Gli occhi “non mentono”: come leggere il non verbale …

E’ una situazione al quanto paradossale quella che si viene a creare quando cerchiamo di capire se una persona ci sta mentendo o meno.

Si perché a quanto pare le “chi mente” cerca proprio di capire se ciò che sta affermando viene creduto o meno, e come fa a saperlo? Ci guarda dritto negli occhi.

Di bugie e menzogne su psinel ne abbiamo parlato “in lungo e in largo” proprio in riferimento allo sguardo. Ecco un recente update dalla ricerca…

Ascolta “263- E' possibile scovare le bugie attraverso la dilatazione delle pupille?” su Spreaker.

Il carico cognitivo

Qui puoi trovare l’articolo di Psychology Today nel quale sono raccolti diversi studi che indicano tutti la stessa cosa: quando il cervello lavora intensamente le pupille si dilatano.

Qualcosa di molto diverso sulla nostra puntata sulla dilatazione delle pupille, dove le collegavamo all’interesse. Probabilmente c’entra anche quello ma è un altro tema.

Il così detto “carico cognitivo” è inoltre correlato alle menzogne, è un tipico indizio di cui tenere conto. Come hai sentito in puntata questo succede perché mentire è un’attività molto molto complessa.

Devi ricordare cose senza alcun riferimento reale, evitare di contraddirti e controllare che il tuo interlocutore non se ne renda conto. Tutto questo provoca un’intensa attivazione del sistema nervoso autonomo (SNA).

Quando il SNA si attiva si dilatano le pupille… ergo se durante “un interrogatorio” si nota qualcosa del genere è opportuno prenderne nota. Eppure a tutti sembra venire naturale guardare negli occhi, è il paradosso di cui parlavamo all’inizio.

Ti tengo d’occhio

Il fatto però che a tutti venga il desiderio di scovare la menzogna guardando l’altro dritto negli occhi non è da sottovalutare. Se lo facciamo ci sarà un perché.

E in parte ne abbiamo visto le cause proprio sulla puntata dedicata allo “sguardo e ai tipi di sguardi” che possiamo trovare in natura. Gli occhi umani sono particolarmente comunicativi.

Ed è per questo che chi mente cerca di dissimulare proprio guardandoci dritto dritto negli occhi, ma se la ricerca di oggi è vera, allora proprio tale comportamento potrebbe esserci d’aiuto.

Ecco una piccola soluzione al paradosso di chi cerca di monitorare le nostre reazioni alle proprie menzogne, proprio fissandoci intenzionalmente ci consente di dare un’occhiata al suo non verbale.

Tuttavia è importante, anzi fondamentale, cercare di osservarlo come descritto: in modo globale, partendo da una base line, tendo conto del contesto e sapendo che si tratta solo di “indizi”.

Ti prego evita di fare queste cose!

Se mi segui da un po’ sai quanto tengo a queste tematiche, se mi segui ciò che desidero che tu eviti di fare è ciò che la maggior parte della gente fa “li fuori”.

Crede di poter leggere nella mente degli altri, di avere una sorta di super vantaggio segreto e nel peggiore dei casi: vogliono convincere l’inerlocutore delle nuove abilità acquisite.

Vedi oltre a tutte le cavolate di cui abbiamo discusso la cosa realmente più sgradevole è il tentativo di convincere il prossimo che abbiamo ragione perché “abbiamo letto qualcosa nel suo non verbale”.

Ok potresti convincerti di aver scoperto una bugia o un comportamento particolare. Sai che è sbagliato credergli, perché si tratta solo di un indizio ma comunque decidi di seguire il tuo istinto e le tue competenze.

Sai cosa ti dico, non saresti poi così diverso dalla maggior parte della gente che si affida a stereotipi e prime impressioni. Se invece cerchi di “avere ragione” perché pensi di aver capito, allora non hai capito molto.

Chi cerca trova

Questo detto che preannuncia la famosa profezia che si auto-avvera ha anch’essa una doppia faccia nel campo della comunicazione non verbale.

Se da un lato ci ammonisce saggiamente a non credere a tutto ciò che vediamo, perché se andiamo alla ricerca delle “pupille dilatate” prima o poi le vedremo.

Dall’altro lato però ci dice che se vogliamo allenarci e diventare più sensibili ai cambiamenti non verbali dobbiamo proprio affidarci alla selettività della nostra attenzione.

La quale si mette in modalità di ricerca proprio quando gli diamo una precisa aspettativa. Quindi cosa fare? Dobbiamo rinunciare ad allenare i nostri sensi perché sempre “inquinati” dalle nostre ipotesi?

Per quanto mi riguarda la risposta è “no”, possiamo allenarci a notare questi sottili cambiamenti se manteniamo un atteggiamento di apertura e presenza.

Senza cadere nella seducente idea di avere “ragione”, di avere capito qualcosa che forse, neanche il nostro interlocutore ha notato. Senza entrare nel circolo paranoide del “ti tengo d’occhio”.

Le macchine ci salveranno?

Forse questi dati biometrici sempre più precisi un giorno consentiranno realmente alle macchine di affermare la veridicità di una affermazione. E in realtà già alcune lo fanno abbastanza bene.

Ma sarebbe un vero peccato perdere l’opportunità di espandere le proprie percezioni, sviluppare nuovi modi di osservare i comportamenti che ci circondano, perché ci sono le “macchine”.

Come sai sono un amante della tecnologia però sono anche convinto che potranno invece supportarci in questo. Visto che i correlati neurofisiologici non hanno quasi mai “corrispondenze dirette”, sarà sempre l’uomo a decidere.

Nel caso dell’intelligenza artificiale sarà l’uomo che progetta l’algoritmo che darà un senso a tali dati, ma per il resto sarà (almeno per i prossimi anni) una sensibilità umana a farlo.

E come tutte le altre abilità, anche l’attenzione al “non verbale” può essere accresciuta, e per quanto mi riguarda l’abilità di base è sempre la stessa: la presenza.

Presenza e relazione

Una delle cose che ci porta maggiormente “fuori dal nostro centro di presenza” è proprio la relazione. Lo abbiamo visto più volte e in diverse salse nel corso degli ultimi anni. Perché?

Le risposte sono molte ma la principale è sempre legata alla nostra sopravvivenza: con le persone che conosci il timore principale è di essere giudicato male mentre con chi non conosci è un mix.

Un mix tra il desiderio di apparire “bene” (la desiderabilità sociale) e quello di difenderti. Se vieni escluso o se vieni attaccato c’è poco da essere tranquillo, aperto e presente alla relazione.

Per questi motivi (e probabilmente anche per altri) quando guardiamo il prossimo negli occhi facciamo fatica a restare presenti alla relazione. Questo porta all’emergere di tutti quei paradossi elencati prima.

Se non sei presente tenderai a credere a tutte le “ipotesi” della mente, se non sei presente tenderai ad interpretare tutti i comportamenti altrui sulla base di quelle ipotesi di partenza.

Feedback e interpretazione

Detto con altre parole: quando non sei presente non riesci più ad interpretare correttamente i feedback del tuo interlocutore. E senza “dati di ritorno” non puoi adattarti al comportamento altrui.

Questo adattamento che spesso chiamiamo “calibrazione” ha bisogno di un atteggiamento mentale di apertura e modellamento. Senza il quale non riusciremmo a fare quel primo passo: trovare la base-line.

Anche i ricercatori dello studio citato ci parlano di questa ricerca della “linea di base”, che è in soldoni l’aspetto cruciale per chi vuole leggere il non verbale in modo ecologico.

Per quanto tu possa conoscere tutti i vari segnali di menzogna se non hai una “base line” non puoi realmente osservarli. Questo è uno degli errori principali di chi si avvicina a queste materie.

Le persone sono uniche e anche se hanno esprimono “segnali rilevatori” questi cambiano da persona a persona e da contesto a contesto. Approfondiremo questo tema nel Qde di oggi.

Ascolto profondo

Nel Qde troverai un interessante approfondimento su quanto detto sino ad ora. Una cosa è certa, se hai deciso di seguirmi è perché probabilmente vuoi imparare a leggere il non verbale e notare se una persona “mente”.

Mettendo da parte tutto la cosa migliore che tu possa fare è sviluppare quella presenza che tradotta tecnicamente è identificabile con gli esercizi di “ascolto profondo”.

Con la tua capacità di ascoltare il prossimo NON per notare quante volte mente ma per un genuino desiderio di apertura nei suoi confronti. Questo è il super potere che sviluppi con la pratica.

Sia una pratica di “ascolto attento” e sia una pratica di contemplazione, come la nostra meditazione di consapevolezza. Questo modo di osservare il Non verbale ti terrà al sicuro da tutti i problemi discussi sino ad ora.

Ascoltare con presenza ti impedirà di saltare a conclusioni affrettate, ti aiuterà a raccogliere migliori indizi (compresa la base line citata) e ti consentirà di avere uno sguardo più ampio su ciò che rilevi.

Non è una “roba orientale”

E’ chiaro che se ti dicessi direttamente: “per osservare bene il non verbale devi fare meditazione” probabilmente penseresti subito che sia una trovata “orientale”.

Non è così, già diversi pensatori del passato si erano accorti di quanto fosse importante ascoltare il prossimo con attenzione, apertura e compassione. Anche al di fuori degli ambiti mistico-religiosi.

Un esempio datato ma storicamente recente è stato l’atteggiamento “terapeutico” dal famosissimo psicologo Carl Rogers di ascolto empatico e attivo.

Nel mondo della meditazione c’è un culto esagerato dell’oriente (per quanto mi riguarda) tuttavia è innegabile il fatto che abbiano scoperto modalità di addestramento “mentale” molto efficaci.

E in definitiva si, se vuoi imparare ad utilizzare saggiamente le scoperte che arrivano dal mondo del “non verbale” e in generale della psicologia, avere una pratica di contemplazione aiuta tantissimo.

Prima di salutarti ti lascio il video sullo sguardo…

Come hai visto la cosa è abbastanza complessa e non è semplice, infatti anche gli studi citati possono essere messi in discussione, infatti attivare il SNA non è l’unico modo per “allargare le pupille”.

Oltre alla esposizione alla luce c’è anche un curioso effetto di “mimesi” che può accadere guardando degli occhi, disegnati… sembra assurdo ma puoi provarlo tu stesso in questo post del 2009.

Continuiamo questa discussione nel Qde (quaderno degli esercizi) che ricevi solo se sei iscritto alla “community di Psinel”.

A presto
Genna

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