Il MUM Effect: perché non siamo bravi a dare feedback onesti?

Uno dei super poteri più gettonati è la “lettura nel pensiero”, quando scherzando chiedo che tipo di potere la gente vorrebbe avere questa è una delle risposte più comuni.

La verità è che se di colpo riuscissimo a leggerci nella mente probabilmente scatterebbero decine di risse, un sacco di divorzi e depressioni. Questo perché la gente non è molto brava a dire alle altre persone cosa pensa realmente delle loro azioni.

Questo è il tema super affascinante della puntata di oggi… se ti conosco, ma in realtà non ti conosco (come scoprirai) ti piacerà un sacco!

Ascolta “348- Il “MUM Effect”: perché non siamo capaci di dare feedback onesti?” su Spreaker.

“Ambasciator non porta pena”

Sono pochi i proverbi che ci beccano davvero così poco, anche se il senso di questa frase è che chi riporta una notizia, di un evento accaduto ad altri o informazioni riguardanti altri, non “porta pena”. Nel senso che non dovremmo additarlo per ciò che dice perché sta parlando per bocca di altri.

Purtroppo come hai appena sentito l’ambasciatore porta pena eccome, ed è una sofferenza che non riguarda il fatto che tale notizia sia di “altri” ma dal semplice fatto di far soffrire gli altri al di là della fonte ufficiale. Quando siamo nel campo dell’oggettività le cose sono più semplici ma non meno dolorose.

Immagina di venir a sapere per vie traverse da un tuo amico che Matteo è stato bocciato ad un esame. Incontri Matteo e cosa gli dici? Se sei un buon amico probabilmente gli dirai il fattaccio, anche se sotto sotto come abbiamo visto magari proverai a divincolarti fino a quando non ti verrà magari chiesto.

Se la valutazione è soggettiva, come ad esempio il fatto di aver saputo da Marta che Matteo si è comportato male in un determinato contesto, la cosa diventa ancora più difficile. Perché nel riportare la notizia sembra che gli ambasciatori siano concordi con quanto osservato, certo possiamo dire: “io non sono d’accordo sai ma Marta pensa che…”.

Come vedi sia che la notizia sia oggettiva o soggettiva c’è sempre una qualche forma di sofferenza portata dall’ambasciatore di turno. Quindi il proverbio dovrebbe essere: “ambasciator porta la pena per altri”, ed infatti si usa per mettere le mani avanti quando si riporta qualche cattiva notizia.

Lo sanno tutti

Tutti in fondo sappiamo che dare cattive notizie non è né bello né facile e molte volte è sconveniente. Nonostante ciò molti di noi sono pronti a scommettere di avere “il giusto pelo sullo stomaco” per dire in faccia agli altri ciò che pensano. Ma neanche questo è vero, perché dipende a chi devi dare la notizia.

Tutti noi abbiamo persone con le quali ci viene più semplice dire in faccia la realtà ed altre persone con le quali ci viene molto più difficile. E più teniamo alla relazione e più diventiamo vittime di questa sorta di Bias che ci porta ad edulcorare la realtà per evitare di ferire i sentimenti altrui ed in parte anche i nostri.

Non sai quante volte ho sentito dire: “la psicologia indaga le cose banali” ma la verità è che sono spesso queste cosine semplici a fare la vera differenza. Sapere che TUTTI siamo affetti ad un qualche livello da questo tipo di bias ribalta molto la situazione, perché ci fa capire che potremmo essere noi quelli che “addolciscono la pillola”.

E tale mossa non ha solo a che fare con come gli altri ci vedono ma spesso può determinare enormi costi sia personali che economici. Non dire al tuo collega che hai sbagliato a fare i conti per le tasse o che un dipendente ha rubato qualcosa ecc. è come se fossimo su una barca tutti insieme, tu ti accorgessi che c’è un buco nello scafo e non dicessi niente.

Se il buco è molto molto piccolo magari per qualche tempo puoi fare finta di nulla ma man mano che l’imbarcazione si riempie di acqua ecco che prima o poi dovrete fare i conti con quella falla. E non solo, anche cercare di capire chi ha provocato quella falla o chi di dovere, doveva rendersene conto.

Essere “orgoglioni”

Con gli amici un tempo per scherzare dicevamo che le persone più stupidamente orgogliose erano “orgoglioni” per mescolare questa parola con una parolaccia. Effettivamente tutti conosciamo persone talmente orgogliose da non ammettere i propri errori, queste persone sono quelle maggiormente inclini a non condividere feedback negativi.

Non solo su se stesse ma anche sugli altri, soprattutto se hanno dei buoni rapporti con queste persone. Questo perché il loro orgoglio, l’ego, viene protetto da numerose narrazioni, tra queste anche una sorta di invicibilità, un po’ come Artur Fonzarelli (per i più grandi di voi) che faceva addirittura fatica a dire “ho sbagliato”.

Ho da poco visto la serie tv Chernobill nella quale viene raccontato il disastro della famosa centrale nucleare, ebbene in quel contesto sembra proprio che abbiano vinto gli “orgoglioni”. Che pur di non dire che avevano fatto alcuni errori hanno coperto se stessi e i propri colleghi avvelenando mezzo mondo con le radiazioni.

Ed è per questo che più un sistema collaborativo è complesso e pericoloso e più dovrebbero essere presenti manovre legate a come dare buoni feedback. Non tanto per mancanza di fiducia ma perché dovremmo iniziare a comprendere che tutti siamo affetti da questo genere di bias, anche se siamo bravi, onesti e trasparenti.

Ora che ti ho un po’ spaventato con il fatto che senza buoni feedback sono possibili disastri, sappi che succede anche il contrario: con buoni feedback si ottengono grandi risultati. Questo non solo a livello aziendale ma anche a livello personale e soprattutto in ogni ambito della vita.

La colazione dei campioni

Molti anni fa ho scritto dei post che s’intitolavano proprio così, perché nella cultura della crescita personale anni 90 era solito ripeterlo. Infatti è proprio il feedback una delle prime cose da mettere in chiaro quando si decide di intraprendere un qualsiasi percorso: come faccio a capire se sto davvero imparando?

Questa è la domanda che consente alle persone di creare buoni feedback personali. Come faccio a sapere se sono sulla buona strada? E devi sapere che più sono chiari, veloci e completi questi feedback e più velocemente tendi ad apprendere ciò che stai facendo o a raggiungere i tuoi obiettivi.

Ti faccio un esempio di feedback chiaro, completo e diretto: la guida dell’auto. Se sbaglia a guidare quando stai imparando vai a sbattere, questa è una risposta dell’ambiente diretta e molto chiara. Magari non è chiarissimo il perché ma se hai accanto l’istruttore di scuola guida sicuramente puoi capirlo.

Non solo, più i feedback sono chiari, rapidi e soprattutto definiti e più è semplice tracciare i progressi. Anzi, senza feedback è praticamente impossibile farlo tuttavia spesso tendiamo a dimenticarcene, soprattutto se siamo immersi in contesti complessi.

Se giochi a scacchi contro un avversario potrai comprendere ciò che accade sulla base della tua esperienza: più partite hai fatto in precedenza, studiato mosse ecc. e più sarai capace di osservare il giusto feedback, al contrario meno ore di pratica avrai davanti e più ti sarà difficile farlo.

Il MUM Effect

Ecco perché l’effetto “mamma” è così importante da conoscere, perché molti di noi si dimenticano che i feedback più importanti (nei contesti complessi) ci arrivano dalle persone. Cioè dalle relazioni che abbiamo creato e anche dalla loro qualità, per questo è bene che ad ogni livello gerarchico si conosca questo fenomeno.

La gente è convinta non solo di poter dare e ricevere feedback in ogni situazione (cosa assolutamente sbagliata) ma è anche convinta di essere “sopra la media” (ricordi l’effetto Wobegon) questo significa una cosa molto importante: non siamo così consapevoli come crediamo di essere.

Pensiamo di conoscerci molto di più di quanto in realtà sia, non mi credi? Allora prova a registrare un video di 5 minuti dove racconti chi sei e guardalo con attenzione. Se non hai mai fatto qualcosa del genere non solo ti sembrerà molto strano farlo ma la tua voce e i tuoi movimenti ti risulteranno quasi estranei.

L’auto-consapevolezza è qualcosa che si coltiva per tutta la vita, possiamo anche dire che tutta la nostra crescita da quando nasciamo a quando moriamo sia proprio caratterizzata da questa tendenza: cercare di conoscerci, nel bene o nel male, consapevolmente o inconsapevolmente.

Che tu ti renda conto o meno di essere una persona che cerca di parlare sempre sopra le altre persone, prima o poi qualcuno te lo farà sapere. Certo se hai 18 anni forse non hai ancora incontrato quel qualcuno ma se ne hai 30, 40 o addirittura 50 è possibile che tu l’abbia incontrato, la domanda è “lo hai davvero ascoltato”?

Continuiamo questo approfondimento sul Qde di oggi…

A presto
Genna

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