Cosa ci insegna l’Intelligenza Artificiale sul nostro modo di apprendere?

E se il modo con cui impariamo le cose fosse completamente sbagliato? In realtà le cose non sono così semplici ma di certo la moderna Intelligenza Artificiale ci sta svelando aspetti inconsueti dell’apprendimento. Dati che ci mostrano ancora una volta l’importanza di uscire dalle nostre mappe, terminologia che ormai dovresti conoscere.

Spoiler: il miglior metodo per apprendere qualsiasi cosa è attraverso l’esperienza (ma va?) cosa che sanno tutti ma non tutti sanno che tale osservazione è più radicale di quanto si possa immaginare. Conoscerne la natura può aiutarci a migliorare noi stessi… buon ascolto:

Ascolta “366- Dall’Intelligenza Artificiale un modo “diverso” di vedere la crescita personale e l’apprendimento…” su Spreaker.

Non credo sia stata una sorpresa

Tutti sappiamo istintivamente che la conoscenza migliore la si apprende attraverso l’esperienza. Non hai bisogno di essere uno psicologo o un esperto di questi processi per intuirlo e comprenderlo, tuttavia è necessario rifletterci perché come abbiamo visto non significa che ciò che ci hanno tramandato sia inutile ma significa ribaltare tale prospettiva.

Se hai seguito negli scorsi anni il tema dell’auto-apprendimento condiviso (gli abbiamo dedicato diverse puntate) sai bene che poter toccare con mano, magari senza istruzioni precise e magari senza alcun vincolo, determina spesso una spirale virtuosa di apprendimenti che sembrano avere la caratteristica di durare nel tempo.

Se invitiamo un gruppo di alunni a studiare nel metodo classico la storia avremo un certo risultato, se li invitiamo a discutere di un periodo storico ne avremo ancora un altro. Infine se riusciamo a fargli fare una piccola esperienza: una rappresentazione storica, un gioco di ruolo o anche vedere un bel film o docu-film, avremo tutt’altra esperienza.

Più c’è esperienza è più è facile che gli apprendimenti si consolidino nelle nostre menti. Ma facendo un passetto indietro anche guardare un film o un bella lezione che ci porti più nell’esperienza che nel mentale ha un effetto completamente diverso. Prendiamo ancora una volta in esame il mitico prof. Alessandro Barbero.

Se analizziamo i commenti sotto ai suoi video quelli più frequenti recitano più o meno così: “se avessi avuto lei come professore a scuola la storia mi sarebbe piaciuta molto di più”. A tale commento il prof. risponde spesso in questo modo: “io insegno solo piccole parti della storia e a scuola sarebbe impossibile”.

La narrazione

Come ci illustra Barbero nella scuola è molto più difficile fare una cosa del genere, perché i programmi sono lunghissimi, molte le materie ed il tempo e le risorse sono limitate. Ma cosa fa il prof. Barbero che ci ipnotizza tutti? Credo che la sua narrazione, il suo espandere anche i piccoli momenti della vita di chi è vissuto nel passato, abbia un effetto esperienziale.

Proprio come quando guardi un bel film o un bel documentario, non si tratta di una lista di date e di nomi ma di una narrazione coerente e ristretta. Barbero si concentra spesso su singoli temi che sviscera portando sul palco i protagonisti e facendoli vivere attraverso accurate descrizioni che ci consentono una immedesimazione molto ravvicinata.

Ed è tale immedesimazione che ci aiuta a fare “esperienza” di quel racconto che da evento mentale può trasformarsi in esperienza soggettiva. Certo non è come fare un gioco di ruolo, come essere immersi in una vera situazione ma ci si avvicina certamente di più rispetto alla elencazione di date, fatti ed eventi apparentemente scollegati tra di loro.

Qualche tempo fa anche Roberto Mercadini ha fatto una considerazione simile leggendo un suo vecchio libro di storia delle scuole. Mostrando come gli eventi sembrassero talmente distanti e farraginosi che nessuno avrebbe mai potuto addentrarsi mentalmente in quelle descrizioni. E penso che in fondo sia lo stesso effetto che fa PSINEL sugli amanti della psicologia. (almeno io lo spero).

Quindi perché deve esserci una buona narrazione? Perché la tua mente deve credere di fare esperienza ad un qualche livello. Se le informazioni vengono date senza contesto, senza dettagli e senza nessi causali la nostra mente farà una fatica abnorme per dare un senso a quella serie di bit. E nella maggior parte dei casi darà una propria interpretazione personale e a volte molto lontana da quella intesa dal narratore.

Facci caso

Nel mio libro parlo di GPS per indicare quanto siamo inclini ad affidarci alle nostre mappe interiori invece che guardare fuori il mondo che ci circonda. E’ una metafora che non calza al 100% perché i momenti in cui siamo completamente distaccati dal mondo sono pochi, solitamente invece facciamo un bel miscuglio tra ciò che percepiamo e ciò che pensiamo.

Tale mix è spesso però sbilanciato verso le mappe o verso i nostro pattern percettivi (se preferisci) come aveva già notato Kant, esistono delle tendenze della mente (i giudizi sintetici a priori) che danno forma a ciò che noi vediamo. Le neuroscienze oggi ci dimostrano che tutta la percezione è guidata dalla mente… anzi anche la mente è una sorta di organo percettivo!

Le neuroscienze stanno dimostrando che ciò che avevano capito i meditanti buddisti è alquanto plausibile. Nel Buddismo si dice che la mente è il sesto senso, cioè è un senso attraverso il quale percepiamo la realtà e viene visto come tale, come un organo percettivo. Gli studi sull’emboided cognition di cui ci siamo occupati molto in passato affermano esattamente questo.

Il colore, la grandezza e la qualità delle parole che leggi determina con quanta facilità tu riesci a leggere o meglio “afferrare” questi singoli pezzi di informazione. La tua sensazione è di avere una esperienza mentale distante dai tuoi sensi ma in realtà c’è molto in comune tra queste due parti, perché tu stai letteralmente afferrando parola per parola.

Tutto ciò ci conduce ancora una volta a vedere l’apprendimento più che come una somma di cose che metti dentro la tua testa, come un modo per iniziare ad afferrare la realtà in un modo diverso. Quando impari qualcosa non solo il tuo modo di percepire cambia ma non puoi più tornare indietro: ti ricordi l’orsacchiotto che sale sull’albero del mio libro?

Perché la mente sotto sopra?

Qualche secolo fa le persone non avrebbero avuto dubbi sul fatto che fosse l’esperienza la cosa più importante. Senza scomodare le tradizioni spirituali e filosofiche che già si ponevano quesiti del genere, la maggior parte della popolazione era convinta che fosse l’esperienza la cosa più importante. Le conoscenze che non riuscivamo a comprendere finivano nel reame metafisico.

La gente un tempo era molto più propensa a farsi meno domande sul funzionamento del mondo, di certo il loro computer interiore non poteva fare a meno di porsi tali domande ma la ricerca di risposte era molto meno intensa da parte della gente. Oggi, dove il livello culturale si è alzato, dove tutti possiamo leggere di psicologia e di qualsiasi altro genere di opera intellettuale, le cose sono molto diverse.

Nessuno penserebbe di poter fare il chirurgo senza conoscere tutto ciò che c’è da sapere sul corpo umano. Insomma oggi la conoscenza è vista ancor di più come una emanazione che proviene dall’alto, cioè dai concetti e non dai sensi. Tuttavia anche in campi come la chirurgia abbiamo capito che quanto sia necessario un apprendimento (anche) dal basso. Lo abbiamo capito giocando con i videogames!

Oggi esistono simulatori virtuali per addestrarsi con vari tipi di chirurgia, soprattutto quella che viene mediata da software. In pratica se alleniamo una persona, che non conosce proprio tutto tutto di medicina, a fare certe azioni specifiche nel simulatore è possibile che questa diventi più abile di chi invece conosce tutto. In altre parole vince la pratica sulla grammatica.

Attenzione però, perché per poter fare un vero intervento devi conoscere la medicina. Nonostante ciò la singola abilità di muovere strumenti chirurgici in un ambiente virtuale non è troppo dissimile da apprendere come muoversi in un ambiente virtuale di fantasia dei videogiochi. Sono abilità che necessitano di una esperienza diretta per poter essere apprese davvero e consolidate.

Conoscenza ed esperienza

Sia la conoscenza da sola che l’esperienza da sola non bastano! Se vuoi imparare una lingua per sopravvivere puoi farlo senza alcuna conoscenza pregressa e senza mai conoscere la grammatica. Tuttavia se vuoi farti capire davvero bene, stilare documenti, leggere e scrivere in modo corretto è necessario passare anche dal lato della conoscenza.

La soluzione sarebbe capire in base a ciò che dobbiamo apprendere quanta parte di teoria e quanta parte di pratica siano necessarie. Per quanto mi riguarda partire dalla pratica è quasi sempre più efficace che fare il contrario! Molti di noi si sono scontrati con queste differenze studiando e magari anche solo prendendo la patente.

Fare prima l’esame di teoria non garantisce per nulla che tu sappia guidare. Ma guidare senza conoscere i cartelli stradali, per quanto tu possa essere intuitivo ed intelligente non è una cosa corretta. Non tanto perché non riusciresti ad inferirli con la pratica ma perché in quel lasso di tempo potresti fare molti disastri, soprattutto a 18 anni!

Conoscenze ed esperienza non solo devono andare a braccetto ma è inevitabile che lo facciano! Anche se nessuno ti spiegasse i segnali stradali a furia di guidare li impareresti e ti creeresti le tue regole. Il fatto è che non sempre queste sarebbero corrette, potresti impararne tantissime ma non tutte e quando non riesci dall’esperienza cosa succede? Te le inventi!

La nostra mente (quella che in teoria conserva la parte teorica, perdona il gioco di parole) non può fare a meno di creare delle spiegazioni su ciò che sta percependo ed apprendendo. Come lo fa? Costruendo storie, inferenze su ciò che osserva, è un modo meraviglioso di apprendere ma se tutti vivessimo in tal modo dovremmo ogni volta partire da zero.

Costruttori di teorie

Ognuno costruirebbe il proprio “codice della strada” e spero tu convenga con me che questo genererebbe una marea di guai. Non a caso si chiamano “codici”, sono cose condivise che hanno funzionato adeguatamente per molto tempo e per tale motivo le apprendiamo. Ma non solo, attraverso i codici è più facile comunicare tra di noi quando una di tali leggi viene modificata.

Quando sono arrivate le rotonde non avevo capito che la precedenza andasse a sinistra, ho preso la patente nel 1997 e le rotonde erano quasi sconosciute. Poi qualche anno fa mia moglie ha preso la patente e aiutandola nello studio ho capito molte più cose di quante non ne avessi inferite dalla mia esperienza personale.

Si certo sapevo del cambio di precedenza ma era solo una mia intuizione poi Chiara mi ha spiegato come funzionano i nuovi “incroci”. Scommetto che la fuori ci sono tanti autisti attempati come me che non sanno come funzioni una rotonda, e purtroppo a volte questa cosa si vede nella esperienza pratica.

Il fatto di poter comunicare una conoscenza a livello completamente mentale e non esperienziale non è una cavolata, non è un errore, ma è il modo più rapido per trasmettere concetti complessi e soprattutto concetti condivisi. Non è il più rapido per diventare abili ma è il più rapido per diventare consapevoli, poi serve ovviamente l’esperienza per consolidare quei dati mentali.

Proseguiamo questo affascinante argomento nel nostro Quaderno degli esercizi…

A presto
Genna

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