Le Affermazioni Interrogative: come usare il vero potere del self-talk

Ci risiamo con questo aggettivo, “intenzionale” perché ci aiuta a portare consapevolezza a ciò che stiamo facendo. Si, perché la ricerca ci dice chiaramente che per circa il 50% del tempo siamo presi dai nostri automatismi mentali. Soprattutto per quanto riguarda il “mind wondering”.

Attenzione però perché pensare non significa divagare con la mente, in altre parole non è proprio vero che “pensare troppo fa male” è pensare in un certo modo e cercare di controllare, evitare e compensare che genera quel treno di “pensieri automatici”. Il tema di oggi è più o meno questo… buon ascolto:

Ascolta “365- Affermazioni Positive Interrogative: come usare il vero potere del Self-Talk” su Spreaker.

Il pensiero del vicino “è sempre più verde”

Quando ho iniziato a fare corsi dal vivo, 1500 anni fa, mi divertivo un sacco a fare ciò che hai sentito all’inizio della puntata: “non sapete che cosa sia il dialogo interno? Allora ve lo presento subito”. E mi divertivo a restare in silenzio anche per qualche minuto, al che a tutti emergeva quella parte di giudizio interiore su ciò che stava accadendo in quel preciso momento.

Noi abbiamo come una sorta di continuo flusso di pensieri, il famoso “flusso di coscienza” dal quale cerchiamo di affrancarci durante le pratiche di meditazione di consapevolezza. Non perché sia sempre male “avere quel pensiero” ma perché è un ottimo esercizio cercare di notarlo per ciò che è: un insieme di previsioni sul mondo, ma NON il mondo!

Se queste ultime parole ti suonano come una sorta di bigniami della filosofia c’è solo una risposta: è perché non hai mai provato a praticare la nostra meditazione. Infatti riuscire a notare cosa emerge dentro di noi non è per nulla facile e lo è ancora di meno per chi non ci ha mai provato. La meditazione è una sorta di laboratorio che ti consente di guardarti dentro, senza diventare cieco.

Anche questo è un nostro cavallo di battaglia di diversi anni fa, abbiamo preso la famosa frase di Paul Watzlavich x “guardarsi dentro rende ciechi” e l’abbiamo trasformata. Perché? Perché ciò che intendeva il grande psicologo era che se cerchiamo di risolvere i nostri problemi pensandoci “tanto tanto” invece di aiutarci ci auto incastriamo.

Per questo è fondamentale fare la distinzione tra un “self-talk intenzionale” ed un “dialogo interiore spontaneo” che solitamente emerge come una sorta di commento della realtà. E’ come se ci fosse dentro di te un co-pilota che invece di darti delle indicazioni fa dei commenti sulla pista: “sai quella curva di prima potevi prenderla meglio”… ecco così diventa un ostacolo!

Il pensiero intenzionale come guida

Se ti mettessi a fare una certa azione a te poco conosciuta dovresti fare un ampio uso del tuo dialogo interiore, ma evita di farti ingannare dal fatto che si chiami “interiore”. Certo è dentro di te ma dovrebbe servirti non per risolvere i complessi problemi metafisici e astratti del mondo ma per guidare le tue azioni e in rari casi i tuoi pensieri.

Come abbiamo visto diverse volte la tua mente tende a pensare a tutto e al contrario di tutto, è un computer che fa ipotesi sulla realtà ed è normale che lo faccia in modo stocastico (probabilistico). E per fare molte ipotesi ed avere tante probabilità di beccarci, dice spesso cose che sono incongruenti tra di loro. x

Quindi se ti trovi a pensare così: “uff che pirla che sono stato a non salutare quel giorno il capo” e subito dopo: “ma che si fotta quel maledetto, lui non mi saluta mai” e poi ancora: “si certo però avresti dovuto salutarlo sai che è si tratta di buone maniere”. Sembra una sorta di discussione di condominio tra persone che non si sanno mettere d’accordo, ma in realtà sei sempre tu.

Quando stiamo bene questi pensieri possono passarci davanti agli occhi sotto forma di varie salse, dicendoci anche cose completamente incorenti con con noi stessi e anche con i nostri valori. Ma se siamo belli calmi e tranquilli li vediamo per ciò che sono: ipotesi sul mondo. Il probelma arriva quando qualcosa ci fa soffrire o quando ci convinciamo del contrario.

Per quanto riguarda la sofferenza questa blocca le nostre risorse interiori e credo che non sia una sorpresa saperlo. Perché tendiamo a pensare di più e in modo più identificato quando stiamo male? Perché il pensiero cerca di trovare delle soluzioni e molto spesso tali soluzioni non si possono generare nella testa ma hanno bisogno di azioni concrete nella realtà.

Restare nella tua testa a chiederti se quel lavoro sia giusto o meno per te stesso è un buon modo per simulare la realtà. Se sei tranquillo puoi fare tutte le comparazioni che vuoi ma se devi prendere una decisione importante, affidarti solo a quel pensiero senza agire è il modo migliore per innalzare l’indecisione e la sofferenza.

Io amo pensare

In questi anni, nei quali abbiamo visto più volte questi concetti, alcuni mi hanno scritto se avessi avuto qualcosa in contrario al “pensare” al fantasticare, al creare mondi alternativi con la mente. Assolutamente NO io adoro pensare, adoro fare elocubrazioni su tutto ed adoro anche spararmi intere sessioni di ragionamenti astratti e astrusi.

Ma praticando la meditazione ho capito che quando li osservi per quelli che sono, quando riesci a guardarli non come “resoconti di una realtà” ma come ipotesi, la tua mente si espande. Diventi maggiormente capace di pensare più cose, di avere pensieri discordanti di vincere quella famosa “dissonanza cognitiva” che si crea quando i pensieri si oppongono tra di loro.

Il trucco quindi non è non pensare certe cose, interrompere il pensiero, evitare di farsi “voli pindarci” ma è quello di capire che quelle elocubrazioni sono utili nella misura in cui o risolvono problemi realmente risolvibili “a mente” o ci aiutano a programmare le nostre azioni. Tutti gli altri tipi di pensiero possono ostacolare le nostre peroformance.

Quindi non è il pensare ma è come vedi il pensiero che potrebbe farti del male, soprattutto se magari hai comprato un libro sul quale hai letto che come ti parli influenza come ti senti e cosa fai. Per tanto devi stare attento a non usare certe parole, ad usare solo un certo tipo di tono, a non dirti cose negative ecc.

Posso assicurati che queste convinzioni su come funziona la nostra mente portano più danni che benefici, ci fanno diventare fobici del nostro modo di usare il dialogo interiore. E se siamo davvero sfortunati portano ad una sorta di ingabbiamento mentale che chiamiamo “evitamento esperienziale”x che restringe il nostro mondo.

Il linguaggio è il sistema rappresentazionale più flessibile

Tra i sistemi rappresentazionali (SR), cioè su come creiamo le nostre simulazioni dentro di noi, quello auditivo/linguistico è il più evoluto ed il più flessibile. Se per anni hai seguito questi temi sai probabilmente che il SR più completo, per analogia con i mezzi digitali, è quello visivo. Per creare una immagine servono più informazioni rispetto al suono o alle sensazioni.

Tuttavia quello più raffinato è il linguaggio: con le immagini puoi rappresentare un sacco di cose ma non tutti i sottili legami semantici tra le scene. Non a caso l’unico modo per conoscere il grado di consapevolezza di un essere vivente è che “ci racconti come si sente”. Si certo anche gli altri animali sono coscienti, hanno mappe, ma possiamo saperlo solo indirettamente.

Qualcuno potrebbe dire: “no, a me basta guardare negli occhi il mio cane per capire che è cosciente, non ho bisogno di parlarci” si è vero, ma non sai fino a che punto se non puoi parlarci. Per essere più precisi potremmo dire che il self-talk è il SR più completo e utile per noi esseri umani. Perché tutta questa parte teorica sul linguaggio?

Perché nel campo delle pratiche di consapevolezza sembra che sia talmente poco importante questo dialogo con noi stessi che il tentativo ultimo è quello di eliminarlo e zittirlo. Questo accade perché confondiamo le seghe mentali con le parole che ci diciamo intenzionalmente nella testa, e perché si confonde la capacità di disidentificazione con il silenzio interiore.

Per quanto mi riguarda questo silenzio è sicuramente qualcosa che accade quando siamo “identificati” (il flow) e diventa utile quando diventiamo un tutt’uno con ciò che stiamo facendo. Ma non è sempre possibile ottenere uno stato del genere per molti motivi, il primo è che il mondo è zeppo di problemi e di imprevisti da risolvere che necessitano di “pensiero”.

Servo e padrone

Quando sei completamente preso da ciò che fai sei in uno stato non duale, dove tu e le tue rappresentazioni interiori agite nella stessa direzione. Uno stato più simile all’automatismo che agli aspetti di controllo del comportamento. E’ uno stato meraviglioso, privo di sforzo e rinfrancante ma come già detto, non sempre possibile… e non solo.

Quando abbiamo bisogno di affidarci esclusivamente alle nostre identificazioni siamo come schiavi delle nostre rappresentazioni, invertiamo il nostro funzionamento vedendo le nostre mappe come se fossimo noi stessi. Lo so è una cosa strana da dire ma se hai ascoltato altre puntate come ordine e disordine nei pensieri x o le vecchie su questo stesso tema sai a cosa mi riferisco.

Tu non sei le tue rappresentazioni ma le utilizzi per muoverti agilmente nel mondo che ti circonda. Per gran parte del nostro tempo siamo identificati con queste rappresentazioni e il fatto di dover interpretare simboli e di dover ragionare su questi ci fa perdere il contatto con noi stessi. Per questo se stai troppo attaccato al computer o guardi troppa Tv dopo un po’ ti senti alienato.

Ma lo scopo delle nostre pratiche non è neanche “uccidere quella parte che pensa” ma è imparare a riconoscerla per ciò che è: un aiuto, un co-pilota, un GPS che ragiona, ci indica la strada, ci consiglia, giudica il mondo, soppesa le situazioni, ma non sei tu. Tu sei di più di quelle parti, infatti quando stai bene o sei in meditazione puoi scegliere di osservare senza agire quelle “indicazioni interne”.

Lo so è un discorso complesso, infatti ci fermiamo qui e continuiamo questo aspetto più filosofico nel nostro Qde.

A presto
Genna

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