Superare le piccole paure con l’immaginazione

Un recente studio apparso su Psychology Today ha messo in evidenza qualcosa che noi appassionati della crescita personale conosciamo “da sempre”:

Il fatto di poter agire sulla nostra psicologia attraverso la manipolazione volontaria delle rappresentazioni interiori, cioè dell’immaginazione.

Mi piace chiamarla “immaginazione” e non “visualizzazione” anche se hanno due significati molto diversi… partiamo da questo:

Ascolta “255- Come superare le “piccole” paure con l’immaginazione…” su Spreaker.

Una puntata “sui generis”

Se mi segui da tempo questa puntata non ti avrà di certo sorpreso, a parte lo stile espositivo che spero sia stato sufficientemente scorrevole.

Perché per anni abbiamo parlato di esercizi di visualizzazione trattando la PNL e tutto ciò che vi ruota attorno.

Per i “veterani” della materia però c’è una vera notivà, ed è rappresentata dallo studio più volte citato in puntata e che trovi linkato qui in alto.

Perché quello studio ha dimostrato che l’esposizione e la manipolazione delle immagini mentali non è solo un effetto suggestivo e momentaneo.

Ma si tratta di una vero e proprio ri-apprendimento che va a scardinare quello precedente che ha causato “la paura”. In realtà non è il primo a provarlo.

Tante prove da vedere con attenzione

I miei colleghi che utilizzano l’EMDR hanno studiato a fondo quanto l’esposizione ad immagini traumatiche e anche la loro manipolazione, abbia effetti concreti sul cervello.

E ancora prima l’evidenza empirica ha più volte provato l’efficacia di questi interventi. Ed anche gli impressionanti studi sulle false memorie della Loftus.

Ma dobbiamo stare attenti, perché sia lo studio presentato che le evidenze ci mostrano che non è così facile e non sempre funziona.

Se così fosse non la mia professione sarebbe sparita da un pezzo, perché chiunque riuscirebbe a liberarsi dalle proprie paure con “giochini di visualizzazione.

Però quando le paure sono “piccole e gestibili” e quando ne conosciamo l’origine, ecco che diventa più semplice.

Conoscere l’orgine Della paura

In realtà psicologicamente conoscere l’origine di qualche cosa non è per nulla facile, perché se si scava a fondo si può davvero arrivare “troppo lontano”.

Quando dico “conoscerne l’origine” intendo avere la consapevolezza che quello specifico elemento ci spaventa ogni volta che ci torna in mente.

Questo non equivale esattamente a conoscerne l’origine. Infatti spesso facendo questi esercizi emerge anche altro, ma quando l’apprendimento è circoscritto funziona molto bene.

Per apprendimento “circoscritto” intendo che ti ricordi (più o meno) come hai imparato quella specifica paura, riesci a ricordare “l’evento traumatico”.

Esposizione e trauma

Il tuo cervello si è evoluto per assorbire i traumi della vita, non hai bisogno di tecniche speciali per farlo, di solito basta il trascorrere del tempo.

Questo tempo che scorre però deve concederti di esporti al trauma senza evitamenti, come quando avviene un lutto e ci si fanno tutte le messe e i rituali religiosi.

Quei rituali sembrano essere perfetti per costringerci a ripensare all’evento della perdita. Anche la cultura quindi ci accompagna in questo difficile compito.

Ma non sempre le immagini che ci spaventano rappresentano traumi, possono anche essere fantasie o “traumi vicari”, quando ci spaventiamo del racconto di qualcuno.

Il presidio medico

In puntata ho usato questa analogia, quella con l’aspirina. Se prendi l’aspirina e ti passa il mal di testa, forse era solo una condizione passeggera.

Ma se il male resta o si trasforma in qualcosa d’altro è bene rivolgersi ad un medico. Quindi sarebbe bene non prendere l’aspirina? Dipende.

Quando il dolore è stato procurato da qualcosa di “semplice”, una contrazione passeggera, un “colpo di freddo” a volte basta l’auto-aiuto.

Lo so forse l’analogia con l’aspirina è sbagliata perché quella “non cura nulla”, ma anche se avessi parlato di “stampelle”, neanche quelle curano ma consentono al corpo di riprendersi. 

Ed è proprio questo ciò che fa la visualizzazione, consente alla mente di esporsi a quel contenuto che stavamo evitando e, giocandoci con attenzione, di defonderci da quella associazione.

Non cambi le tue mappe ma ti accorgi che sono mappe

Qualche tempo fa ho iniziato a divlugare questo concetto: il fatto che gli esercizi di rappresentazione mentale non servano tanto per “cambiare la mappa” e di conseguenza la reazione ma per defonderci da essa.

Lascia che mi spieghi meglio. Modificare l’immagine traumatica non significa cambiare un software che poi inizierà a rispondere in modo diverso, ma significa accorgerti che quello è un “software”.

Se cambi la “voce del tuo capo” che ti ha terrorizzato in quella di paperino questo non significa che ogni volta che ci pensi “scoppi a ridere” perché confondi il tuo capo con il fumetto.

Ma il fatto di sentirla in modo diverso e giocoso ti da quel lasso di tempo per capire che si tratta di una tua reazione emotiva, che quelle sono solo “parole” registrate nella tua testa. 

In poche parole di defondi (come dicono quelli della ACT) o ti disentifichi (come dicono nella meditazione) dal contenuto mentale che ti fa soffrire. Capisci che tu non sei quel contenuto!

Perché è importante questa differenza?

Esposizione e modifica volontaria delle immagini interiori possono spiegare il processo ma se iniziamo a pensare di poter “cambiare i pensieri” e cambiare noi stessi incorriamo in diversi problemi.

Questo è infatti il problema più grande della PNL, ho da poco letto un libro attuale sul linguaggio e l’autore sembra quasi dirti che devi controllare il tuo linguaggio interiore, questo è impossibile e pericoloso.

Quando lavori con le rappresentazioni interiori non stai controllando il tuo mondo interno, ma lo stai lavorando affinché tu ti possa rendere conto che si tratta semplicemente di uno dei tanti pensieri che ti passano per la testa.

Lo abbiamo visto diverse volte ma è necessario sottolinearlo, altrimenti le persone si convincono di essere degli androidi in grado di potersi auto-programmare a piacimento. Si sarebbe molto bello ma anche molto triste!

Il controllo ti controlla

Ora che abbiamo nuovamente sottolineato l’importanza di evitare di controllarsi è bene ricordare che questi esercizi vanno fatti “fuori dalla situazione problematica”, sono “allenamenti”.

Così come non puoi andare in palestra a Giugno sperando di tornare in forma entro agosto, oppure allenarti una settimana prima di una maratona se non hai mai corso, lo stesso vale per i nostri “giochini”.

E’ inutile e pericoloso farli a ridosso di una qualche situazione. Esempio: domani mattina devi prendere un aereo e ti metti a fare i nostri giochini perché hai paura. O peggio li fai mentre sei in aereo.

Perché da allenamento e auto-consapevolezza l’esercizio si trasforma in una sorta di tentativo di controllo che quasi sicuramente peggiorerà le cose. 

Lo so avreti forse prefertio che ti dicessi che da quello studio sperimentale possiamo tutti programmare le nostre menti per il meglio, si in parte è possibile ma non “programmando” ma “nutrendo” e non senza allenamento.

Un esercizio esplicativo

Sei riuscito ad ascoltarlo? E’ una vecchissima ANL dedicata ad uno dei “giochi rappresentazionali” più famosi della PNL, quella che chiamo “il teatrino di Bandler”.

E’ proprio questo l’esercizio che ho applicato diversi anni fa per desensibilizzarmi dalla paura dei fuochi d’artificio, e devo ammettere che il suo effetto dura ancora oggi.

Ok forse è anche complice il fatto che non vivo in un luogo dove la gente “spara raudi” dal mattino alla sera e forse anche il fatto che sia sempre meno “di moda”.

Ora prendiamo il mio esempio personale per capire la differenza fra una “paura trattabile” ed una fobia. La differenza è molto sottile e sta nei suoi effetti.

Fobia e paura

Se hai paura di qualche cosa probabilmente lo sai e probabilmente puoi affrontarla. Mi fa paura volare ma prendo lo stesso l’aereo.

No per fortuna non mi ha mai spaevantao volare…era un esempio. Se invece hai così paura di volare da evitare i voli al punto da limitare la tua vita, ecco quella è una fobia.

Puoi provare ad usare questi esercizi sulle fobie? Certamente ma devi sapere che potrebbero non funzionare del tutto. Come fai a saperlo?

Se dopo gli esercizi scopri che i tuoi comportamenti limitanti restano, significa che non hanno funzionato, anche se nella tua “immaginazione” ti senti molto sicuro.

Se prendi una brutta botta al piede, metti la Cremona, stai fermo ma dopo un tot di tempo continua a farti male, cosa fai? Presumibilmente vai dal medico… qui vai dallo psicologo.

Possiamo auto-aiutarci?

Assolutamente si, ma sempre tendendo a mente che se “la fasciatura non basta” è necessario farsi vedere. E per farlo bisogna essere molto onesti con se stessi.

Abbassare un po’ il timore della fobia ma senza avere effetti comportamentali, cioè continuando ad evitare quell’oggetto spaventoso, è un esempio.

Se questo evitamento limita la tua vita significa che l’esercizio non ha funzionato quasi per nulla. Anche se pensandoci ti senti a tuo agio.

Anche se l’evitamento interiorie (o esperienziale) è forse uno dei peggiori, la vera prova del 9 avviene solo nella realtà fisica, quindi nei tuoi comportamenti.

Approfondiremo questo argomento per bene nel Qde (quanderno degli esercizi) che ricevono gli iscritti alla community di psinel.

Per ora mi fermo qui e ti auguro una splendida viglia di Natale…

Buone vacanze natalizie
Genna

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4 Commenti
  • Buon Natale Genna. Questa puntata mi é piaciuta molto. Mi piace quando parli a braccio. E questo esercizio é veramente interessante. Mi piacerebbe aiutare i miei pazienti oncologici a lavorare con le loro emozioni. Ne parlerò con i nostri Gennari (psicologi). PS. Grazie davvero perché il tuo lavoro mi é stato davvero di grande aiuto. Un abbraccio. Gianfranco

  • Ciao Genna!
    Come si differenzia questo esercizio rispetto a quello descritto nel libro Qui e Ora di Daniel Siegel? Perchè avendo fatto entrambi, partendo dal libro però, me lo sono trovato più utile e più ampio in termini di possibilità. Mi spiego: avevo paura di esprimermi con determinate persone e così immaginavo la scena, stavo a contatto con quello che sentivo cercando di non evitare ciò che sorgeva.

    Invece nell’immaginare e distorcere la situazione non veniva bene, poichè non era una scena scatenante, ma molte diverse e implicavano un partenza da dentro di me, non dall’esterno, quindi connettermi con quello che sentivo in questo caso l’ho trovato più utile.

    Inoltre gran parte delle paure (che si sono tutte ridimensionate molto con la meditazione) che ho provato erano sempre un mio avvicinarmi a qualcosa più che questo qualcosa a me. Per cui non ci sono stati cani, fuochi d’artificio, gatti, ecc che mi abbiano spaventato particolarmente, ma ero io stesso che partivo con una marcia in meno, come se avessi paura di quello che avrei potuto fare e delle conseguenze che ne sarebbero risultate. Per fortuna questa cosa non mi succede praticamente quasi mai, però mi è sempre rimasto il pensiero di come gestire queste paure, soprattutto quando non capisci da dove derivano, da dove sono generate. Grazie Genna e buone feste!

    • Ciao Daniele,
      se non ricordo male la differenza sta proprio nel “restare con” senza alterare le immagini. Solitamente quando non si trova un evento scatenante si cerca quello più “emotivamente attivo”. Grazie e buone feste anche a te 😊

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