Inconscio digitale: la tecnologia ci conosce meglio di quanto conosciamo noi stessi?

Esiste davvero un inconscio digitale? Ciò che in questo momento sto scrivendo o ciò che tu hai appena scritto sui social può realmente influenzare il tuo comportamento e i tuoi atteggiamenti?

Questo è il tema della puntata 311 del podcast che va a ripescare la nostra cara “psicologia digitale” per rimarcarne ancora l’assoluta importanza e attualità.

Che tu ci creda o meno siamo immersi in questi ambienti digitali, anche se non lo vogliamo fanno parte del nostro tempo ed è bene imparare a riconoscerli e diventarne consapevoli. Buon ascolto..

Ascolta “311- Inconscio digitale: la “tecnologia” può davvero influenzare la nostra mente?” su Spreaker.

Tutto ciò che non conosci di te stesso

Tutto ciò che non conosciamo di noi stessi può influenzarci senza la possibilità di rendercene conto, non sto parlando solo delle nostre esperienze passate o del nostro corredo genetico, intendo tutto ciò che fai e produci.

Lascia che ti racconti una storia: quando ero adolescente suonavo con un gruppo che si era fatto un “piccolo nome” nel mio paesino. Così di tanto in tanto c’era qualche “fan” che lasciava alcuni ricordini per il Paese.

Un giorno il mio professore di “tecnica bancaria” (ti ricordo che sono un ragioniere come Fantozzi) vede che sul mio zaino capeggia una strana scritta “The Road” (il nome del gruppo), mi prende in disparte e mi dice:

“Cosa significa quella scritta?” rispondo: “è il nostro gruppo!” e lui ribatte: “ok allora tu e il vostro gruppo dovete prendere una bella spugna e andare a pulire alcuni muri imbrattati di recente.

Si il professore era anche il vice sindaco per cui si preoccupava dell’urbanistica, ma il fatto è che nonostante non avessimo scritto noi quelle “tag” ne eravamo comunque responsabili ed influenzati in un qualche modo.

Ok mi rendo conto che questa storia può sembrare davvero lontana da quanto hai ascoltato nella puntata… seguimi fino alla fine perché la riprenderemo.

Inconscio

Esistono molte formulazioni teoriche dell’inconscio, non è stato di certo Freud il primo ad immaginare che dentro noi stessi ci fossero “forza a noi sconosciute” però lui è stato uno dei primi scienziati.

Cioè ha provato a correlare ciò che osservava nel suo studio (la clinica) con ciò che ipotizzava sul funzionamento della mente umana. Non è partito dal nulla come la gente crede, ma aveva già numerosi appoggi teorici, il principale dato da Arthur Schopenhauer.

Come come abbiamo detto ipotizzava che l’animo umano fosse spinto da due forze legate alla sopravvivenza della specie (si perché il 99% della psicologia nasce e cresce grazie alla teoria di Darwin): l’aggressività e la sessualità.

Insomma una spinta potremmo dire “tutta biologica” e Richard Dawkins avrebbe aggiunto parafrasando: “fatta da un essere biologico che è dentro di te e che ha come unico grane obiettivo quello di replicarsi, il tuo gene egoista”.

Freud ci aggiunge l’aspetto psicologico e relazionale, cioè di come i nostri pensieri vengano influenzati da quelle forze e anche da altre che poi scoprirà lungo l’arco della sua vita. Siamo quindi passati dal biologico al mentale.

Dal mentale al digitale

Ti piace usare gli strumenti digitali quanto piace a me? Sai perché ci piace così tanto? Perché sono fatti a nostra immagine e somiglianza. Esatto, quando cerchi una parola su google devi sapere che lui sta usando qualcosa di molto simile a come anche tu cerchi dentro di te.

Ed è anche per questo che filosofi e narratori (più o meno fantascientifici) hanno iniziato a parlare di “spostare la coscienza” da un luogo all’altro, da una piattaforma ad un’altra. Se questa ovviamente fosse fatta di bit!

Ok sto tirando il concetto per i capelli, perché in realtà sono i programmatori ad aver creato delle interfacce che ci consentissero di percepire questi ambienti come “identici a noi” ma il risultato è molto molto convincente.

Tanto che già negli anni 60′ alcuni cognitivisti usavano dei modelli del funzionamento della mente identici a quelli del computer (la HIP Human Information Processing) che ha anche dato lo spunto a diverse teorie attuali.

L’inconsapevolezza tecnologica

Se cerchi “inconscio digitale” ciò trovi è qualcosa di simile alle nostre “scatole nere”, ti ricordi? Il concetto che descrive il fatto che oggi utilizziamo strumenti di cui ignoriamo quasi completamente il vero funzionamento.

Il digitale è la punta massima di tale inconsapevolezza, non perché sia la cosa più complessa con cui abbiamo a che fare (quella è ancora il cervello… almeno per ora) ma perché è quella più facilmente camuffabile grazie al concetto di “interfaccia”.

Chi ha la mia età di ricorderà che solo una manciata di decine di anni fa per poter usare un computer qualsiasi bisognava apprendere un linguaggio molto complesso, si i famosi “linguaggi di programmazione” (più o meno).

Se volevi parlare con la macchina dovevi imparare il suo linguaggio o uno dei tanti linguaggi per cui era predisposta. I computer poi sono diventati sempre più piccoli e alla portata delle tasche di tutti, bisognava trovare dei modi per far si che tutti “potessero interfacciarsi con le macchine”.

Ed ecco arrivare le finestrelle, il mouse, le icone ecc. E nel giro di poco tempo le interfacce sono diventate sempre più semplici, sempre più intuitive, sempre più lontane da ciò che realmente accade all’interno della macchina.

Semplicità non sempre è sinonimo di inconsapevolezza

Quando da ragazzo provavo ad imparare il Dos e altri linguaggi per parlare con il computer la mia conoscenza della macchina era molto inferiore a quella che possiedo oggi.

Il fatto che le interfacce di oggi siano molto semplici non è solo un vantaggio legato alla usabilità ma anche al suo funzionamento. Quando usavo i linguaggio di un tempo non ero abbastanza bravo nel loro funzionamento per capirne la logica.

Poi quando sono arrivate le finestre ho iniziato a capire la logica del computer, il fatto che il tutto fosse organizzato in sistemi, cartelle e sotto cartelle mi ha chiarito anche alcuni comandi Dos, cioè la loro logica sottostante.

Questo anche perché tale situazione è accaduta in “periodo di mezzo”, tra la fine degli anni 90′ ed i primi anni del 2000, quando Windows funzionava ancora in modo ibrido con il “dos” e per fare alcune cose bisognava ancora usare “comandi strani”.

In quel periodo tutto era organizzato nello stesso modo: directory e cartelle erano anche la forma principale dei primi siti internet che funzionavano esattamente con la stessa logica del computer che utilizzavi, ancora oggi, tuttavia tale architettura oggi è invisibile un tempo si intravedeva.

Cosa compro?

Poi, apparentemente da un giorno all’altro, milioni di utenti online hanno iniziato a notare che la pubblicità che trovavano in giro era particolarmente adatta a loro. C’era chi ci arrivava prima e chi dopo in base alla cultura “digitale di base”.

Solo pochi anni fa alcuni politici se la prendevano con i giornalisti perché mettevano strane pubblicità accanto alle loro interviste, per scoprire che tali adv (abbreviazione di advertaising) venivano fuori in base ai suoi interessi personali e non scelti dal giornale.

Abbiamo così tutti iniziato a parlare di privacy e con essa di “big data” ancora prima che questo termine divenisse noto al grande pubblico per il suo uso attuale: il cibo principale della la moderna intelligenza artificiale.

Aggregando i nostri dati i computer moderni hanno fatto qualcosa che i miei colleghi scienziati sociali dovrebbero in un qualche modo “applaudire”, sono riusciti a dimostrare che attraverso i dati è possibile conoscere la nostra “mente”.

Bisogni, desideri, tendenze, gusti personali ecc. tutte queste cose raccolte con tantissimi dati e fonti differenti, utilizzando complessi algoritmi che lavorano in modo statistico, riescono a prevedere i nostri comportamenti e a conoscerci di più di quando noi stessi ci conosciamo: ecco l’inconscio digitale!

La ricerca psico-sociale

Dicevo che i miei colleghi dovrebbero rallegrarsi perché in fin dei conti è ciò che economisti, sociologi e psicologi fanno ormai da secoli: raccolgono dati (anche molto diversi tra loro) e correlandoli cercano di fare previsioni sul nostro comportamento.

Ebbene “cari scienziati sociali” avevamo ragione, così come tutti i filosofi e gli psicologi del passato che lo avevano ipotizzato: il comportamento umano è simulabile e prevedibile attraverso la raccolta di dati e la loro elaborazione statistica.

I pubblicitari dei primi anni del 900′ avevano già intuito qualcosa del genere ed applicato le teorie freudiane e comportamentiste al loro lavoro. Oggi la cosa è ancora più inquietante perché le ipotesi che si creano non sono quasi più generate dagli scienziati.

Lo so è un discorso complesso ma lascia che mi spieghi meglio: immagina che la nostra teoria sia che le persone tendano ad amare le parole che iniziano con la “a” di amore. Creiamo un algoritmo che verifichi la nostra idea e ci becchiamo “le parole che iniziano con la A” sono le più cliccate.

Poi un giorno l’algoritmo avanzando con la sua raccolta dati scopre che le parole che funzionano meglio non sono quelle che assomigliano al termine “amore” ma al termine “andare” e da li modifica l’ipotesi di partenza e con essa tutta la teoria.

Capire qualcosa di più su noi stessi

Quindi paradossalmente il fatto che le macchine attraverso l’analisi statistica dei dati riescano a capire meglio di noi… noi stessi, non è solo un male ma apre anche nuove e affascinanti aree di ricerca per la psicologia sociale che da sempre ha usato la statistica per le proprie indagini.

Se hai visto le nostre puntate sull’intelligenza artificiale avevamo già parlato di come il rapporto tra “umani e macchine” stiano cambiando più i primi che i secondi. Ti basta guardare il documentario di Netflix e vedere ciò che dice il campione mondiale di “Go”!

Per quanto mi riguarda sono dello stesso parere del prof. Luciano Floridi quando parliamo di IA, dobbiamo prenderla molto più serenamente non si tratta della nascita di androidi assassini che ci uccideranno tutti, per ora siamo molto lontani da quel tipo di intelligenza.

Ti lascio qui sotto uno speech del prof. Floridi, con questo però non voglio dire che non dobbiamo stare attenti, anzi dobbiamo esserlo ancora di più, tuttavia dovremmo evitare di creare falsi allarmismi che in realtà bloccano la cosa più importante che una società possiede: la ricerca!

Ti lascio anche questo video dove viene spiegato cosa s’intende in modo molto semplice per “inconscio digitale” in un’accezione simile a quella esposta nella puntata di oggi.

Il professore e i muri

Ora come ti dicevo quel professore era il vicesindaco del mio paesino e ci teneva a scoprire chi diavolo fosse andato in giro ad imbrattare i muri. Quando gli ho detto che non ne sapevo niente non mi ha creduto.

Per fortuna quel prof. oltre ad essere un uomo molto intelligente era anche un supplente, per cui lo abbiamo avuto solo per qualche mese e poi non lo abbiamo più visto a scuola… ma in giro per il paese si!

Qualche mese più tardi stiamo per suonare in un locale per una festa di compleanno, il pub era stra pieno e noi ci preparavamo per la serata. Quando d’un tratto appare il prof. che sorridente mi dice: “allora sono questi i Road eh?”.

Ci siamo sorrisi ed io sono entrato a suonare, quelle scritte sono sparite dai muri ma il mio ricordo è rimasto. Un bel ricordo, anche se senza rendermene conto quella scritta fatta al di fuori della nostra consapevolezza era comunque responsabilità nostra.

Soprattutto in un paesino molto piccolo: ok adesso andiamo a denunciare i “Doors o i Queen” per tutte le scritte che ci sono in giro? Assolutamente no, ma era solo per mostrarti quando qualcosa che non sai potrebbe darti molto da pensare.

Continuiamo questo argomento sul Qde…

Ps. qui trovi il video della serata che ti ho appena raccontato… non eravamo una grande band ma avevamo un grande pubblico, anche se non lo sapevamo 😉

A presto
Genna

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