Il “gap di piacevolezza” perché tendiamo a non apprezzarci?

Ti è mai capitato di terminare una conversazione con uno sconosciuto e chiederti “quanto piacevole gli sei risultato”?

Scommetto che spesso tendi a pensare che durante queste prime interazioni tu non dia proprio “una buona prima impressione” vero?

Questo è il tema di oggi, una sorta di “bias cognitivo” che ci porta a sottostimare il nostro impatto sugli altri… buon ascolto:

Ascolta “260- L’effetto del “gap di piacevolezza”… può rovinare le tue relazioni?” su Spreaker.

Il “gap” di piacevolezza

Secondo gli studi che hai appena ascoltato tendiamo costantemente a sottovalutare la nostra “prima impressione” nei confronti del prossimo. C’è un “gap di piacevolezza” tra ciò che percepiamo e come siamo stati percepiti.

Secondo gli autori dello studio questo accadrebbe perché durante le prime interazioni siamo talmente concentrati su noi stessi da non riuscire ad interpretare correttamente i feedback del nostro interlocutore.

Invece di concentrarci su di lui e su ciò che sta dicendo, come abbiamo visto nella scorsa puntata sul silenzio, tendiamo a portare attenzione a noi stessi e a come e quanto risultiamo piacevoli.

Abbiamo visto di recente anche questo nell’effetto legato alla desiderabilità sociale. Dove abbiamo sottolineato cinicamente che la persona più importante per noi, siamo “noi stessi”.

Ecco il video sul “gap di piacevolezza”

Ciò che hai appena visto è un insieme di video che sto registrando da qualche tempo, dove pubblico gli articoli di psicologia che ritengo maggiormente interessanti.

L’ho battezzato “osservatorio psicologico”, ed è forse uno dei metodi migliori per entrare in contatto con la psicologia, soprattutto per i non addetti ai lavori.

Per farci comprendere gli aspetti sperimentali della psicologia e di come queste ricerche siano in continuo e costante tumulto. Anche in questo momento stanno facendo ricerche interessanti che un giorno potrebbero cambiarci la vita.

In particolare il “gap di piacevolezza” mette insieme diverse scoperte della psicologia degli ultimi anni come: l’effetto riflettore (spotlight effect), la desiderabilità sociale e la famosa “prima impressione”. Vediamoli tutti con calma…

L’effetto riflettore

Come abbiamo visto in questa puntata l’effetto riflettore accade ogni volta che ci sentiamo “osservati e giudicati” dal prossimo durante una interazione sociale.

Come quando esci da un negozio con le scarpe nuove e ti sembra che tutti ti stiano guardando. In questo caso sembra positivo ma di solito assume connotati negativi di giudizio.

Ad esempio quando prendiamo parola all’interno di un gruppo, o quando facciamo qualche piccola gaffe, quando inciampiamo e pensiamo che tutta la città lo abbia notato ecc.

E’ un errore di valutazione che nasce dal fatto che tutti noi osserviamo il mondo dalla nostra soggettività, “dal nostro mondo”. Anche le parole che scrivo in questo momento sono “Gennaro-centriche”.

E a tua volta le interpreti in modo “psinellino-centrico”, cioè con la tua singola ed irripetibile soggettività. Anche il “gap di piacevolezza” ci fa puntare il faro sui nostri aspetti negativi al termine delle conversazioni.

La prima impressione

“Non c’è mai una seconda possibilità di dare una buona prima impressione” ha detto Oscar Wilde che guarda caso era un esteta, cioè chi si dedica al “culto della bellezza” sopra ogni altro valore, morale o etico.

Ed effettivamente per quanto le parole di Wilde siano state confermate dalla psicologia, e cioè che le altre persone tendono a valutarci nel giro di pochi secondi, la realtà è molto più complessa di così.

Come abbiamo anche qui visto diverse volte le cose non stanno proprio così: prova a pensare ad un tuo caro amico attuale del quale riesci a ricordare la “prima impressione”.

E’ molto probabile che tu non lo vedessi così come lo vedi adesso. Perché in realtà il tempo e la conoscenza approfondita smontano quasi completamente quella prima impressione stereotipata.

E’ vero, se devi dare “una buona prima impressione” senza possibilità di ripeterti, i primi istanti valgono tutto. Ma nella maggior parte dei casi le persone a cui ci interessa davvero dare una buona impressione siamo destinati e desiderosi di ricontrarli!

La desiderabilità sociale e il dolore del rifiuto

Come abbiamo visto nella puntata dedicata a questo fenomeno tendiamo tutti più o meno a voler farci “ben volere dal prossimo”. Possiamo rintracciarne le motivazioni ancora nella nostra storia evolutiva.

Chi un tempo veniva ritenuto come eccessivamente sgradevole veniva allontanato dalla comunità e questo avrebbe potuto degradare significativamente la vita della persona allontanata.

La ricerca ha addirittura provato che la sensazione di essere esclusi e rigettati da un gruppo è “fisicamente dolorosa”. Il nostro corpo risponde come se qualcuno ci stesse facendo del male fisico!

E questo accade in laboratorio, dove ti fanno giocare ad un videogame nel quale ad un tratto vieni volontariamente escluso mentre i miei colleghi misurano i tuoi parametri psico-fisiologici.

Da ciò che è emerso in diversi studi, quando degli sconosciuti ti estromettono da uno stupido viedogame ciò che provi è un dolore simile a quello fisico. Per non parlare delle seghe mentali che “partono”.

Vedersi a pezzi

Uno dei problemi per cui abbiamo queste tendenze è legato alla nostra ristretta capacità percettiva. In questo momento mentre mi leggi non sei consapevole di un sacco di cose.

Tra le più semplici, come il fatto di star respirando, del tuo cuore che batte e la temperatura delle tue mani. Ora che ne ho parlato la tua attenzione “ci è caduta sopra”, ma fino a poco fa erano “semi consce”.

Lo stesso vale per le tue risorse interiori, un giorno qualcuno ha detto che l’uomo è simile ad un mendicante seduto su uno scrigno pieno di gioielli, solo che non è consapevole. Se solo potesse accedere a quello scrigno smetterebbe subito di mendicare.

Ciò che abbiamo fatto, ciò che abbiamo appreso e ciò che sappiamo fare, non sempre è disponibile alla nostra consapevolezza. Così potremmo un giorno trovare una persona in grado di farci dimenticare completamente dello “scrigno su cui siamo seduti”.

Magari perché ci mette particolarmente in imbarazzo, perché assomiglia alla nostra prima fidanzatina da bambini o semplicemente perché è uno stronzo o stronza. O ancora perché non siamo in forma, abbiamo altro per la testa ecc.

Le forze della relazione

Come abbiamo visto i ricercatori parlano di forze che “tirano e che spingono”, forze “push e pull” durante le prime interazioni. Da una parte cerchiamo di apparire “belli e buoni” e dall’altro facciamo l’esatto opposto.

Questo scambio interattivo non è una novità in ambito psicologico. Da quando a Palo Alto hanno iniziato ad applicare la teoria dei sistemi alla terapia familiare le cose erano già abbastanza chiare.

La psicopatologia da quel momento non è più stata la stessa, il problema non è più dentro l’individuo o il membro della famiglia ma è TRA i membri della famiglia. E questo accade solo in virtù dei continui feedback dati e ricevuti.

Per mantenere l’omeostasi (l’equilibrio in termini biologici) gli organismi devono continuamente fare i conti con forze “pro e contro” e quando queste si equivalgono arriva l’illusione dell’equilibrio.

E’ molto difficile notare queste forze, anche se tra i consigli della settimana ho inserito come primo punto proprio il fatto di porre attenzione alle tue tendenze, se sei uno che tende più a “spingere o più a tirare”.

La consapevolezza

Conoscere i nostri “punti ciechi” è una sfida che dura tutta la vita, assomiglia a quel processo di individuazione descritto da Jung, dove si portano alla luce “tutte le ombre”.

Ma non è questo sforzo titanico che ti chiedo, piuttosto qualcosa che assomiglia di più al fatto di sapere di avere “una ruota parecchio sgonfia”. Immagina di avere una ruota molto sgonfia, il primo passo è accorgetene.

Immagina anche di essere già in viaggio e di rendertene conto durante il tragitto. Di certo il secondo passo sarebbe quello di andare dal primo benzinaio a gonfiarla, ma se non potessi?

Allora la cosa più pericolosa sarebbe il guidare senza renderti conto della presenza di quel piccolo “difetto”. Perché ci abituiamo a guidare in tutte le condizioni e rischieremmo di farci molto male.

Essere consapevoli dei nostri “bias mentali” ci aiuta a conoscerci e a cercare di gestirli, proprio come la “ruota sgonfia”. Fare finta di niente non è consigliabile e neanche cercare di “estirparli lo è”.

Ed è proprio questo il tema che approfondiremo insieme nel Qde (quaderno degli esercizi) dedicato a questa puntata.

Ci vediamo sul Qde
Genna

Ps. sto lavorando ad un grande data base nel quale si possano trovare facilmente tutti i Qde. Ovviamente sarà riservato solo agli iscritti della community 😉

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