Ipnosi e meditazione: una ricerca fa chiarezza su una differenza che ha più di 3000 anni di storia…

Nel 2014 un gruppo di ricercatori italiani ha condotto una ricerca molto affascinante confrontando tra loro due modalità diverse di “fare” meditazione: quella che conduce al Samadhi e quella che conduce a Sati. Detto con termini occidentali, quella di assorbimento totale (ipnosi) e quella di consapevolezza (meditazione mindfulness).

Nella puntata di oggi scoprirai perché si tratta di una distinzione importante che in un qualche modo chiude un cerchio qui su Psinel. Un tema che trattiamo da più di 10 anni e che mi ha condotto a vedere queste pratiche in un modo particolare…

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La nostra esperienza

Chi segue il mio lavoro da tempo non sarà rimasto sorpreso della distinzione neurofisiologica di queste due vie per “allenare la mente”. Non solo perché questa è l’ennesima puntata che mette a confronto “ipnosi e meditazione” ma perché TUTTO è iniziato da qui!

Quando ho aperto questo blog ero convinto che “ipnosi e meditazione” non fossero altro che due etichette per descrivere la stessa cosa. Credevo che la meditazione non fosse altro che uno stato di coscienza modificato, esattamente come l’ipnosi, ma solo “senza un obiettivo specifico”.

Per usare un termine ericksoniano: credevo che la meditazione e tutte le sue descrizioni non fossero altro che una “trance ipnotica inutilizzata”. Per comprendere questo termine è utile fare un micro ripasso di come è cambiata l’ipnosi dal lavoro di Milton Erickson in poi, tranquillo non ripeterò tutta la storia.

Prima di Erickson eravamo convinti che l’ipnosi fosse uno stato particolare che una volta raggiunto (la trance ipnotica) facesse tutto da solo. Tecnicamente uno stato di suggestionabilità così intenso che una volta acquisito poteva diventare un portale verso la nostra mente inconscia. Bastava indurre la trance e lanciare le suggestioni appropriate.

La letteratura è zeppa di tecniche di induzione ipnotica, come se fosse la cosa più importante è difficile. Metodi per innalzare la suggesetionabilità, bypassare la parte conscia (o fattore critico) e poi “il gioco è fatto”. Ma non è così, l’induzione ipnotica è una manovra relativamente semplice e la vera arte non è indurre la trance ma UTILIZZARLA.

La trance ipnotica

La trance ipnotica è uno stato modificato di coscienza naturale che viviamo naturalmente durante la giornata, sia quando siamo particolarmente stanchi (seguendo i nostri ritmi circadiani) e sia quando siamo molto concentrati su un determinato compito. Ci sono molti altri modi per indurla ma è uno stato simile ma diverso rispetto a quello della veglia.

E’ simile perché in realtà quando ci passiamo non ci rendiamo conto di esserci, proprio come il sonno. Mentre dormi non sai che stai dormendo, solo in casi molto particolari te ne rendi conto. E’ uno stato naturale che usiamo da sempre per vari motivi: evitare dolori intensi, concentrarci intensamente, durante le prestazioni di picco, nel flow, ecc.

Ho conosciuto questi stati quando avevo 13 anni e li ho studiati per tutta la vita formandomi in queste discipline, poi nel 2009 cambia tutto. Nonostante avessi un certo fascino per l’oriente, avessi fatto Yoga, arti marziali e quindi esperienza di varie forme di meditazione ero ultra convinto che si trattasse di “trance ipnotica”.

Nel 2002 ho passato una settimana intera a discutere con il mio maestro di Yoga portoghese (ho frequentato una scuola di Yoga in Portogallo, lo Swastia Yoga) del fatto che lo stato che loro ricercassero non fosse altro che una trance ipnotica ante litteram. Lui era relativamente d’accordo, tra l’atro mi ricordo che era di origini Brasiliane e che sua madre aveva una sorta di Ph.d in PNL e ipnosi.

Insomma da quella esperienza mi convinsi di aver ragione: si tratta di due modi diversi per ottenere lo stesso identico risultato, accedere alla trance per poterla utilizzare in un qualche modo. E oggi posso dirlo con tutta tranquillità che mi sbagliavo, non di molto come vedremo tra poco ma ero molto lontano dal comprendere questi fenomeni.

La meditazione di consapevolezza

Come forse saprai ho iniziato a meditare per motivi di ricerca: avevo acquistato da poco una sorta di elettroenecefalo gramma portatile, avevo letto gli studi di Richard Davidson sul cambiamento della fisiologia della corteccia pre-frontale dopo 8 settinamane di training e desideravo documentare tutto… proprio qui su Psinel.

Purtroppo il mio EEG non era molto sensibile e non riuscì mai a registrare alcun cambiamento, però dopo 4 o 5 mesi di pratica quotidiana avevo capito alcune cose: 1) non si trattava di uno stato di trance ma del suo opposto, era la capacità di accorgermi quando entravo in trance per tornare al presente. 2) Il mio stato emotivo e psicologico stava migliorando molto e fu questo a sorprendermi.

Sia come professionista che come appassionato di crescita personale cerco da molto tempo di comprendermi e migliorarmi. Ho fatto un sacco di cose strane, dalle più classiche a quelle più new age, ma i benefici raggiunti con la meditazione non li avevo mai sfiorati con nessun’altra pratica. All’inizio credevo fosse una sorta di effetto “suggestivo” ma non era così.

Iniziai a comprendere ciò che in un qualche modo diceva Erickson: che siamo sempre in trance, cioè che per la maggior parte del tempo siamo rapiti dai nostri contenuti mentali. Che il problema del nostro pensiero non era il pensiero in sè ma il fatto che ci fondiamo con esso, come quando ci fissiamo con una qualche idea controproducente.

Nello stesso periodo delle mie sperimentazioni (circa dal 2009) le evidenze sull’efficacia della meditazione di consapevolezza sono iniziata a spuntare come funghi e con esse un sacco di applicazioni super interessanti. Il focus si era spostato dal gestire i contenuti interiori attraverso altri contenuti (tipico dell’ipnosi e della terapia classica) al gestire i contenuti.

Una liberazione dal pensiero

Meditare è stata una sorta di liberazione dalla tirannia del pensiero: ero convinto che i problemi si risolvessero mettendo ordine tra i pensieri attraverso pensieri più ordinati. In parte è così ma meditare mi ha consentito di vedere un livello superiore, un livello “oltre il pensiero” e mi ha liberato dalla lotta interiore tra i pensieri.

Si, in molti approcci psicologici ciò che si fa è creare pensieri antagonisti a quelli contro producenti. Così se una persona dice “mi sento inutile” si cerca di fargli vedere che non è così, richiamando alla sua memoria tutti i momenti dove è stato utile. Mostrandogli che l’utilità è relativa e che molto probabilmente sta generalizzando, cancellando e deformando la realtà.

Quindi si combatte “il pensiero negativo con un bel pensiero positivo” per dirla in modo molto semplicistico. Attenzione questo approccio non è sbagliato solo che non è il più efficace, perché quando riesci a toccare con mano attraverso la pratica che TU non sei i tuoi pensieri ecco che scopri di essere molto molto di più di tutte quelle programmazioni mentali.

Lo scopo non è riprogrammarti attraverso altri pensieri potenzianti o attraverso una illusine di controllo dei pensieri ma è renderci conto che noi non siamo quei pensieri. E quando riusciamo a notarlo ci liberiamo dalla tirannia del pensiero, scoprendo che esso è al nostro servizio e non il contraio!

I pensieri sono simulazioni del mondo che usiamo per muoverci agilmente in contesti che non conosciamo, sono una sorta di computer che ci aiuta a moverci ma NON siamo noi. Se pensi qualcosa di negativo che non ti piace non lo fai perché sei “negativo” ma perché in quel momento quella è una delle molte simulazioni che hai generato. Quando tocchi con mano questo livello ti liberi dall’idea di essere i tuoi pensieri.

La ricerca citata

Nella ricerca citata si mettono a confronto due modi diversi di meditare che tendiamo a confondere: quello di origine indiana pre-buddista, tipica dello Yoga che condurrebbe allo stato di “Samadhi” (letteralmente unire con) e quelle di origine buddista che conducono a Sati (consapevolezza/ricordo).

Se osserviamo i due termini sembrano già dirci tutto: Samadhi in quanto “unione” ci ricorda la identificazione con le cose, nel termine classico non si riferisce ad essere identificati con parti parziali di noi stessi ma con l’intero universo con l’Atman. Anche Sati è assolutamente esplicito e significa consapevolezza e ricordo di se, ma perché ricordarsi di se stessi?

Perché solitamente siamo persi in identificazioni parziali con stati mentali che ci fanno dimenticare di osservare le cose come stanno. Ovviamente questa distinzione era chiara anche prima della risonanza magnetica e in alcune tradizioni si usano entrambe queste modalità di contemplazione.

Inoltre ci tengo a dire che la questione non si può risolvere con l’etimologia perché queste parole hanno molti significati diversi. Io non sono un esperto di tradizioni orientali per tanto posso solo parlare della mia esperienza per quanto riguarda la differenza tra la trance ipnotica e la presenza.

Per tanto mi scuso con tutti gli esperti di etimologia e filologia orientale e anche per la semplificazione sulla analogia tra “Samadhi e Trance” ma si tratta di un tema che porto avanti da diversi anni e che mi piace ricondurre a tali analogie.

Tema che continueremo ad esplorare nel nostro ultimo QDE del 2020…

A presto
Genna

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