La mente “sottosopra”

 

Quanto ciò che sai influenza ciò che vedi? E quanto ciò che “vedi” influenza ciò che sai?

Queste sono domande alle quali non è facile dare risposta ma che risuonano dalla notte dei tempi, dal mito della caverna di Platone.

Oggi ti mostro come la psicologia prima e le neuroscienze poi hanno cercato di rispondere a queste interessanti domande:

 

Ascolta “243- La Mente “sottosopra”… il legame fra cervello e realtà…” su Spreaker.

 

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Il cinema

 

Quando erano a cavallo fra 800’ e 900’ i fratelli Lumièr ispirandosi al “kinetoscopio” di Edison iniziarono a lavorare sulla pellicola, qualcosa cambio’ anche nella testa delle persone.

Come era possibile riprodurre scene così vivide da sembrare reali su uno schermo? Ma soprattutto perché l’occhio percepiva tutto come se fosse fluido e lineare?

Fu Max Wertheimer della scuola della Gestalt in Germania a districare questo tema con il suo famoso (per noi psicologi) effetto phi o effetto stroboscopico, a diramare la questione.

Se gli stimoli vengono presentati in un certo modo si “inganna” l’occhio che non è in grado di vedere quei cambiamenti così rapidi.

Ora questo sembra un effetto banale, tutti sapevano già di questo effetto, bastava muovere un ramoscello velocemente per vedere una sorta di effetto phi.

 

Ma non era l’occhio ad essere ingannato “ma il cervello”

 

L’effetto “fluidità” del cinema non era dato solo dalle limitazioni del nostro occhio, cioè dal fatto di non riuscire a vedere immagini troppo veloci come “separate”.

Ma era dato dal fatto che il cervello tendesse a dare una continuità a ciò che stava guardando. Infatti i primi film non è che fossero poi così fluidi.

Ma nonostante la mancanza di “fluidità” a cui siamo abituati oggi, dopo qualche istante di visione a tutti pare di vedere una cosa “continua”, una gestalt per l’appunto (una forma completa).

Gli studi dei “percettologi”, chi studiava la percezione, fecero capire a questi primi fisiologi che c’era qualcosa di più oltre alla fisiologia del corpo.

 

La mente

 

E’ quindi la “mente” ad essere ingannata, quella parte che per anni è stata rifiutata proprio dagli stessi percettologi che erano di stampo comportamentista.

Una piccola nota: i comportamentisti volendo agire scientificamente non potevano studiare qualcosa di invisibile, come i processi legati alla “mente”.

Per tanto dovevano riferirsi solo a ciò che potevano osservare e misurare: i comportamenti. Ma il fatto che tali “illusioni ottiche” non fossero legate ad una mancanza fisiologica fece emergere “la mente”.

In altre parole è ciò che hai nella testa a dare forma al mondo, ed ovviamente anche “il mondo” modella ciò che pensi.

Queste sono cose ultra conosciute che si apprendono nel corso di psicologia generale al primo anno di Università. Però tendiamo a dimenticarcene.

 

Le neuroscienze e bottom up e top down

 

Gli studi citati prima facevano parte delle nascenti scienze cognitive, che sono partite dalla fisiologia e in un qualche modo ci sono anche ritornate.

Questo con le neuroscienze, cioè lo studio del cervello e delle sue funzioni. La metafora “bottom up e top down” a cui ho fatto riferimento in puntata non è solo “una metafora”.

Realmente esistono fasci di neuroni che portano le informazioni dai nostri canali sensoriali al cervello e sempre realmente questi rispondo con una elaborazione che “va verso i sensi”.

In questo momento mentre leggi le lettere non entrano nella tua testa in modo passivo, ma sei tu che riesci ad interpretarle perché conosci l’Italiano.

La percezione non è un “setaccio” che filtra le informazioni in entrata ma è una sorta di “selezionatore intelligente”.

 

Conoscenza e “testa fra le nuvole”

 

Hai mai conosciuto una persona coltissima che sembrava avere spesso “la testa fra le nuvole”? O meglio fra i propri pensieri? Io tantissime.

Sembra infatti che molta dimestichezza con gli aspetti “top down”, cioè la gestione delle nostre rappresentazioni interiori, si accompagni ad una sorta di assenza dal mondo.

E secondo la teoria che stiamo vedendo oggi si direbbe proprio che le cose stiano così. Non solo, come già citato altrove, lo stesso Harari ci parla di tale deriva.

Il noto storico ci racconta di come gli esseri umani siano diventati, secolo dopo secolo, sempre più bravi a creare e gestire “astrazioni”.

Questo è naturale, dopotutto è proprio la capacità di astrarre che ci ha consentito di sopravvivere e di unirci in grandi popoli.

 

Gli ideali e l’astrazione

 

Abbiamo già fatto un discorso simile qualche “podcast fa” quando abbiamo parlato dei valori, ma sono proprio queste astrazioni sovraordinate ad averi unito.

Eravamo delle piccole tribù separate e ci serviva qualcosa che ci unisse tutti insieme, appunto gli ideali (legati alla religione che guarda caso significa “rilegare”, legare insieme).

Inoltre la capacità di manipolare le nostre astrazioni è ciò che ci ha consentito di creare tutte le tecnologie che possediamo, a partire dal “linguaggio stesso”.

Senza tali spiccate abilità non avremmo inventato il web e anche se l’avessimo già trovato sulla terra, non lo avremmo compreso.

Senza “competenze top down” non riusciremmo a comprendere nulla del nostro mondo moderno.

 

Le competenze “top down”

 

Purtroppo allo stesso modo tale competenza spiccata per l’astrazione e per il pensiero ci ha portato anche diversi problemi emotivi.

Essenzialmente perché ci identifichiamo troppo con tali flussi di astrazioni che in realtà, sono li per servirci, solo che ad un certo punto siamo noi a servire loro.

Come ho detto mille volte, il pensiero è emerso per aiutarci a risolvere i problemi (o meglio attraverso la continua risoluzione è emerso).

Ma purtroppo non funziona su tutto e a volte si ingarbuglia. La mia metafora preferita è quella del GPS, se ti limiti a guardare lo schermo vai a sbattere.

Usi il navigatore perché ti aiuta, ti serve, ti soluzioni intelligenti a problemi difficilissimi. Eppure non è sufficiente, è necessaria una competenza “bottom up”.

 

La competenza “bottom up”

 

La maggior parte dei problemi psicologici derivano da una cattiva integrazione fra queste due strutture, come dimostrato da Daniel Siegel.

Non è l’unico “campo di integrazione” ma è uno dei più importanti e ci aiuta a capire perché oggi più che mai dobbiamo ritornare “ai sensi”.

Al gustarci un buon cibo per davvero, senza guardare la tv o pensare ad altro. Ad ascoltare il nostro interlocutore senza interromperlo perché abbiamo già la risposta.

Insomma sono piccole cose che come sai fanno parte della tradizione contemplativa, quindi della nostra cara meditazione.

Che è uno dei metodi più antichi per riuscire a riappropriarci di “competenze bottom up”.

 

Perché questa mente è “sottosopra”?

 

Ho usato questo termine perché solitamente le persone sono convinte che “la realtà entri” dentro di loro così come è o al massimo immaginano l’esistenza di qualche “filtro”.

Che ciò che vedono e ascoltano siano esattamente ciò che tu ed io vediamo ed ascoltiamo, ma le cose sono più complesse di così.

Cio’ che sai, ciò che conosci ha una diretta influenza su come percepisci il mondo, per tanto potremmo dire che non è il mondo che “entra”.

Ma che organi di senso e conoscenze (bottom up e top down) concorrano a co-costruire le nostre realtà, come affermano i costruttivisti (ma in modo meno radicale).

Questo è il motivo per cui sarebbe bene insegnare che cosa sia un “pregiudizio”, come funzionano “gli atteggiamenti” ecc. nelle scuole o a chiunque.

 

Perché i tuoi schemi strutturano il tuo mondo

 

Pregiudizi e schemi mentali sono i termini con cui siamo soliti riferirci al nostro sistema di categorizzazione della realtà che ci circonda.

Un tempo si pensava che tali categorie servissero per incasellare la realtà, e in effetti è così, ma non “incasella e basta” ma struttura il nostro mondo.

In altre puntate abbiamo visto come l’effetto della “presenza” sia in grado di mettere da parte tali “categorie” seppur momentaneamente.

E’ una cosa straordinaria, per anni ci siamo chiesti come disarcionare i pregiudizi più insidiosi, come quelli razziali o di classe, che come abbiamo visto di recente hanno un potente effetto (vedi Piff).

Con questo non intendo che puoi “smetterla di pensare” ma che è possibile dare un’occhiata dietro il “velo di Maya”!

 

Tutto ci influenza

 

Come abbiamo visto dagli ultimi studi di Robert Cialdini: tutto ci influenza. Anche le parole che hai letto precedentemente ti hanno influenzato.

Non solo, anche il colore di questo blog, i profumi che ti circondano e l’abbigliamento che indossi in questo istante. Tutto funge da “prime”… ti ricordi?

Vedere la mente “sottosopra” ti consente di porrre maggiore consapevolezza alla tua stessa comprensione del mondo.

Detto in termini tecnici: tenere a mente “la tua mente” aumenta la metacognizione. Il “sacro Grall” della consapevolezza e dell’auto conoscenza.

 

Ti lascio con il video della passeggiata che ha ispirato questa puntata…

 

A presto
Genna

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