Le 4 “trappole del pensiero”… conoscerle per evitarle!

 

Ti sei mai accorto di avere uno strumento straordinario che ti consente di risolvere problemi, pianificare il futuro, progettare grattacieli?

Sto parlando del tuo “pensiero” di quella cosa che vivi sotto forma di “linguaggio interiore”, immagini e sensazioni che ti passano per la testa.

Come abbiamo visto in questi anni è una macchina così potente da costruire astronavi e anche da “imprigionarci”…

 

Ascolta “237- Le 4 “trappole del pensiero” … se le conosci le eviti se non le conosci…” su Spreaker.

 

La “forza del pensiero”…e la sicurezza personale

 

Ogni volta che mi ritrovo a dire: “non badare troppo a ciò che pensi è solo una macchina che fa previsioni sul mondo”, qualcuno mi guarda e mi dice:

”Scusa ma se non mi affido al mio pensiero a cosa dovrei affidarmi?” Ed effettivamente è un’obiezione comprensibile, visto che solo nel pensiero che trovi sicurezza.

Quel piano perfetto per le “vacanze” è una mappa che vive solo nei tuoi pensieri, confonderla con il territorio porta a grandi disillusioni.

Se invece la tratti per ciò che è: una mappa, una guida, allora puoi utilizzarla a tuo vantaggio, come forza propulsiva.

 

Realtà e immaginazione (percezione e fantasia)

 

Sappiamo tutti che non esiste una “realtà unica” e che la nostra immaginazione influenza ciò che vediamo, la psicologia ce lo dice da secoli.

Tuttavia è utile riuscire a riconoscere la differenza fra le due, cioè scindere (per quanto possibile) ciò che percepisci dalle tue aspettative su come lo percepisci.

Come sappiamo dalla meditazione: riuscire a scindere queste due forme di “pensiero” è lo scopo di ogni pratica di consapevolezza.

Ma esistono dei contenuti con i quali è più difficile fare questa operazione, e sono quelli descritti in puntata.

Come avrai notato non ci sono cose tipo “traumi” o eventi “emotivamente carichi”, perché quelli li sono sempre “delle trappole”.

 

Perché i contenuti “carichi” sono delle trappole?

 

Perché il nostro pensiero ci si ferma di continuo per cercare di risolverli, anche quando non è possibile risolverli!

Tratta quei problemi come se fossero questioni materiali che, effettivamente, se uno ci si mette a pensare molto potrebbe venirne a capo.

Ma spesso i pensieri “non hanno un capo”, cioè non hanno un inizio ed una fine perché sono ipotesi che non possono essere risolte.

Un trauma intenso non può essere risolto razionalmente, quando mi è caduto l’albero sull’auto ho pensato a 1000 soluzioni razionali.

Mi sono detto 1000 volte: “guarda che fortunato che sei stato a non essere in auto”, ma è chiaro che dentro c’è anche la voce che dice: “sei uno sfigato, solo a te poteva cadere un’albero sull’auto” 🙂

 

La mente regolare

 

La nostra mente funziona per “pattern”, cioè mette in atutto tutta una serie di azioni che le sono conosciute e che hanno già funzionato nel passato.

Così inizia ad occuparsi dei “pensieri” come se fossero “cose”, intrecciandosi su se stessa, fino ad incolpare il pensiero stesso.

Come hai sentito nella puntata possiamo ritrovarci davvero a dire: “se solo avessi guardato meglio gli alberi come oscillavano, avrei messo la macchina al sicuro”.

”Se solo avessi pensato meglio alla situazione”… quando nella maggior parte dei casi sono sempre le azioni a decretare la qualità dei nostri risultati e non i pensieri!

 

Pattern e automatismi

 

La maggior parte dei processi che ci caratterizzano sono automatici, lo so non ci piace ammetterlo ma è proprio così.

Mentre leggi queste parole non devi ogni volta reimparare a distinguere le lettere, per fortuna lo fa un sistema automatico.

Questo è un vantaggio enorme che però in alcune circostanze può trasformarsi in un problema.

Sapevi che la maggior parte degli incidenti durante gli incendi arriva perché le persone tendono a scappare usando la stessa porta da cui sono entrate?

Bizzarro ma è proprio il fatto di seguire un semplice comportamento abituale può fare la differenza in certi casi.

 

Le “vecchie abitudini”

 

Questa è una delle categorie che ho citato e che sono tratte dal libro “Agilità emotiva” di Susan David (pag. 41).

Se c’è una cosa che è emersa chiaramente in questi 2 secoli di psicologia è che noi esseri umani tendiamo a ripeterci.

Un po’ perché questo è comodo ed un pò perché siamo legati ad abitudini che, anche se ormai scomode, ci fanno reagire in automatico.

I motivi sono tanti ma è bene ricordare che questa ripetizione non è sbagliata di per se, ma va costantemente “aggiornata” perché il mondo è in continua evoluzione.

Aggiornare le nostre mappe di continuo sembra una sorta di tortura se non sai esattamente a cosa mi riferisco.

 

Presenza e conoscenza

 

Di certo per usare un nuovo software che non hai mai usato dovrai imparare delle cose, nuove conoscenze, che tu lo faccia per prove ed errori o studiano da un “manuale”.

Questo ti permette di aggiornare una “mappa”, infatti se la mappa precedente era simile il processo avviene in modo molto più fluido.

Come quando usi per la prima vuota un nuovo programma di editing (audio, video o foto) e scopri che è simile a quello che usavi prima.

Ma l’aggiornamento a cui faccio riferimento qui non è uno sforzo rivolto ad apprendere cose nuove. Ma è la capacità di restare aperti al nuovo, quella che chiamiamo presenza e che anche Susan David cita nel suo bel libro.

 

L’agilità emotiva

 

Il concetto intorno al quale gira il libro della David è quello di “agilità emotiva” cioè la capacità di essere flessibili con il proprio mondo interiore.

E’ lo stesso concetto di “flessibilità cognitiva” della ACT di cui ci siamo già occupati. E che descrive un nuovo rapporto con i pensieri.

Un rapporto tecnicamente “meno identificato” con questi contenuti, per fare un esempio: ti è mai capitato di litigare perché volevi la “ragione”?

O ti è mai capitato di vedere due persone che litigano perché desiderano avere ragione di una questione?

Se ti è capitato avrai di certo notato che le due parti tendono ad irrigidirsi, cioè iniziano a giustificare le proprie posizioni anche sino al paradosso.

 

”Non prendertela”

 

La metafora del “prendersela” è talmente utilizzata che tendiamo a dimenticare cosa rappresenta, eppure lo descrive benissimo:

Prendere, afferrare e trattenere un certo “contenuto mentale” con l’intento di controbattere, risolvere o nascondere il mondo interno.

Ce la prendiamo quando qualcuno ci “offende”, ma questa offesa resta tale proprio quando “la tratteniamo”.

Se ad offenderti è un bambino piccolo (di norma) non te la prendi, se sei particolarmente di buon umore “non te la prendi” (o te la prendi meno).

Quando “ce la prendiamo” smettiamo di essere flessibili, ci puntiamo su di una singola questione e perdiamo la visione d’insieme.

 

Prendere le cose con leggerezza ma non con superficialità

 

Viviamo in un mondo necessariamente superficiale. Necessariamente perché il mondo è talmente complesso che non possiamo approfondire tutto.

Pero dobbiamo e dovremmo allenare la nostra mente all’approfondimento proprio in virtù di queste tendenza all’apprendimento attuale.

Prendere le cose con “leggerezza” non significa essere superficiali nell’analisi di ciò che ci accade nel mondo, quella è un’altra faccenda.

Ma significa rendersi conto che “prendersela” (nei termini sopraesposti) serve solo a renderci più rigidi, questo vale in ogni campo.

Dalla gestione dei nostri contenuti interni alla gestione delle relazioni, dovremmo sempre mantenere una sorta di equilibrio dinamico fra “prendercela e lasciarla andare”.

 

Una metafora universale

 

Questo equilibrio sembra valere quasi per tutto: dal semplice tenere in mano un oggetto all’invasarsi per una qualche ideologia.

Se tieni con troppa forza la penna mentre scrivi ti verrà la tendinite, lo stesso vale per le bacchette di un batterista o per il plettro di un chitarrista.

Se dedichi tutto te stesso ad una qualche ideologia rischi di diventare un estremista, lo stesso vale per i tuoi “valori”, ci abbiamo dedicato una puntata.

Se ad esempio hai il “valore del benessere” e lo “tieni troppo stretto”, potresti ritrovarti a disagio in tutti quei contesti dove è bene lasciarsi un po’ andare, come nelle feste ecc.

 

E’ il pensiero che irrigidisce?

 

Spesso mi chiedono se è il nostro pensiero ad irrigidirci e mi chiedono anche: “come faccio a liberarmene?”. La verità è che non puoi liberarti del pensiero, e anche farlo sarebbe molto pericoloso per la tua sopravvivenza.

Ma puoi cambiare il tuo rapporto con ciò che pensi, iniziare a trattarlo per ciò che è: una previsione, più o meno accurata, sul mondo.

Cambiare il rapporto con il tuo pensiero richiede “meta-cognizione”, quella capacità che dovresti conoscere ormai bene, che ti consente di osservare i tuoi pensieri senza identificarti con essi.

La palestra più difficile e allo stesso tempo più efficace è… indovina? Bravo/a la meditazione. Di questo ne parleremo prossimamente, per ora sappi che qui trovi il corso gratuito più bello e attivo che ci sia in Italia.

 

A presto
Genna

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2 Commenti
  • Ciao, Genna.
    Ti seguo con molto interesse da poco più di un mese e quindi è troppo presto per dare un giudizio “consapevole” su quello che fai a mezzo social.
    Posso dire, però, che mi sono piaciuti molto i tuoi 10 giorni di meditazione scientifica che continuo a praticare con costanza.
    In questi giorni ho letto numerosi tuoi vecchi post e, anche se faccio un pò di confusione perché non ho avuto il tempo di assimilarli, posso dire che quello che più mi ha colpito è la tua capacità di esporre in maniera chiara concetti alquanto difficili per i non addetti ai lavori quale sono io.
    E poi mi ha colpito molto (in senso positivo) la tua umiltà quando confessi di non riuscire in qualche cosa, tu che sei un maestro.
    In questo post mi è piaciuto quando hai parlato della leggerezza che non va confusa con la superficialità. Questo è un concetto che ho sempre fatto mio, come quello della libertà che, come sostengo, non va confusa con libertinaggio.
    Una cosa, però, mi ha sorpreso in questo post ed è quando, dopo aver detto l’espressione “rischi di caderci con tutte le braghe” continui affermando “come si diceva ai miei tempi!” , e ciò solo perché fra poco compirai 40 anni (a proposito, auguri! ) .
    Io, che fra qualche mese compirò 60 anni, mi sono sempre, scientemente e consapevolmente , rifiutata di usare tale espressione perché ritengo che ora sono i miei tempi, questi che vivo adesso. E quando mi capita di raccontare vecchi episodi o di utilizzare vecchie espressioni, dico “quando avevo 20 (o 30 o 40…) anni , 10 (o 20 o 30 o 40 …) anni fa!!!”
    Scusami, sono stata più prolissa di te

    • Grazie Nunziatina,
      si lo dico spesso perché so che il web è giovane, anche se a dire la verità non è giovane ha più o meno la mia età 😉

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