Le relazioni virtuali sono reali? Gli occhi sembrano dimostrarlo e solo il “cervello lo sa”…

Una recente ricerca ha dimostrato che le “relazioni virtuali” non sono poi così “irreali”. Il nostro cervello sembra essere in grado di capire, inconsciamente, la qualità della relazione.

Un recente studio ha preso alcuni soggetti e li ha infilati dentro una risonanza magnetica ultramoderna (la Hyperscanning) che consente di monitorare contemporaneamente due “cervelli” in relazione.

Ed ha scoperto che lo sguardo ricopre ancora una volta un ruolo molto importante…

Ascolta “269- Relazioni Virtuali… ecco come risponde il “cervello senza dirtelo”” su Spreaker.

Un delirio che allarga “le vedute”…

Lo so la puntata di oggi sembra un “delirio” perché mette insieme diverse cose come le relazioni, la tecnologia, lo sguardo e molte altre. E’ quello che qualche anno fa avrei definito “delirio”.

Non in termini psichiatrici (una convinzione resistente all’evidenza) ma in termini popolari, quando dici cose senza troppi nessi logici. In realtà i nessi ci sono e se mi segui da quel periodo probabilmente li hai colti tutti.

Ci tengo a ripeterti che Psinel ha come scopo principale quello di divulgare la ricerca e, partendo da questa, ragionare insieme per allargare le nostre vedute con questo “dialogo”.

Si lo so che non è un vero “dialogo a due” ma dopotutto è qualcosa che gli si avvicina davvero molto. E chiunque abbia “dialogato con un libro” sa a cosa mi riferisco, a quella sensazione di poter realmente interloquire con questi concetti.

Così la ricerca di oggi ci parla di tecnologia, relazione e soprattutto di quanto queste siano molto più reali di quanto immaginassimo. Sopratutto da quanto immaginassero i “detrattori” della tecnologia.

E’ solo un inganno del cervello

Forse starai pensando che ciò che porta il nostro cervello a rispondere “come se” fossimo di fronte ad una persona vera sia un semplice inganno percettivo, un po’ come il cinema e l’effetto stroboscopico.

E probabilmente avresti un po’ di ragione, ma se ci pensiamo bene potremmo fare un discorso ancora più allargato e pensare che nessuno di noi è realmente in contatto con “la realtà”, ma con le sue mappe.

Con una sorta di “narrazione virtuale”, in parte socialmente condivisa e in parte no, che ognuno di noi utilizza per percepire il mondo circostante. Ora ti pongo una semplice domanda:

“Se qualcuno ti offende sulla tua bacheca di facebook, non offese a caso ma insulti mirati, la cosa ti infastidisce?”. Se sei un essere umano sicuramente si! Perché dovremmo prendercela per una “situazione virtuale”?

Come vedi nella nostra testa non c’è grossa differenza fra “virtuale e reale”, la relazione che si crea è tangibile. Ammettiamo che quell’offesa sia stata fatta da una persona che stimiamo (anche senza conoscerla) ecco che la cosa sarebbe ancora peggio.

Relazione

Noi esseri umani siamo capaci di entrare in relazione con tutto, anche con un’idea. E infatti la storia è zeppa di scontri “ideologici”, di persone che sono morte per difendere un’idea, un’astrazione, qualcosa di “virtuale”.

No non è un’esagerazione, lo facciamo tutt’oggi e ci sono ricerche che lo provano. Se ti faccio giungere ad una certa conclusione e poi cerco di smontarla non ci riuscirò, sarà molto difficile farlo.

Il nostro pensiero è sempre “in relazione a” qualcosa d’altro. Le parole che leggi si riferiscono ad altro, le immagini che vedi sono rappresentazioni di altro… rappresentazioni in relazione ad altro.

Perdona il linguaggio un po’ arzigogolato ma quando si parla di relazione oggi la gente si schiera sempre dal lato del “reale”. C’è chi addita alla tecnologia ogni tipo di colpa, proprio perché “rompe le relazioni”, ma siamo così sicuri?

“Si Genna, quando tu avevi 14 anni volevi il motorino, mentre i ragazzi di oggi vogliono l’ultimo cellulare alla moda”. Certo sono d’accordo, io stesso ho preso il motorino, ma perché? Per relazionarmi 😉

Fuori dal digitale

Vedere le relazioni che si instaurano tramite il web come “finte” è come dire che anche quelle che instauravo io sul motorino “non erano proprio” come quelle “vere vere” dei miei genitori.

Perché un tempo si viva tutti assieme, un tempo ci si ritrovava all’oratorio, un tempo nelle sale giochi. Ragazzi ogni tempo ha avuto il proprio punto di ritrovo, questa generazione ha il Web, che ci piaccia o meno.

Ah tra l’altro quando ero ragazzino una delle mode era quella del CB, le radio che permettevano alle persone di chiacchierare come se si fosse al telefono. Quelle non erano relazioni “virtuali”?

Ricordo bene quando verso i 16 anni ho iniziato a conoscere e frequentare ragazze che vivevano qualche paesino più in là rispetto al mio (le ragazze di Pietra Ligure) era un modo che si apriva.

Ah e senza motorino ovviamente non sarei mai riuscito a raggiungerle fisicamente, come vedi anche allora era già tutto collegato in un qualche modo.

La presenza fisica

No non sto dicendo che il “virtuale” possa eliminare la presenza fisica, ci mancherebbe. Ma così come il CB era in realtà una scusa per attivare un processo di conoscenza, la stessa cosa vale per il virtuale.

Credi che i ragazzi di oggi non si vedano dal vivo? Pensi che utilizzino Tinder solo per vedere le fotografie delle proprie compagne di scuola coraggiose?

Da terapeuta posso assicurati che s’incontrano eccome! Nel mio studio vedo diversi adolescenti (si non è la mia specialità ma ho un buon passaparola) e posso assicurati che per loro il virtuale è uno dei modi per relazionarsi.

Certo per la mia generazione serviva una bella dose di coraggio, servivano ottime capacità relazionali ecc. Ma onestamente non credo di essere stato migliore dei giovani d’oggi solo perché ero costretto a fare “così”.

E te lo dice uno che non ha mai iniziato una vera relazione partendo dal digitale… una relazione sentimentale ma di certo di lavoro si, anzi il 90% delle relazioni di business che ho oggi sono nate in forma “virtuale”.

“Il cervello sa”

Qualcuno potrebbe pensare che in realtà il “cervello sappia” se si tratta di una relazione virtuale o reale, come dice lo studio. Ma in realtà si sbaglierebbe perché la ricerca afferma proprio il contrario.

Ciò che segnala il cervello è se le persone si stanno guardando in sincrono oppure no, e lo fa guardando un monitor non una persona in carne ed ossa. Il cervello “non sa un bel nulla” in realtà 😉

Si perché quella misurata nello studio non è la consapevolezza di non essere di fronte ad una persona in “tempo reale” ma è qualcosa che avviene in modo inconscio, al di fuori della nostra consapevolezza.

Ci piace pensare di essere realmente a contatto con “la realtà”, quella che Paul Watzlawick chiamava “realtà di primo livello”, ma il fatto è che noi manipoliamo costantemente simboli e metafore, della “realtà di secondo livello”.

Potrei affermare con un pizzico di coraggio che nessuno di noi ha una relazione diretta con la realtà, perché i nostri pensieri fungono costantemente da filtro. Senza essere troppo filosofi dovremmo intuire questo passaggio.

Nel video che hai appena visto abbiamo parlato del meccanismo di “joint” che si attiva quando guardiamo un altro essere umano negli occhi. Ed è la chiave per costruire una vera “intelligenza artificiale”.

O meglio, è la chiave per costruire una IA che sembri realmente intelligente, si perché il nostro concetto di “intelligenza” è cambiato profondamente rispetto anche solo ad una trentina di anni fa.

Se ti chiedessi: “che cosa significa per te essere intelligente?” probabilmente mi diresti che si tratta della capacità di risolvere problemi, di fare bene conti e previsioni, di avere una visione ampia delle possibilità in una determinata situazione.

Sono tutte definizioni abbastanza azzeccate, tuttavia oggi sappiamo che la vera intelligenza umana non è semplicemente quella che potremmo mettere dentro ad un calcolatore.

Via via che la tecnologia si va espandendo diventa sempre più chiaro che quella non può più essere definita come “intelligenza” ma come competenza specie specifica. Competenze di calcolo, previsione, associazione e così via.

L’intelligenza umana è relazionale

Questo discorso fa sempre arrabbiare le persone che si ritengono intelligenti ma che per qualche motivo non sono riuscite a far fruttare la propria intelligenza. Tutti ne abbiamo qualche esempio in ufficio e sul posto di lavoro.

Quante volte è successo che un tuo collega che ritenevi meno preparato di te, meno capace di fare “previsioni e calcoli”, ha scalato le vette dell’azienda mentre tu invece al contrario sei rimasto dove eri? No tranquillo non è una critica, viviamo in un modo poco meritocratico, questo è vero.

Tuttavia se guardiamo bene chi scala le vette del successo, mettendo da parte il caso (cosa più importante di quanto ci piaccia ammetterlo), vedremo che quella persona ha una spiccata capacità relazionale.

Immagina di essere il capo di una grande azienda e che tu debba scegliere un bravo manager. Hai 2 candidati, il primo che chiamiamo Matteo è preparatissimo, conosce tutti i processi aziendali ma non ha una spiaccata abilità sociale.

Il secondo che chiamiamo Marco è un po’ meno preparato ma piace alle persone, riesce a stare un “po’ con tutti” e i tuoi dipendenti hanno piacere di trascorrere del tempo con lui. Chi scegli?

La scelta

Lo so probabilmente stai pensando che sceglieresti “quello più bravo e preparato”, ma la verità è che le doti di Marco fanno si che lui sembri avere davvero una marcia in più nelle relazioni con le persone, al di là della sua preparazione professionale.

Avviene una sorta di “effetto alone” dove l’abilità sociale ricopre di un manto positivo anche tutte le altre abilità. Il mondo è pieno di “geni incompresi” che non riescono a stare in mezzo alle altre persone e per tale motivo forse non li conocseremo mai.

Lo so è un gran peccato ma questo studio così come quello sulla Intelligenza Artificiale descritto nel video, ci mostrano in modo inequivocabile che l’intelligenza sociale è qualcosa di molto più complesso da implementare.

Possiamo insegnare ad una macchina a fare i conti, a conoscere tutti i processi produttivi dell’azienda, a fare profonde analisi dei dati ma non possiamo insegnargli ad essere “socialmente attraente”… o almeno per ora non ci riusciamo.

Dalle clave al computer

Così come la costruzione di oggetti da parte dei nostri antenati ha aiutato i paleontologi a classificare le ere storiche e i neuroscienziati ad ipotizzare l’emergere della coscienza…

…l’avanzare della tecnologia digitale e la mimesi della nostra intelligenza ci sta sempre più disvelando che cosa sia la reale peculiarità dell’intelligenza umana.

Lo so sono questioni complicate, ma cosa vuoi un’ennesimo post sulla motivazione? Sulla “zona di confort”? O su di una qualsiasi altra banalità che oggi qualsiasi persona può inventarsi in rete?

No tranquillo non voglio dire che qui “parliamo di cose alte” ed altrove di cose “basse”, ma solo dirti che ciò che hai letto e ascoltato ha lo scopo di farti davvero ragionare.

Per usare una vecchia metafora: la maggior parte delle cose che trovi online sono rivolte a darti “il pesce” qui cerchiamo di insegnarti a pescare 😉

A presto
Genna

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