La mente distratta: come funziona davvero la nostra attenzione?

Quanto sei facilmente distraibile? Hai “la mente distratta“?

Qualche episodio fa abbiamo visto una “scala” (che trovi qui) che ci consentiva di capire quanto fossimo “presenti” nella e “alla” nostra vita quotidiana.

Sembrano tante parole vuote ma in realtà la capacità di stare davvero attenti è l’ultima a comparire (arriva verso i 20 anni l’apice) e la prima ad andarsene con l’età.

Le neuroscienze che si occupano di questi meccanismi stanno scoprendo cose davvero affascinanti… vediamone alcune.

Ascolta “309- La mente distratta: come funziona davvero la nostra attenzione?” su Spreaker.

L’ultima ad arrivare e la prima ad andarsene

Ma pensa che “sfiga” la nostra meravigliosa corteccia pre-frontale, sede di tutti i meccanismi di “controllo cognitivo“, responsabile anche della nostra attenzione, è l’ultima a comparire e la prima ad andarsene.

Arriviamo circa verso i 20 anni ad avere il massimo della capacità di “controllo” per poi perderlo per primo e in modo abbastanza graduale intorno ai 60 anni.

In realtà gli studi indicano che lo perdiamo ogni giorno dai 20 anni in poi, una visione abbastanza triste che però è comprovata da vari studi. Per fortuna ci sono anche ricerche che ci aiutano a capire come preservarci.

Al di là delle patologie legate alla senilità la cosa da notare è che ci sono persone di sessanta anni che sembrano ragionare come un trentenne e quarantenni che sembrano lenti come i sessantenni.

In questo l’ambiente sembra giocare un ruolo prezioso, se una persona ha studiato ha un decadimento più lento, perché? Forse le conoscenze lo salvano dall’invecchiamento del cervello? In parte si ma anche no…

Conoscenza e invecchiamento

Vedere come invecchia il cervello è un buon modo per capire che cosa dobbiamo tenere allenato per evitarlo. Chi ha studiato sembra avere maggiori “risorse cognitive” in tarda età e questo per un effetto di training.

Cioè se hai studiato probabilmente svolgi un lavoro che ti richiede delle risorse cognitive simili al periodo in cui studiavi, e questo fa si che il tuo cervello debba costantemente restare in allenamento.

Chi ha un livello scolastico alto ha l’abitudine a leggere, a seguire discorsi complessi e si spaventa di meno (o almeno così dovrebbe essere) quando ci sono nuove cose da imparare.

Questo non è un elogio allo studio, cosa che dovremmo comunque sostenere nel nostro paese che ha il numero più basso di laureati in Europa, ma è un elogio al fatto che possiamo e dobbiamo tenere allenato il cervello.

La frase più nota è sempre la stessa: “se non lo usi lo perdi”, sembra una roba fatalistica e spaventosa ma è la pura verità. E per fortuna funziona anche al contrario: se lo alleni puoi recuperarlo e renderlo anche più forte.

Il cervello “è un muscolo”

Questa metafora super abusata e poco precisa è in realtà la modalità più semplice e diretta per far capire alle persone come funziona il cervello: se lo alleni diventa più forte se non lo alleni tende a perdere colpi, come ogni “altro muscolo del corpo”.

E’ chiaro però che in realtà noi siamo sempre costretti ad usare il cervello anche quando non vogliamo. Ogni giorno ascoltiamo notizie e oggi grazie alla rete leggiamo anche abbastanza, sicuramente di più di quanto non facessimo prima.

Ah si un altro modo per allenare il cervello è la lettura, mi sono dimenticato di includerlo tra i punti ma ci abbiamo dedicato molte puntate, anche la precedente. Che tu legga di proposito o meno, oggi sei costretto a leggere e ascoltare concetti complessi.

Dalla politica all’avanzare infinito della tecnologia siamo investiti di concetti complessi che richiedono un uso intensivo del nostro caro cervello, anche quando non lo vogliamo.

Il muscolo è in movimento ma spesso in modo del tutto casuale e non deliberato, cosa che sappiamo fare tutta la differenza del mondo (Vedi Ericsson) sapere quali muscoli esistono può aiutarci a comprendere.

Riconoscere la nostra “fisiologia”

Riconoscere che è un certo gruppo di muscoli il responsabile della nostra postura è il modo migliore per aiutarci a migliorarla. Banale vero? Si ma non così tanto come sembra.

Sapere che la rete neurale responsabile della concentrazione non è la stessa responsabile della soppressione delle distrazioni, non è per nulla banale. E’ chiaro che entrambe contribuiscono a creare il focus ma distinguerle è utile per molti motivi.

Il primo motivo è clinico: sapere che quella rete può deteriorarsi può aiutarci a comprendere molto del nostro comportamento in caso di acciacchi o di perdita della funziona a causa dell’età.

Allo stesso tempo conoscere per bene cosa “tende a deteriorarsi” ci porta al secondo motivo: il cercare di creare dei training che ci aiutino a preservare e in alcuni casi accrescere quella funzione intenzionalmente.

Proprio come capita oggi in palestra, i personal trainer sono molto più preparati rispetto a 20 anni fa, perché studiando abbiamo compreso come far lavorare in modo specifico determinati muscoli.

Le distrazioni e le interferenze

Ciò che davvero inficia la nostra attenzione quindi non sarebbe la capacità di allocarla in un punto specifico ma di tenercela e ciò che rende tale lavoro davvero difficile sono le distrazioni e le interferenze.

In altre parole il nostro muscolo che si occupa di restare attento non è lo stesso che si occupa di gestire queste due “distrazioni”, e la ricerca indica che si possono allenare in modo distinto a causa della loro natura.

Come dicevamo ciò che distingue i giovani dagli anziani quindi non è la capacità di concentrarsi ma di non distrarsi, di rafforzare il filtro attentivo che ci consente di selezionare le informazioni adatte e di scartare quelle inutili.

E’ qualcosa che fai naturalmente ogni giorno, anche in questo preciso momento se cerchi di comprendere davvero queste parole. E devi sapere che qui sul web è molto più difficile che sulla carta stampata.

Perché qui hai 1000 distrazioni in più, puoi passare da una pagina ad un’altra, puoi cliccare un link, essere attratto da un banner ecc.

Riprodurre la realtà

Come sai se mi segui il nostro cervello è una specie di simulatore della realtà che cerca costantemente di ricrearla al meglio delle sue possibilità. Lo fa perché grazie alle sue mappe ci consente di muoverci agilmente nel mondo.

Tale riproduzione per quanto riguarda l’attenzione è spesso mediata da quella che viene definita: memoria di lavoro, che potremmo rappresentare come se fosse la RAM del nostro cervello. Cioè quante informazioni riesce a gestire contemporaneamente.

Tale rappresentazioni si creano in pochi secondi e svaniscono anche in pochi secondi. Se ora ti chiedo di guardare altrove per poi tornare a leggere il tuo occhio sarà bravissimo a tornare proprio sulle parole giuste e sulla riga giusta.

Ma se tale distrazione dura per più di 7 secondi ecco che farai molta più fatica a recuperare la riga giusta perché quel ricordo verrà “rovinato” dal passare del tempo. Più tempo passa e più diventa difficile recuperare il punto di partenza.

La stessa cosa capita a chi medita ed è abbastanza consapevole da notare quando si perde per troppo tempo, 7 secondi sembrano pochi ma mentre si medita possono essere un tempo molto dilatato, tanto da farci dimenticare perché siamo li con gli occhi chiusi.

La meditazione

Notare le distrazioni e tornare gentilmente dove eravamo è praticamente la descrizione tecnica di ogni forma di meditazione di consapevolezza. E infatti gli scienziati si sono accorti da anni che questo è l’esercizio principe.

Che come abbiamo visto in una recente puntata si addestra solo se lo alleniamo in modo intenzionale e non solo se giochiamo a restare più attenti durante la nostra quotidianità.

Già solo sapere che l’attenzione si fonda principalmente sulla capacità di mettere da parte le distrazioni dovrebbe farci pensare alla pratica della meditazione. Si perché in questo campo ci siamo allenati per millenni.

E nei millenni abbiamo scoperto che il modo migliore per gestire le distrazioni non è fare finta che non ci siano, escluderle dalla nostra attenzione ma è invece fare il contrario, è notarle quando emergono.

E quando le notiamo non dobbiamo restare a chiederci cose del tipo: “ma perché mi sono incastrato? Che cosa significherà quell’immagine? Forse è meglio che faccia altro?” tutti questi pensieri aumentano il potere della distrazione.

Ecco perché diciamo “senza giudicare” cioè senza perderci a cercare di capire perché è emersa quella distrazione per tornare al nostro punto nel presente. Approfondiamo questo tema nel Qde…

Alla prossima
Genna

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