Come diventare “Eroi”: piccole abitudini mentali che migliorano il mondo

Come “diventare eroi” sembra un titolo di un film degli anni 80′ o ancora peggio una sparata di qualche fuffa-guru che cerca di venderti la bacchetta magica… No non è così!

Gli studi del prof. Philip Zimbardo, protagonista dell’ultimo episodio del Podcast, lo hanno portato a considerazioni importanti sia dal punto di vista teorico che pratico su come… si diventa “eroi”.

Il tutto tratto da una piccola e recente esperienza, quella che mi ha visto al fianco del leggendario psicologo per la presentazione del suo ultimo libro… insomma un piccolo sogno che si avvera.

Buon ascolto…

Ascolta “298- Perché dovresti diventare “un Eroe”? La psicologia dell’eroismo… tra male e bene…” su Spreaker.

Il bene e il male

Come spero tu abbia ascoltato nella puntata di oggi gli studi di Zimbardo hanno toccato tantissimi aspetti della vita umana. Ne ho omessi diversi magari ne parliamo più avanti ma per quanto mi riguarda questo è il più importante.

Sottolineare il fatto che le persone non siano “buone o cattive” ma che tale linea è sottile e può essere attraversata da chiunque se messo in una brutta situazione. Lo so sembra una scusa, e infatti non deve assolutamente manlevare le persone dalle proprie responsabilità.

Lo abbiamo visto nell’ultima puntata quanto è importante assumerci le nostre responsabilità, se iniziamo a puntare il dito verso le situazioni in cui ci troviamo il rischio è proprio quello di vederci senza alcuna capacità intenzionale.

Ed invece abbiamo sempre il potere di agire, ma non è facile, soprattutto se il contesto in cui siamo ci ingloba, proprio come l’apologia della rana che non accorgendosi del graduale aumento della temperatura finisce bollita nel suo “stesso brodo”.

Resta comunque nostra responsabilità personale quella di renderci conto di essere finiti in un “cattivo contesto” e cercare di trasformarlo in un contesto positivo oppure, al limite, scappare via.

Il contesto ci influenza

Abbiamo passato mesi a parlare di quanto ciò che ci circonda abbia una sorta di funzione “prime” che ci condiziona, gli abbiamo anche dedicato alcuni versi rivolti ai moderni “premi Nobel”, ti ricordi?

Il contesto da significato alle cose ed è molto semplice da comprendere: immagina di essere un tifoso sfegatato del Milan e di trovarti di fronte allo stadio (durante il derby) un tizio con la magia dell’Inter. Di certo stai particolarmente in guardia.

Se invece lo vedi al bar il giorno dopo con il cappellino dell’Inter e tu hai quello del Milan il massimo che può succede è qualche battuta. Oppure immagina di trovarti un tizio tutto muscoloso, tatuato e con lo sguardo arrabbiato.

Ma sei appena entrato in una palestra di MMA, la cosa è più che normale 😉 Mentre se incontri quel tizio in un vicolo buio di notte, l’impressione che avrai sarà completamente diversa. Banale? Si ma efficace!

I contesti nei quali viviamo decidono in modo implicito il nostro comportamento e le nostre reazioni. E quando veniamo trattati da carcerati tendiamo a comportarci da carcerati… è il famoso effetto Pigmalione.

L’effetto Pigmalione

Anche di questo ne abbiamo già parlato molto in passato si tratta di un fenomeno molto interessante legato alle nostre aspettative: se ti aspetti che una persona si comporti in modo “X” probabilmente tenderai ad indurre tu stesso l’atteggiamento “X”.

E’ la nostra cara “profezia che si auto-avvera“: se pensi che il tuo vicino di casa sia stupido tenderai ad ignorare tutte le prove contrarie ed invece a ricordare ed evidenziare tutte le cavolate che ha fatto.

Se in questo momento ti aspetti di trovare stupidaggini e banalità tra le mie parole, stai pur certo che prima o poi verranno fuori. La ricerca in psicologia lo ha provato in diversi modi ed in diverse salse, anche atroci.

Una di queste è l’esperimento del carcere di Stanford, ma ce ne sono di ancora più interessanti, come quelli legati agli ospedali psichiatrici. Anni fa un collega fece internare altri colleghi con una diagnosi fumosa di “attacco psicotico”.

Erano tutti psichiatri e psicologi, il capo dell’esperimento ha fatto molta fatica a tirare fuori alcuni di loro. Non perché fossero “matti davvero” ma perché il contesto faceva sembrare che così fossero, e il personale cercava solo “i segnali della psicosi” e non della salute mentale.

Sono bias… scorciatoie del pensiero

Se quando entri in un nuovo gruppo noti che Tommaso è particolarmente aggressivo verso di te e verso gli altri, tenderai a pensare che lo sia sempre stato. E così ogni volta che ci parli stari molto attento a non farlo innervosire.

Magari non è vero, hai conosciuto Tommaso in un giorno particolarmente stressante, però nel dubbio il tuo cervello ti dice “stai attento a quello li perché s’innervosisce facilmente”.

Questo in un’altra epoca storica ti avrebbe salvato la vita. Perché poco conta che Tommaso “sia davvero così” ciò che conta è sapere come rispondere ad una eventuale minaccia da parte sua. In altre parole, anticamente era sempre meglio “pensare male” che bene.

E’ per questo motivo che è molto difficile eliminare i pregiudizi, perché sono stati utili e in molti casi lo sono ancora. Tuttavia quando tale fenomeno si fonde con altre caratteristiche, la cosa può degenerare.

Quando si crea il gruppo, un consenso comune, nell’additare un altro gruppo (effetto in-group e out-group), quando il pregiudizio ci porta a vedere l’altro come sbagliato o peggio, causa dei nostri problemi, allora le cose possono precipitare.

Lo so potrei dirti del Nazismo ed effettivamente è in parte ciò che è accaduto ma ci sono cose ben più vicine, come ad esempio l’odio dilagante verso i migranti nel nostro paese.

Chi “esce dalla caverna” rischia da sempre

Nel noto mito della caverna di Platone, chi si libera, esce dalla caverna, scopre di non osservare la realtà e torna per dirlo agli altri… rischia la vita. Così ci racconta uno dei padri della nostra cara cultura occidentale. Lo stesso può capitare agli eroi.

Chi alza la mano per chiedere chiarimenti quando nessuno lo fa, violando l’effetto spettatore, è anche colui il quale rischia di essere additato come il “dissidente” o come “quello che non ha capito e deve ancora capire” ecc.

Chi si ferma quando vede che un ragazzo sta prendendo a schiaffi la propria ragazza davanti a tutti, rischia di essere visto come quello “che non si fa gli affari propri”, dopo tutto “tra moglie e marito è meglio non mettere il dito”.

Se avessimo messo “il dito” qualche anno fa, quando una giovane ragazza è stata picchiata e bruciata davanti a diverse auto che passavano, proprio qui da noi in Italia, forse ci sarebbe un morto in meno.

Chi agisce comportandosi davvero da “eroe” spesso rischia di sentirsi “fuori luogo” e pensare cose del tipo: “Ma perché nessuno interviene? Forse sbaglio se dico qualcosa? Forse è meglio fare come tutti gli altri?”.

Comportamento imitativo

Secondo diverse ricerche noi esseri umani ci siamo evoluti grazie all’incredibile capacità di imitare il comportamento di chi ci sta accanto. Se vai in un luogo completamente sconosciuto, dove non sai quali sono le “buone maniere”, tenderai ad imitare gli altri.

Questo è il metodo migliore per agire senza sapere esattamente cosa si sta facendo. Lo fai anche quando devi direttamente salvare la pelle: se vedi un gruppo di persone che corre con la faccia impaurita nella direzione opposta alla tua, ti giri e probabilmente corri anche tu.

Corri ma senza sapere il perché, ti basta aver visto quelle facce spaventate e immediatamente non solo fuggi ma probabilmente segui quel gruppo, perché sembra sapere che cosa c’è da fare.

Così se tutti prendiamo in giro una persona, anche se tu non sei una di quelle persone che ama prendere in giro, ti ritroverai a far parte anche tu di quel gruppetto di “bulli”. Ancora una volta siamo di fronte ad un comportamento evolutivo.

Tendiamo ad imitarci e questo ci concede di apprendere cose alla velocità della luce, mentre i nostri cugini primati impiegano anni prima di fare alcune cose, se tutti usano il web ecco che anche tu inizi ad usarlo, ma all’inizio, senza sapere bene perché.

L’autorità di Milgram

Probabilmente conoscevi già il terribile esperimento di Stanley Milgram, la cosa divertente è pensare che Milgram e Zimbardo fossero compagni di scuole superiori, con un destino comune ed una origine comune. Infatti Milgram era figlio di migranti ebrei fuggiti all’olocausto.

Pochi però sanno che l’esperimento di Milgram aveva 16 versioni differenti, solitamente ne viene raccontata una sola, quella più terribile e spettacolare. Tuttavia in una di queste prove i soggetti non erano soli insieme allo sperimentatore ma in compagnia di altri “veri soggetti”.

Se il primo soggetto si fermava e si rifiutava di proseguire con le punizioni (le scosse, guarda il video se non l’hai fatto) e il secondo soggetto assisteva, anche lui tendeva a non somministrare scosse potenzialmente dannose.

Al contrario, se il soggetto prima di noi dava scosse “mortali” era molto più probabile che anche noi saremmo arrivati a quel punto. Perché? Ovvio per un fenomeno di imitazione, che non solo ci ha consentito di sopravvivere ma può farci cadere anche in trappola.

In realtà abbiamo parlato anche di questo tema nell’episodio dedicato alla “pressione sociale” agli esperimenti di Asch… ricordi? Il gruppo, insieme al contesto possono influenzarci molto pesantemente.

Agire

Tutta questa carrellata sugli effetti scoperti negli ultimi anni dalla psicologia sociale non è un modo per mostrare quante cose abbiamo scoperto, ma è la base per capire quante barriere devi abbattere per agire “da eroe”.

Ecco perché da un lato possiamo essere tutti eroi e dall’altro siamo davvero pochi a poter annoverare azioni eroiche. L’insegnamento di Zimbardo ci mostra che tutti possiamo fare la differenza agendo, invece che assistendo alle cose brutte della vita.

Ogni giorno abbiamo la possibilità di agire in questa direzione, ma come abbiamo visto non è facile, perché siamo imprigionati dai nostri stessi schemi mentali che, da un lato ci proteggono e dall’altro ci limitano e ci rendono ciechi.

Diventare eroe non significa agire a caso, d’istinto, ma al contrario riuscire a superare quella barriera psicologica creata dalla situazione, dal contesto e non da come siamo fatti.

Basterebbe tenere a mente il 20% di ciò che ci siamo raccontati oggi (e tra i collegamenti della puntata) e riuscire a sfidare tali tendenze nel momento giusto per diventarlo. Quello più semplice da tenere a mente è l’effetto spettatore.

L’effetto spettatore o bystander effect

Questo è uno degli effetti più incredibili e allo stesso tempo complessi, al punto tale da diventare invisibile. Infatti può capitare in molti contesti, non solo nel caso di violenze davanti ai nostri occhi come nell’esempio di Kitty Genovese.

Ma come abbiamo visto anche a scuola, per chi alza la mano o meno, oppure durante un dibattito politico, dove di fronte magari ad affermazioni assurde nessuno si alza in piedi a chiedere spiegazioni, perché? Perché nessuno lo fa.

E più persone sono presenti a quell’evento e meno persone tenderanno ad alzare la mano. La cosa meravigliosa è che basta una sola persona che alzi la mano a motivare l’80% degli astati a fare altrettanto, ancora una volta tendiamo ad imitarci.

Non mi credi? La stessa cosa capita online, magari un “Pirla” scrive un commento cattivo ad un mio post, lo lascio li senza badarlo per giorni. Poi a qualche psinellino gli girano le scatole ed inizia a rispondere per le rime, cosa succede?

Che all’improvviso quel contenuto si riempie di psinellini che difendono il mio punto di vista, meraviglioso. Purtroppo capita anche il contrario, lascio li il commento “del pirla” e altri “prila” seguono l’esempio del primo, scaricando la loro rabbia irragionevole su quel post.

Insomma è un fenomeno ubiquitario… e continueremo a parlarne nel nostro QDE di questa settimana.

A presto
Genna

Ps. Devo ringraziare il dott. Davide Lo Presti per la foto e per il supporto durante la giornata. C’è anche lui in questa immagine ma non volevo confonderti e quindi devo chiedergli scusa per averlo “tagliato”… sorry Davide 🙂

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