Le storie sono importanti perché TU sei la più importante delle storie!

Hai mai sentito dire frasi del genere: “Quelle lì sono tutte storie”, “dai su non fare storie”? Sono tutte affermazioni che legano il termine “storia” con l’idea di bugia, frottola, irreale, ecc.

Noi esseri umani siamo bravissimi a raccontare e raccontarci storie e a quanto pare tale abilità ci hanno consentito di creare quella che oggi chiamiamo società.

Le storie non sono “semplici racconti” ma sono modalità con le quali creiamo cultura, educazione e molto altro… buon ascolto:

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Le storie nella storia

Secondo Yuval Noah Harari una delle caratteristiche che hanno consentito agli esseri umani di evolversi è proprio stata la capacità di creare narrazioni condivise: miti, religioni, ideologie, ecc.

Simboli che ci hanno aiutato a radunarci “sotto un’unica bandiera” per poter cooperare e massimizzare la nostra sopravvivenza. Prima della così detta “rivoluzione cognitiva” avvenuta circa 70000 anni fa, vivevamo in gruppi ristretti di cacciatori raccoglitori.

Poi abbiamo iniziato a raccontare storie che consentissero di organizzarci in gruppi sempre più estesi e per farlo abbiamo creato “narrazioni condivise a cui credere e per le quali combattere”.

Sembra strano pensare che ci siamo evoluti “raccontandoci storie” ma se ci pensiamo bene è assolutamente plausibile e naturale. Tutti gli esseri viventi hanno dei sistemi di comunicazione simbolici che utilizzano per scambiarsi “dati ed informazioni”.

Ma mentre nel regno animale in generale tali sistemi sono rigidi, composti da segnali chimici, elettrici, comportamenti istintuali comuni, ecc. Negli esseri umani vi è un sistema di codifica simbolica flessibile ed unico, quello che ti consente di comprendere queste parole: il linguaggio.

Il linguaggio

Da anni diciamo che il linguaggio è un “sistema rappresentazionale” il che significa che attraverso le parole noi rappresentiamo il mondo del quale facciamo esperienza. Lo so è sempre lo stesso concetto ma fidati che dentro c’è un mondo pronfodissimo.

Tale concetto è ancora una volta “la mappa che non è il territorio”. Attraverso la parola noi descriviamo il territorio, ciò di cui facciamo esperienza riuscendo a dare un’idea di ciò che stiamo rappresentando senza il bisogno che chi ci ascolta debba fare quella esperienza.

Posso descrivere a parole quanto è pericoloso attraversare quel fiume perché ci sono degli animali strani che ci vivono dentro e che hanno mangiato mio cugino l’altro giorno. Certo potrei disegnarlo su una parete, come abbiamo fatto per millenni ma dirlo a parole è più rapido.

Non è solo più veloce ma è anche più flessibile, posso modificare ciò che cerco di trasmettere in base al feedback di chi ho davanti. Ovviamente per riuscire a farlo è necessario costruire un insieme di simboli condivisi che mi aiutano a far capire che “coccodrillo” significa quell’animale la.

La lingua è questo: un sistema di simboli condivisi che ci aiuta a creare delle rappresentazioni di altro. In questo momento leggi delle parole che hanno a che fare con delle esperienze anche se effettivamente non stai facendo alcuna esperienza sensibile.

Simboli e mente

Per molti ricercatori la capacità di creare simboli è sinonimo di mente, cioè di una qualche capacità di elaborazione della realtà sottoforma di informazioni. Tale mente non è posseduta solo dagli esseri umani ma molti altri animali hanno la capacità di astrarre simbolicamente.

E sembra esserci una relazione diretta tra la capacità di astrarre, cioè di creare simboli e quella che solitamente chiamiamo “intelligenza”. Cioè più siamo bravi a manipolare queste rappresentazioni e più veniamo considerati “intelligenti”.

Questo non vale solo per gli umani ma anche per gli animali, quelli che riescono a creare “rappresentazioni complesse” sembrano avere comportamenti molto simili a quelli dell’uomo. Cosa c’entra tutto questo con il tema delle “storie”? Tantissimo!

Infatti per poter creare una storia è necessario costruire simboli in modo decisamente complesso e se è vero che la cultura modifica il cervello è molto probabile che tale attività ci abbia condotti alle nostre facoltà intellettive moderne.

E’ quindi facile ipotizzare che il ruolo del “raccontare storie” non sia stato solo vitale per comunicare con gli altri ma anche con “noi stessi” creando un pensiero riflessivo che ha espanso la nostra coscienza nei millenni di interazioni tra noi, tra di noi e tra noi ed il mondo circostante.

Le storie sono “cibo per la mente”

La mente adora le storie probabilmente perché si fonda su di essere o meglio si è formata grazie ad essere e grazie a tale capacità di creare rappresentazioni simboliche del mondo. Ed il modo migliore per farlo è attraverso le narrazioni.

Si certo anche le arti visive, musicali e sceniche hanno un potere incredibile sul nostro cervello ma anche queste non sono così potenti se non danno una idea di “storia”. Cioè se non hanno una narrazione con un inizio ed una fine, non hanno una forma, una “gestalt” per i miei colleghi più tecnici.

Con questo non voglio assolutamente dare un primato al “linguaggio verbale” nei confronti di altre modalità di comunicazione ma semplicemente dire che l’apice del simbolismo non è visivo come spesso pensiamo ma è “verbale e linguistico”.

Di certo un simbolo visivo è in grado di rappresentare più cose contemporaneamente e anche con maggiore dovizia di dettagli, soprattutto se stiamo trasmettendo informazioni visive. Ma il linguaggio ha una peculiarità particolare, quello della estrema flessibilità.

Un esempio molto potente è quello di Magritte con il suo dipinto nel quale vi è rappresentata una pipa e c’è scritto: “questa non è una pipa”, come per ripetere ancora “la mappa non è il territorio”, il che significa questo simbolo rappresenta una pipa ma non puoi fumarla ed usarla come “una pipa”.

La “pipa”

Nella La Trahison des images, Magritte ha giocato con il linguaggio quasi lasciando intendere di aver dovuto scrivere cosa intendesse comunicare con il suo dipinto perché la sola “pipa” non avrebbe reso. Sarebbe come vedere un film muto, il quale sicuramente può dare molte informazioni ma non le stesse che può dare il linguaggio.

Questo è probabilmente il vero vantaggio degli esseri umani nel regno animale quello di aver sviluppato un modo per condividere le storie che andasse al di là del mondo sensibile. Consentendoci di astrarre sino alla creazione di mezzi “per astrarre” e conservare le informazioni.

I famosi “artefatti cognitivi”, come quello che stai utilizzando per leggere queste parole, sono il passaggio ulteriore di quel modo di simbolizzare il mondo ed è anche per questo che secondo molti antropologi la nostra evoluzione è legata strettamente agli artefatti.

Ma il primo vero artefatto cognitivo è la lingua, intesa come sistema simbolico condiviso che utilizziamo per comprenderci. Lo abbiamo visto molte volte citando il filosofo Carlo Sini: “l’alfabeto è una delle prime forme di tecnica”.

E noi esseri umani ci siamo evoluti anche (e forse soprattutto) grazie ad esso e alla nostra capacità di portare dentro di noi quei simboli, sino alla costruzione di quella che chiamiamo “mente” o “psiche”.

La storia più importante

Fra tutte le storie che ci raccontiamo (e che raccontiamo agli altri) ne esiste una di particolare importanza: la storia della tua vita! Le nostre memorie, così dette “auto-biografiche” sono composte da storie. Non mi credi? Rispondi a questa domanda: “come andavi a scuola?”.

“In autobus” … a parte gli scherzi, se hai terminato il periodo scolastico a questa domanda ti verranno in mente un sacco di ricordi, e se provi a pescarne anche solo uno, scoprirai che questa memoria è in fondo una storia.

E’ il racconto di ciò che ciò che è accaduto, non è un vero racconto ma se devi parlarmi di quel momento lo fari con una storia. “Sai non ero molto bravo, soprattutto perché odiavo la matematica. La professoressa poi era una vera arpia; un giorno mentre ero in corridoio”…bla bla bla.

Ora puoi fare la stessa identica cosa con la tua “identità”, lo abbiamo visto molte volte in questi anni. Se ti chiedo: “Tu chi sei?” come se fossi una specie di alieno che vuole pacificamente identificarti, tu risponderai con una serie di storie.

Solo quando la situazione è strutturata culturalmente è possible rispondere a questa domanda in modo freddo, solo con i dati e senza storie. Pensa a quando ti ferma la polizia, dove devi offrire le tue generalità. O a scuola mentre sei nei corridoio: “lei chi è?”; “Gennaro Romagnoli III c”.

Più storie che altro

In puntata ho utilizzato un’iperbole: “abbiamo più storie che cellule” facendo riferimento alle scoperte legate alla quantità di microbi che vivono dentro e fuori da noi. Secondo alcune ricerche abbiamo più batteri (diciamo buoni) dentro di noi che cellule.

Ora si potrebbe pensare che sia un’analogia impropria perché dopotutto sia le cellule che i batteri sono esseri viventi mentre le storie non lo sono. Eppure si comportano esattamente come se lo fossero, ti basta pensare alla famosa memetica.

Hai presente i famosi “meme”? Ecco quel nome è tratto dagli studi di Richard Dawkins e ne abbiamo parlato un sacco di volte, il noto biologo inglese ha paragonato il propagarsi di alcune storie con l’epidemiologia dei virus e dei batteri.

Le storie si riproducono, subiscono mutazioni e si propagano per contagio. Tale contagio può avvenire anche a grande distanza, ad esempio potrei contagiarti con queste idee anche se vivi dall’altra parte del mondo e a tua volta potresti “contagiare” qualcuno lì accanto a te.

Lo so è truce parlare in questi termini oggi ma è un ottima analogia che mette in mostra altre peculiarità delle “storie”… siamo talmente imbevuti di storie che non ci rendiamo conto della loro onnipresenza. Continuiamo questo discorso nel Qde.

A presto
Genna

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2 Commenti
  • Ciao Genna, bellissimo podcast ed articolo. Conosco i libri di Harari e quando lessi quella parte della rivoluzione cognitiva mi fece riflettere sulle storie che mi stavo raccontando. Ora magari meditando tutti i giorni mi accorgo più facilmente di quando me ne racconto una e mi sento molto più libero di viverle senza per forza di cose identificarcisi… una volta avevo un sacco di storie associate alle mie vacanze da piccolo al mare, con gli amici, ecc. per cui quando ci ritornavo tutte quelle storie risaltavano fuori con un senso di nostalgia e un po’ di rammarico. Ora tornando in quei posti non mi sento più vittima di quelle storie, perchè le ho riconosciute come tali. Mi sapresti consigliare un libro in merito all’argomento di cui hai parlato oggi? Grazie Genna!
    PS: dove posso trovare l’intervista che hai fatto a Roberto Mercadini? Grazie!!

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