La “mancanza” … la leva psicologica che “ti manipola”

 

Ti è mai capitato di sentire che “ti mancava qualche cosa”? Che non avevi abbastanza risorse per fare ciò che volevi o abilità per metterti in gioco?

Tranquillo queste domande non servono a “buttarti giù” ma a fare l’esatto contrario perché nella puntata di oggi cerchiamo di vedere perché c’è un senso di “mancanza endemico”.

E credo che questo sia in parte dovuto ad un “bias contemporaneo” che ci portiamo dietro da secoli e su cui oggi possiamo iniziare a lavorare seriamente…

 

Ascolta “233- La “mancanza” …la leva psicologica che ti manipola!” su Spreaker.

I Bias

 

Sono anni che parliamo di “bias” cioè di errori cognitivi che si ripetono in modo strutturale. Cioè sono errori della mente che accadono proprio in virtù di come è fatta e si è evoluta la nostra mente.

Come sai abbiamo già 3 autori che hanno vinto il premio Nobel proprio puntando il dito verso questi “errori della mente”, perché fare finta che non esitano ha portato solo ad enormi danni.

Kahneman ad esempio ha dimostrato più volte quanto i diversi “bias” nella presa di decisioni economiche possano aver creato profondi squilibri nelle aziende e nelle società.

Molti di questi “bias” possono essere raccolti sotto il cappello della “mancanza”. Come hai sentito ho cercato di mettere sul piatto alcuni dei più famosi errori di ragionamento ma in realtà ce ne sono molti altri.

 

La sindrome dell’impostore

 

Uno di questi bias di cui non abbiamo discusso in puntata è proprio la sensazione di “non essere all’altezza” che ci manchi qualcosa, la famosa “sindrome dell’impostore” che trovi qui.

Questa ci porta ad intravedere ancora una volta una serie di cause più sociologiche che psicologiche, come ad esempio “il fatto di non essere all’altezza” o l’ansia da prestazione.

Come abbiamo visto diverse volte siamo in un’epoca che ha abbandonato da poco il “senso di colpa” (legato ad aspetti morali di un altro tempo) per lanciarsi sul senso di inadeguatezza.

Mentre i nostri genitori si preoccupavano di fare “tutto come si deve” altrimenti si sarebbero sentiti in colpa, noi (e soprattutto i millenials) si sentono non adeguati, in continua competizione ecc.

Insomma ancora una volta una sorta di percezione di mancanza, di non essere abbastanza e che manchi un qualche tassello per sentirsi davvero “soddisfatti e realizzati”.

 

La mancanza tra oriente e occidente

 

Ciò che spero sia stato chiaro nella mia esposizione è che la “mancanza” non è un male di per se, perché è quella che ci spinge e ci motiva a soddisfare i nostri bisogni e desideri.

E’ stato lo stesso Abraham Maslow a sostenere che avanziamo nella sua piramide dei bisogni perché percepiamo la mancanza di qualche cosa, se così fosse questo senso di “mancanza sarebbe incolmabile”.

Si perché potremmo tendere potenzialmente per tutta la vita verso l’auto-realizzazione, ed in parte è proprio così. La cosa divertente è se ci aggiungi un pizzico di pensiero orientale.

E viene fuori che uno degli scopi principali per auto-realizzarti è proprio quello di smetterla di tendere verso ciò che desideri, è la dissoluzione della brama e dell’attaccamento.

 

La mancanza di senso

 

Non solo, il nostro caro mondo oltre averci dotato di strutture cognitive limitate e piene di “errori” ci ha allo stesso tempo donato di un ingegno pazzesco.

Ingegno che ci conduce al nostro tempo moderno, dove guardiamo gli artefatti che ci circondano (le cose fatte dall’uomo) e ne abbiamo solo una minima comprensione.

Sai come funziona il tuo smartphone? Lo sai davvero? Un uomo adulto e curioso di soli 2 secoli fa comprendeva la maggior parte degli artefatti con cui si trovava ad aver a che fare.

Oggi le cose sono molto diverse, e questa “mancanza di senso” non è solo una crisi valoriale e nichilistica come direbbe il prof. Umberto Galimberti.

Ma è anche una mancanza di senso legata all’avanzare inesorabile della tecnica e della complessità che la accompagna.

 

In mezzo a questo “mancare” dobbiamo colmare

 

Il vuoto, il silenzio, spesso oggi spaventano le persone. Ti è mai capitato di voler accendere la tv o il mio podcast semplicemente per “tenerti compagnia”?

Tranquillo è normale, ma è qualcosa che capita solo ai nostri giorni, proprio perché abbiamo tantissimi modi di colmare le nostre mancanze non riusciamo mai a soddisfarle realmente.

Questa puntata non vuole dire che abbiamo tutti un senso di “mancanza” ma che si tratta di una delle forme più comuni oggi di problematica psicologica.

E la soluzione attuale, quella di cercare di colmare, inseguire e raggiungere per sentirci “soddisfatti” (auto-realizzati) non sembra reggere al 100%.

Ed il fatto è che spesso ciò che vogliamo colmare non è ciò che desideriamo realmente, ma è ciò che la società, i media, gli amici e i nostri genitori desiderano per noi.

 

Essere vs fare

 

Nella puntata 81 abbiamo parlato di quella che Kabat-Zinn chiama la modalità dell’essere contrapposta alla modalità del fare.

Quando sei nella modalità del fare (la maggior parte del tempo) la tua mente è come se non trovasse mai pace, perché è costantemente in preda al fare qualcosa.

Restare con le mani in mano è qualcosa che sembra semplice ma che semplice non è! Nella nostra società caratterizzata dalla “performance” e dall’essere all’altezza questo è a dir poco “scivoloso”.

Saper oziare è un allenamento e gli orientali lo sanno da sempre, tanto da descrivere a volte la meditazione come un cercare di “non fare nulla” ma solo di stare e essere.

Quando la nostra mente sta con le mani in mano cosa fa? Esatto va alla ricerca di problemi da risolvere e quando li trova cosa prova? Senso di mancanza, di incompiutezza.

 

La gestione del tempo

 

Come sai su Psinel ho parlato davvero pochissimo di “gestione del tempo”. Uno dei motivi che mi ha spinto a farlo è perché ritengo questa branca dello sviluppo personale foriera di tranelli:

Il tranello più importante sta proprio nel cercare di costruire la propria giornata a tavolino per non avere tempi vuoti, come i grandi imprenditori che “schedulano” gli impegni per blocchi di 15, 5 a volte anche 2 minuti.

Evita di fraintendere, è ovvio che una buona organizzazione e pianificazione siano alla base del successo personale, ma una loro esagerata esecuzione non è sempre un bene.

Infatti i più saggi come l’amico Andrea Giuliodori (noto per queste tematiche) pianificano anche i momenti in cui “essere” invece che “fare”.

Aggiungi del tempo per poterti sentire completo così come sei, per poterti sentire realizzato per il semplice fatto di essere vivo (non lo siamo tutti ;-)).

 

La gratitudine

 

Quest’ultimo passaggio mi ha fatto pensare che forse, tra i consigli di oggi ci sarebbe stata benissimo la nostra cara “gratitudine”, una sensazione che va coltivata a manetta.

E se ci pensi la gratitudine verso ciò che già hai raggiunto, verso ciò che già senti di aver completato e ottenuto, t’impedisce di finire nella spirale della “mancanza”.

So che può sembrarti un salto incredibile, ma è anche per questo che abbiamo una cultura antichissima legata al culto dei morti (per mille motivi ma questo è centrale).

Cioè pensare alla morte da vivi non è un modo macabro di occupare il tempo, ma è un modo per ricordarci di godere di ogni singolo istante e con questa idea in mente è difficile sentire troppa “mancanza”.

 

Saggezza antica

 

“Genna ma di queste cose ne parlavano già migliaia di anni fa”, si in una qualche forma e misura abbiamo sempre sentito un senso di insoddisfazione, perché ci spinge e ci motiva a sopravvivere.

Inoltre abbiamo tutta una tradizione filosofica moderna che parla di “mancanza di valori”, “nichilismo”, “mancanza di senso” ecc.

Potremmo parlarne per giorni, ma la cosa che più mi interessa è mostrarti che questa “sensazione di incompletezza” è legata a fattori psicologici oggi molto pressanti.

A partire dal marketing che sfrutta queste leve per farci sentire “manchevoli” e per venderci le cose sino ad arrivare alla società della performance.

Cioè al fatto che oggi vali solo se “produci e raggiungi risultati”, cosa sacrosanta ma che non tiene conto di tanti aspetti della realtà.

 

La paura di sbagliare

 

Ciò che fa la “società della perfomance” è aumentare a dismisura la paura di “sbagliare” di non essere all’altezza e questo può portare gravi problematiche.

Queste situazioni sono spinte dall’evitamento, cioè se non mi sento all’altezza cercherò di evitare con tutto me stesso quel compito, perché? Perché ho paura di sbagliare.

Lo so che sembra fin troppo banale ma è esattamente così. Se la prima volta che tuo figlio da 2 caldi ad un pallone tu gli urli “ma noooo devi darci di piatto, non sei proprio capace” (sto esagerando).

E’ ovvio che poi non cercherà più di toccare un pallone (questo è auto biografico) lo stesso vale se “gli urli” perché non riesce a capire un concetto a scuola.

Questo non significa fare finta che gli errori non ci siano, ma significa far sapere a chi sta imparando che “sbagliare” fa pienamente parte del processo di apprendimento.

 

Concludiamo con allegria

 

Lo so la tematica di oggi non è delle più allegre ma posso assicurarti che è una delle più richieste e, in questo periodo estivo, possiamo approfittarne per rifletterci.

Non dobbiamo diventare degli eremiti che si allontano dai propri bisogni/desideri e neanche cercare di coglierci costantemente in fallo, semplicemente saperlo già porta grandi benefici.

Sapere che se di tanto in tanto ti senti “manchevole” e magari ti sembra di non aver fatto nulla di particolare per questo sentimento, ecco ora hai un pizzico di spiegazione in più.

Come ti dicevo magari non è delle più allegre e forse neanche delle più dettagliate, ma posso assicurati che pensarci evita l’evitamento ed è già di per se crescita personale.

 

Fammi sapere cosa ne pensi lasciando un tuo commento qui sotto… se sei stato così temerario da leggermi sino a qui, lascia il tuo segno!

 

Genna

 

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6 Commenti
  • Grazie Gennaro 🙂

  • enza de luca picione
    Rispondi

    interessante

  • Riprendo l’immagine del puzzle in cui mi identifico perfettamente, nonostante abbia raggiunto l’eta’ adulta, questa tensione verso, non mi abbandona, ma e’ altrettanto vero che siamo molto condizionati dalla performance, dalla quale non e’ semplice sottrarsi, ma un buon concetto di se’ e una buona autostima puo’ semplificare la vita.
    Penso sia un crescendo inevitabile, bisogna confrontarsi e dal confronto trarne benefici per se stessi, e’ un lavoro duro e raffinato nel contempo, che richiede tempo e meditazione , ma indispensabile per gestire la mancanza/necessita’/bisogno.Grazie.

  • Grazie Gennaro, anche in questi giorni di caldo ci dai stimoli e indicazioni per cercare il miglioramento personale.
    P. S. L’audio è perfetto nonostante i lavori dei vicini.
    Antonella

  • grazie di esserci, genna
    ottimi contenuti il tuo blog e il tuo podcast

    ci sei di ispirazione

  • Ciao Genna!
    questo articolo mi ha ricordato molto di quando mi rendevo conto che volevo qualcosa e che poi con la consapevolezza maturata con la pratica meditativa, mi rendevo conto che non mi serviva in realtà.
    Quello che trovo funzionale è appunto avere degli obiettivi e il desiderio di migliorarmi per poterli raggiungere. Allo stesso tempo quel rischio di quella trappola del meditare tutto il giorno non ce l’ho perchè poi come mangio? con l’aria? 😀

    Poi l’esempio di quell’imprenditore che seguivi e che con una brutta esperienza di vita ha cambiato priorità, posso dire di averne vissuta una simile quando è accaduto il terremoto in Emilia, visto che ho Mirandola a 10 km da casa mia. In quel frangente quelle “seghe mentali” che popolavano la mia mente se ne sono scomparsi e mi sono concentrato di più nell’aiutare le persone attorno a me che non stavano bene.

    Sicuramente la pratica e la lettura del libro di Cialdini, come quello di Kahneman sono dei toccasana per evitare questi atteggiamenti direi… compulsivi? Mia zia non si perde un 3×2 nei supermercati o le offerte che ci sono, con il risultato che ha la cantina piena di cose…

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