La formula della sofferenza: come trasformare il dolore in crescita personale!

Nella crescita personale si evitano accuratamente determinati argomenti, uno tra questi è il “dolore” perché sembra appannaggio degli aspetti clinici, dello studio dello psicologo ma non è così!

Il dolore è parte delle nostre vite, tutti proviamo piccoli e grandi dolori che non necessariamente richiedono l’intervento di un professionista. Tuttavia la ricerca ci ha dimostrato che un certo atteggiamento mentale può peggiorarlo.

Anche questa è crescita personale… ecco la formula “non segreta” della sofferenza, buon ascolto:

Ascolta “350- Come trasformare il “dolore” in crescita personale… evitando la sofferenza?” su Spreaker.

Il dolore

Il dolore è un meccanismo di difesa naturale che ogni essere vivente utilizza per segnalare che qualcosa non sta andando per il verso giusto. Questo qualcosa può andare storto sia nell’ambiente esterno e sia nel nostro ambiente interno. In entrambi i casi il dolore è una cosa fondamentale perché ci avvisa!

Ma oltre alla semplice esperienza come facciamo a sapere che il dolore è realmente così importante come campanello di allarme dell’organismo? Non sarebbe forse meglio vivere senza provare alcun dolore?

Lo sappiamo perché esistono patologie estremamente rare come l’insensibilità congenita al dolore, nelle quali i neonati rischiano una morte precoce a causa di ferite auto inflitte, non percependo il dolore arrivano a “masticare parti del corpo”. Perdona l’immagine poco felice.

Ma la cosa è rappresentativa e ci dimostra che il senso del dolore rimane con noi per motivi molto importanti, senza di esso non riusciremmo a comprendere i nostri limiti fisici e psichici. Senza dolore sarebbe come avere un bel computer, potentissimo ma senza connessione al web, senza la possibilità di ricevere feedback dal mondo circostante.

Per tanto il dolore non solo è presente lungo l’arco di tutta la nostra vita ma è qualcosa di essenziale per la vita. Tutti gli esseri viventi hanno un qualche sistema di “dolore” cioè che li avvisa che ciò che stanno “esperendo” è qualcosa di buono o di negativo: dall’ameba alle piante, sino ad arrivare a noi animali superiori.

Per tanto è una intelligenza della natura che portiamo dentro di noi, considerarla come qualcosa di cui liberarci non è solo contro evolutivo ma è addiririttura impossibile. “Ma allora tutte le tecniche di meditazione con una tradizione millenaria che dice proprio di liberarci dal dolore? Sono stupide?”. No, perché non parlano di “dolore” ma di sofferenza!

Dolore e sofferenza

Etimologicamente dolore significa semplicemente “provare dolore”, lo so sembra stupido ma è così. Mentre sofferenza significa: sopportare, pazientare. Si tratta di due cose molto diverse, il dolore sembra qualcosa di passeggero, una volta provato quel dolore passa. Mentre al contrario soffrire indica proprio il “sopportare a lungo” una cosa che non vogliamo.

Se in questo momento tu fossi costretto a leggere queste parole staresti provando “sofferenza”, cioè saresti costretto a fare qualcosa che non vuoi fare. Mentre il dolore è una riposta del corpo, una riposta fisiologica per quanto mediata dalle nostre mappe mentali (anche su questo potremmo farci una puntata) la sofferenza è squisitamente psicologica.

Meno desideri mentalmente vivere una certa esperienza e più tenderai a trasformare quel dolore (deviazione da uno stato di quiete fisiologica) in pura sofferenza, in sopportazione del dolore. Ma devi sopportare solo ciò che non desideri che sia in quel modo. Tutto questo sembrano tante parole se ci riferiamo a “dolore e sofferenza fisici”.

Ma non appena comprendiamo il legame tra pensieri e sofferenza ci si rende subito conto che vale per tutte le occasioni ma in modo particolare vale di più per i “dolori psichici”. Essere costretto a leggere queste parole non procura dolore fisico ma mentale, così come il vedere le nostre aspettative violate.

Le aspettative, cioè come costruiamo le nostre ipotesi sul mondo, sono la principale causa di sofferenza. Cioè sono quel modo di resistere, come abbiamo visto nella puntata la formula di Shinzen Young è: Sofferenza = dolore x resistenza! Ma resistere a cosa?

La resistenza

Il dolore che ci aiuta a comprendere questa formula è quello mentale, quello causato dalla violazione delle nostre aspettative. L’esempio del traffico è perfetto: mi aspetto di poter arrivare in orario ma trovo una coda infinita, ho due scelte, accettare la situazione senza resistervi oppure iniziare a imprecare gli dei per l’accaduto.

Come vedi l’aspetto della sofferenza non è inutile, se tale spinta a non voler sopportare la situazione ci spinge alla ricerca di una soluzione. C’è un problema però, quando iniziamo a giudicare la realtà perché non è come noi la vorremmo tendiamo a diventare molto più stupidi. Questo significa che anche le soluzioni che ricerchiamo potrebbero essere “stupide”.

Pensaci se ci fosse una strada alternativa e tu la conoscessi il dolore non permarrebbe più di tanto, perché sai che un po’ contro voglia dovrai cambiare strada. Anche in questo caso la scelta migliore non è continuare ad imprecare il destino perché non ti ha dato ciò che volevi ma è invece non resistervi e cercare l’altra strada.

Ciò che ti sto proponendo non è un atteggiamento passivo nei confronti della realtà che ci accade. Ma è invece la capacità di distinguere ciò che pensiamo dovrebbe accadere da ciò che invece accade per davvero. Ti sembrerà strano ma facciamo molta fatica a staccarci dalle previsioni che facciamo sul mondo.

Giudizi e anticipazioni sono resistenze

Quando proviamo dolore giudizi e anticipazioni mentali diventano la resistenza che tende a trasformarlo in sofferenza. E’ il modo con il quale interpreti le cose? Non solo, non è solo la famosa frase di Epitteto che tendiamo a soffrire per le opinioni su ciò che ci accade e non per ciò che ci accade.

Si è anche questo, infatti sono le nostre opinioni sul fatto di essere rimasti bloccati nel traffico a farci sclerare, ma non è solo questo, non è solo la nostra opinione differente ad evitare la sofferenza. Non basta raccontarci qualcosa di diverso, ristrutturare la faccenda a livello cognitivo: “Ok c’è traffico ho finalmente il tempo per ascoltare il podcast di psinel”.

Non è solo questo, ma è renderci conto che qualsiasi opinione cerchi di allontanarci dalla causa del dolore rischia di trasformarlo in sofferenza! Certo se ti chiama un tuo amico mentre stai sclerando nel traffico e ti distrae dalla situazione fino a quando si sblocca, ecco ti ha aiutato ma non del tutto.

Infatti la volta successiva, quando ti ritroverai in una situazione simile quella distrazione non ti avrà insegnato nulla, se non a cercare di chiamare ancora il tuo amico per distrarti. Non ci crederai ma molte persone che hanno disturbi d’ansia in auto optano per la chiamata che li distragga per sentirsi meglio… NON funziona!

Dobbiamo imparare con amore, gentilezza e pazienza a sentire quel dolore senza scappare! Perché se fuggi dal dolore evitandolo rischi non solo di diventare sempre meno propenso a fare quella cosa che ti ha procurato dolore (anche se importante) ma impari pochissimo.

Fuggire dal dolore

La sofferenza sarebbe dunque il frutto di una esagerata resistenza alle cose così come stanno? In parte è così, meno riusciamo ad accettare la realtà quando ci procura dolore e meno impariamo da essa. Se vieni bocciato ad un esame ma non accetti il dolore, inizierai a pensare che sia tutta colpa del professore e attribuirai le cause all’esterno.

Non lo facciamo tutti ma quando iniziamo a provare dolore cerchiamo subito un capro espiatorio, una “causa efficiente” con cui prendercela. Come abbiamo visto in questo episodio dedicato alla “vergogna” tendiamo a fuggire talmente da tale emozione che rischiamo di entrare in uno stato di resistenza.

E’ come se il cervello dicesse: “piuttosto che provare quell’emozione mi metto a cantare tutto l’Inno nazionale”. Ti è mai successo? Di essere in un momento carico emotivamente ma di non provare nulla, anzi di diventare più freddo? Capita anche questo ad alcune persone, in taluni casi è un bene, una protezione ma se si protrae può portare a gravi conseguenze.

E’ quello che capita a volte nei lutti irrisolti, in quelli che noi professionisti della psicotraumatologia chiamiamo: “traumi con la T maiuscola” per distinguerli da quelli minori. Tuttavia ciò che è difficile da digerire per me può essere facile per te e viceversa, cioè non esiste una esperienza per così dire condivisa.

Ognuno deve scoprire come lasciar andare le proprie resistenze al dolore per esplorarlo con maggiore consapevolezza e come al solito continuiamo questo discorso nel nostro QDE.

A presto
Genna

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