che ci scontriamo costantemente con tale ipotesi in particolare con l’idea che le nostre mappe siano più importanti del territorio ed invece le cose sono invertite.

I veri nemici della crescita personale non stanno nella realtà circostante, non stanno “nel territorio” ma stanno nelle tue mappe e nel fatto che tendi a confoderle con la realtà. Gli esperimenti che lo provano sono davvero migliaia tuttavia alla gente piace pensare che se il territorio non piace allora tanto peggio per lui, mi inventerò una mia mappa che mi consenta di viverlo al meglio.

Attenzione, non è sbagliato ciò che hai appena letto, è vero che se sono prigioniero in un campo di concetramento come il noto Viktor Frankl sarà bene che trovi un modo per uscire dal territorio. Tuttavia nella vita quotidiana attuale scappare troppo nei nostri pensieri può diventare una vera e propria prigione. Soprattutto per chi si convince che più pensa ad una certa cosa e più questa diventa reale.

Quindi si noi reagiamo in base alle percezioni che abbiamo del mondo e non del mondo stesso, ma ciò non significa che il mondo non esista. Lo sappaiamo bene da secoli, da quando i primi fisiologi e psicologi si sono messi a studiare la percezione per capire che essa è un continuo aggiustamento della realtà dentro le nostre limitate mappe e non una riproduzione fedele del mondo.

Un salto quantico

Per quanto mi riguarda iniziare a vedere la realtà come una narrazione e notare come tendiamo a raccontarcela è un salto quantico. Per secoli abbiamo cercato di aggiustare quelle storie, abbiamo cercato di creare storie che dessero coerenza alle narrazioni stesse ma il metodo scientifico ci ha dimostrato che le cose non sono così semplici. Noi creiamo continuamente storie ma queste non sono reali.

Sono giustificazioni su ciò che osserviamo e delle quali non possiamo quasi fare a meno. Qualsiasi cosa ti accada, dalla cosa più comune a quella più straordinaria, avrai sempre un modo di spiegartela. Se domani arrivassero gli alieni e questi fossero profondamente diversi da come ce li hanno raccontati, per prima cosa faremmo fatica a vederli. Infatti senza narrazioni non abbiamo mappe concettuali per il riconoscimento “alieno”.

Come seconda cosa costruiremmo immediatamente delle spiegazioni plausibili per far rientrare quello strano fenomeno nella nostra testa. E lo faremmo con talmente tanta rapidità da non renderci conto che tali spiegazioni siano fittizie e raffazzonate. A questo punto immagino il costruttivista radicale appassionato di crescita personale che alza la mano e urla:

“Ok ma noi non diciamo che la realtà non esiste diciamo che non esiste una verità, per tanto dobbiamo scegliere le storie che funzionano meglio per noi e abbandonare quelle che non funzionano”. Che è poi il discorso che si fa quando si parla di convinzioni, cioè non è necessario che siano vere o false ma è necessario che siano funzionali o meno, che in filosofia potremmo definire “posizione pragmatista”.

La pragmatica è una delle posizioni che preferisco ma anche in questo caso dobbiamo ricordare che una realtà la fuori esiste. E se qualcuno mi dice che quel muro è alto 3 metri e non posso saltarlo con un balzo non è una questione di credenze limitanti è una questione fisica. Lo so che tu caro psinellino sei intelligente e sai queste cose ma posso assicurarti che persone molto preparate cadono ancora in questo tranello del funzionalismo.

Ok l’argomento sta iniziando a diventare spinoso e lo romando al nostro caro e più complesso QDE…

A presto
Genna

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