Quanto pesa il tuo passato? Come trasformare “la tua storia” in una risorsa

Spesso mi avete chiesto “quanto pesa il nostro passato”? Sembra una domanda banale è ovvio per tutti che ciò che è accaduto prima influenza ciò che viene dopo tuttavia non è così semplice.

Nel mondo del cambiamento personale gli esperti cercano di definire quanto sia rilevante la nostra storia e se sia possibile realmente “lasciarsela alle spalle”.

Oggi parliamo di un tema complesso ma molto affascinante… buon ascolto:

Ascolta “346- Quanto ci “influenza” il nostro passato? Verso una comprensione globale di noi stessi…” su Spreaker.

Ciò che viene prima

Come abbiamo visto in questo episodio dedicato alla persuasione ciò che arriva prima influenza ciò che viene dopo. Il che significa che se prima di leggere questo post hai fatto qualcosa di piacevole e più probabile che anche questo contenuto ti piaccia.

Da un lato questa affermazione è molto logica: gli eventi che ci accadono hanno una certa influenza su di noi, solitamente riconosciuta come “emotiva” e tale stato mentale ha un effetto su ciò che capita dopo. In realtà non si tratta solo di attingere alle nostre emozioni.

I colori di questa pagine che stai leggendo, i suoni che ti circondano e molti altri stimoli hanno un effetto sul tuo giudizio sommario nei riguardi di ciò che stai fruendo. Non solo, ciò che hai fatto prima dirige le tue categorie mentali:

E’ un po’ come per i sapori, se prima di mangiare una certa cosa ne mangi una che ha un gusto contrastante ciò che sentirai al secondo assaggio sarà influenzato dal primo. E’ talmente banale che non ci rendiamo conto di quanto questa legge valga per ogni nostra esperienza.

E’ difficile da accettare che gli stimoli esterni (e anche interni come i nostri pensieri) possano avere un’influenza così marcata e allo stesso tempo nascosta. Che sia così semplice dirottare le nostre percezioni sulla base di ciò che ci capita prima.

Il priming

Qui su Psinel parliamo di questo effetto psicologico da sempre, avevo dedicato un intero capitolo a questo effetto nel mio primo libro (scritto nel 2007) lo dico per mostrarti da quanto tempo sappiamo queste cose e allo stesso tempo da quanto tempo la gente NON ne parla!

Pensa che questo effetto è talmente dirompente che anche chi studia questi temi alza le orecchie ogni volta che sente parlare di questi studi. L’altro giorno, durante una bella chiacchierata con Riccardo Dal Ferro che trovi qui ho raccontato alcuni di questi studi e se guardi tra i commenti qualcuno scrive:

“Ok ma è vero che quegli studi non sono stati ripetuti e hanno anche alzato un polverone di critiche?” si è la verità, quelli che ho citato hanno ricevuto critiche ma c’è un’altra verità: studi identici e con effetti ancora più incredibili vengono fatti tutti i giorni nei laboratori di psicologia.

Per tanto possiamo criticare quanto vogliamo i singoli esperimenti ma il risultato dell’effetto “del passato sul presente” è inequivocabile! Attraverso il priming gli psicologi sperimentali guidano letteralmente le associazioni mentali dei soggetti che partecipano ai loro esperimenti.

E’ facile come sembra: se voglio intristire una persona mi basta fargli vedere immagini e video tristi e viceversa. Ma non solo, se voglio far si che abbia una mentalità più analitica posso mostrarle prima un gioco di logica o se voglio una sparta di pancia gli mostro altro ecc.

Il passato recente è evidente ma quello remoto?

A questo punto la domanda sorge spontanea: certo è ovvio che il passato recente mi influenzi ma per quanto tempo? Il priming non dura molto, dura una manciata di minuti se non secondi, per tanto sarebbe plausibile immaginare che gli eventi del passato non abbiano tutta questa rilevanza.

Abbiamo da sempre sospettato che il passato avesse un peso sullo sviluppo delle persone tuttavia questo dato è diventato chiaro (a noi umani moderni) con la fine dei due conflitti mondiali. Come raccontato in puntata e molte altre volte: i nostri soldati che tornavano traumatizzati venivano fucilati per pudore, per evitare di dimostrare debolezza!

Ragazzi è chiaro che la storia del mondo sarà stata zeppa di persone traumatizzate dalla guerra e lo dimostrano i romanzi e le epopee raccontate dagli antichi cantori. Ma non sapevamo quanto tali eventi avessero potuto realmente scompaginare la mente delle persone, anche quelle persone che ci sembravano maggiormente resilienti.

I conflitti mondiali ci hanno dato questa terribile certezza. Tuttavia già sapevamo che lo sviluppo dei bambini potesse essere in un qualche modo deviato. Di certo qualche mamma o padre avrà visto gli effetti di traumi sui propri figli, ma anche in questo caso abbiamo dovuto attendere l’avvento del nostro caro metodo scientifico per farci chiarezza.

Come abbiamo visto in questa puntata esistono dei test che semplicemente sommando le esperienze avverse avute durante lo sviluppo possono prevedere con una certa sicurezza se quella persona andrà incontro a problematiche psicologiche o se sarà maggiormente vulnerabile.

Ciò che non ammazza fortifica

Questa famosa frase è vera ma fino ad un certo punto, è vero che se “non c’è vento gli alberi non crescono forti” (se mi segui su Instagram avrai colto la citazione) tuttavia se il vento è troppo forte e causa danni strutturali ecco che basterà un venticello per abbattere una grande quercia. Diciamo che anche in questo caso l’equilibrio è tutto.

Quando parliamo di vita il meccanismo regolatore è sempre l’equilibrio o come direbbero i biologi l’omeostasi. La vita tende sempre all’equilibrio, per tanto quando tu cerchi di piegare una pianta da un alto o dall’altro, per ristabilire il suo equilibrio non solo tenderà a tornare dritta ma svilupperà una corteccia più forte proprio dove l’hai piegata.

Se ci pensi questo è lo stesso meccanismo che attui quando vai in palestra per diventare più forte: rompi un equilibrio fisiologico della tua massa muscolare per far si che nel ristabilirsi di tale omeostasi il muscolo diventi più forte e più grande. Ma se ti spezzi troppe volte tale situazione creerà dei precedenti.

Quando ero adolescente volevo fare il batterista professionista, in preda ad una marea di eventi dal vivo mi sono ritrovato a suonare per due giorni di seguito per un minimo di 6 ore al giorno. Quando mi sono svegliato dopo questa maratona, come tutte le mattine mi sono messo davanti al mio pad (una roba per esercitarsi) a fare gli esercizi e BOOM.

Mi sono procurato una super tendinite e ancora oggi, anche se sono passati decenni da quell’evento che mi ha imposto uno stop di quasi 6 mesi, sento dolori alle braccia che risalgono a quel passato. A volte è solo consapevolezza di sforzare i tendini altre volte è ancora quel ricordo che si palesa nel corpo.

La mia tendinite

Ma da quell’evento traumatico che mi ha fatto interrompere un tour del Nord Italia con il mio gruppo e una marea di occasioni musicali ho imparato molto: la prima cosa ho imparato a riconoscere lo sforzo e a riposare nei momenti giusti.

Prima ero una “macchina da guerra inconsapevole” suonavo fino a quando non ero talmente stremato da non riuscire più a tenere correttamente le bacchette, iniziavo ad usarle come martelli perché braccia e mani avevano completamente perso la loro capacità di articolare movimenti fluidi. Da incosciente non riconoscevo quei segnali come spie per rallentare.

Oggi capisco bene quando sto sforzando i tendini perché solo quando ti sviluppi una tendinite riconosci quel dolore in modo netto e distinto. E’ come se diventassi super consapevole di qualcosa che prima si confondeva con lo sforzo muscolare.

Per uscire da quel periodo ho dovuto fare riabilitazione e svolgere un sacco di esercizi per scaldare e allungare i tendini, esercizi che faccio ancora oggi ogni giorno quando mi alleno. Un altro piccolo regalo che arriva da una condizione negativa, che ripeto non mi ha reso più debole ma più consapevole!

Inizialmente mi aveva indebolito, mi aveva convinto di avere “tendini deboli” non geneticamente predisposti per suonare la batteria (visto che mia madre aveva avuto diverse volte problemi simili) ma nel tempo ho capito che era stata tutta colpa mia, dovevo ascoltare maggiormente il mio corpo e seguire ciò che mi stava dicendo: fermati o ti farai male!

Ogni apprendimento è nel passato

Lo so è banale ma come tutte queste cose dobbiamo prenderle in esame, soprattutto se pensi che il passato non abbia rilevanza e che anzi sia da cancellare. In realtà tutto quello che impariamo è accaduto nel passato e come puoi immaginare se impari qualcosa ma non puoi farne tesoro, cioè non puoi utilizzarla non l’hai davvero imparata.

Se hai preso la patente 20 anni fa ma poi non hai mai più guidato è un po’ come tu non l’avessi presa davvero quella patente. Si magari a livello legale potresti ancora guidare ma è molto probabile che le tue abilità da pilota si siano profondamente deteriorate. Quindi ecco un altro collegamento temporale interessante:

Per fare davvero tesoro del passato (e di ciò che abbiamo appreso da esso) è necessario utilizzare ciò che abbiamo imparato. Detto in altre parole l’unico modo per fare tesoro del passato è andare a ripescare nel presente ciò che c’è stato per riportarlo qui e ora.

E’ come lo utilizzi adesso, rullo di tamburi: influenza pesantemente la qualità di ciò che hai appreso allora. Proprio come per la patente se hai imparato ad aver paura dei giaguari quando lavoravi al circo ma da decenni non ne vedi uno è probabile che anche la tua paura si sia modificata nel tempo.

Ci sarebbe stato solo un modo per continuare a mantenere alta la “paura dei giaguari” è sarebbe stato quello di pensarci continuamente per anni. Portandola cioè continuamente nel presente senza cercare di metterla sotto un’altra luce. Si perché in realtà più guardiamo in faccia ciò che ci spaventa e più diventiamo capaci di guardarla, cioè ci spaventa sempre meno.

Quando c’era la guerra…

Quando parliamo, ripensiamo, ricordiamo qualcosa dal passato questo non emerge mai com’era in realtà. Perché i ricordi nella nostra testa non sono conservati come se si trattasse di un archivio, di un cassetto come direbbe Gerry Scotti ai suoi concorrenti. Ma è una continua ricostruzione di quegli eventi che riportiamo nel presente.

Per questo motivo i vecchi di una volta parlavano sempre della guerra, perché quei ricordi così intensi non solo li avevano colpiti nel profondo. E in molti casi anche traumatizzati, ma parlandone si ottiene una sorta di effetto di “ammorbidimento” di quella memoria. E’ un po’ come prendere un tizzone bollente dalla brace.

Lo prendi e lo fai saltellare da una mano all’altra perché scotta, se lo fai molto velocemente però il carbone non ha il tempo di bruciarti (questo è il trucco segreto della pirobazia, la camminata sui carboni ardenti) proprio come un ricordo del passato, se lo guardi molto velocemente e scappi subito non ti fa troppo male.

Ma se lo appoggi per terra, aspetti qualche istante e lo riprendi, subito avrà una temperatura simile e ti costringerà a lanciarlo da una mano all’altra ma via via che ripeti questa operazione diverrà piano pianino un semplice pezzo di carbone caldo ma non bollente, fino a farlo diventare tiepido.

Insomma spero di averti acceso qualche lampadina con questa metafora del carbone, continuiamo questo affascinante discorso nel Qde di oggi che sarà zeppo di risorse, perché c’è ancora tantissimo da dire su questo tema.

A presto
Genna

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