La Zona di comfort nella crescita personale contemporanea

 

Uno dei concetti “sempre verdi” nel campo della crescita personale è quello di “zona di comfort”. Così famoso che ormai è entrato nel lessico quotidiano anche dei non addetti ai lavori.

Così come usiamo correntemente parole come “rimozione” e “negazione” tipiche del lessico psicoanalitico, da circa 40 anni si sente spesso parlare di “zona di comfort”

Oggi scoprirai perché è meglio espandere che uscire…

 

Ascolta “221- Come espandere la Zona di Comfort nel 2018…” su Spreaker.

 

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Espandere e uscire

 

Il tema centrale della puntata di oggi è molto semplice: non bisogna “uscire dalla zona di comfort” ma bisogna allargare questa benedetta “comfort zone” (che non si capisce mai come si debba scrivere).

La prima volta che ne ho sentito parlare erano i primi anni 2000 dal famoso libro “Come ottenere il meglio di se e dagli altri” di Anthony Robbins.

Ero un giovane studente e mi ricordo perfettamente che effetto mi fece pensare “se non puoi allora devi” (if you can’t than you must) uno dei mantra di Robbins.

Solo dopo qualche anno ho capito che quella frase è una sorta di esortazione ad evitare di sederci sulla comodità delle nostre vite per sfidarci ogni giorno.

 

In superficie

 

In superficie quesito “slogan” ha il vantaggio di ricordarti che se vuoi crescere in un determinato campo devi continuamente “osare”.

Se vai in palestra e fai sempre gli stessi esercizi di certo otterrai una buona forma fisica ma difficilmente la migliorerai.

Questa verità è talmente lapalissiana (evidente) che risulta quasi invisibile dietro la potenza dello “slogan”.

Non c’è niente di strano nel cercare di aumentare le proprie performance in un determinato ambito.

 

In profondità

 

Può far storcere il naso l’idea di doversi “continuamente sfidare” soprattutto quando il cervello è disegnato per trovare la comodità.

Come sai il nostro cervello è un risparmiatore seriale di energia, per tanto una volta che trova le sue comodità fa fatica ad uscirne.

Ma nonostante questa tendenza sia una peculiarità della nostra specie, non credo che i nostri antenati avessero bisogno di tali esortazioni.

Se qualche secolo fa ti “sedevi sugli allori” a meno che tu non fossi un fortunato nobile rischiavi la pelle.

 

La crescita personale sbarca nelle aziende

 

Come capita quasi sempre i primi ad implementare cose che sembrano funzionare sono gli imprenditori. Si non sono le famose università ma le aziende con i soldi.

Così quando questi concetti sono entrati nelle aziende all’inizio hanno motivato i più competitivi ma hanno anche fatto arricciare il naso a molti.

Infatti se la vedi dal punto di vista dell’operaio e della “lotta di classe” l’esortazione a fare sempre di più e meglio sembra un modo elegante per dire “lavorate di più”.

Per fortuna la crescita personale è diventata sempre più “personale” (anche grazie al web) il che ha permesso a molti di accedere a queste conoscenze.

 

Dimostrare

 

Se mettiamo insieme la tendenza generale della nostra epoca: quella della performance, dove tutti dobbiamo funzionare meglio delle macchine.

Dove la competizione non è più qualcosa di ideologico ma è qualcosa di personale che si consuma a suon di foto bellissime sui social.

Ecco tutto questo desiderio di dimostrare agli altri quanto vali, questo può portare a confondere lo “slogan” con l’aspetto operativo.

Se a questo ci aggiungi che siamo in un’epoca del “tutto e subito” allora la fruttata è davvero fatta, come dicevano i miei nonni.

 

Tutto e subito

 

La nostra società è caratterizzata da una profonda impazienza (per questo ti consiglio di meditare) ed è questa a rendere velenoso il concetto di zona di comfort.

Se non hai mai sciato è stupido seguire i tuoi amici sulle piste “nere” (le più difficili) solo perché pensi di uscire dalla tua routine.

Devi prima imparare i rudimenti, restare in piedi, imparare a gestire la forza nelle gambe ecc.

Questo significa che nessuno può imparare sulla pista nera? No, ma significa che è molto probabile che uno si faccia male se “esce” da questa zona.

 

Quanto posso crescere?

 

Questa domanda racchiude in modo sintetico il concetto di “zona prossimale di sviluppo” di Lev Vigotsky che abbiamo accennato in puntata.

Una mamma guardando il suo bambino dovrebbe proprio chiedersi: “cosa è in procinto di saper fare mio figlio”?

E quando ha la risposta può cercare di facilitare questo apprendimento successivo mettendolo nelle condizioni di provarci da solo.

Se ad esempio sta imparando a parlare non gli dirà “vuoi il tuo giocattolo?” Ma gli dirà “vuoi questo?” Magari solo indicandolo e attendendo che il bambino pronunci il suo nome.

Chiaramente per un bambino le cose sono molto diverse, infatti sappiamo in modo più o meno prevedibile le sue tappe evolutive.

 

Le tappe evolutive

 

Così come conosciamo le varie fasi della psicologia evolutiva dei bambini abbiamo schemi simili per molte altre discipline.

Sappiamo più o meno che tipo di passaggi deve fare una persona che desideri imparare a guidare un’automobile.

Ma pochi sospettano che potrebbero migliorare per tutta la vita il proprio stile di guida, e la brutta notizia è che non basta guidare.

Come ha dimostrato Andres Ericsson purtroppo se non attuiamo un piano di pratica deliberata difficilmente miglioreremo.

In altre parole: se non ti metti “alleni volontariamente” non migliori ed è questo per me il vero senso della famosa “Zona di Comfort”.

 

Allenamento volontario o pratica volontaria

 

Il miglioramento personale richiede uno sforzo volontario, che voglio nuovamente sottolineare, non passa da enormi passi in avanti ma da continui e consistenti atti volontari.

Sono atti che nella maggior parte dei casi avvengono spontaneamente, lo so che sembra assurdo ma è proprio così che accadono le cose, lascia che mi spieghi meglio.

L’esempio più eclatante è la palestra, si inizia spesso mal volentieri, ma se si insiste arrivano i primi risultati e solitamente danno molta soddisfazione.

Queste sensazioni positive di essere riusciti a migliorare ci rendono quella fatica un piacere. Il paradosso più importante è che più pratichi e più diventa piacevole praticare. Ma fino ad un certo punto…

 

Il blocco dell’apprendimento

 

Nelle sue ricerche sulla memoria Ericsson ci mostra che le prestazioni dei suoi studenti andavano bene fino ad un certo punto.

Se ti ricordi ne abbiamo parlato di Steve Fallon, il primo studente di Ericsson di recente, il primo a memorizzare stringhe di 80 numeri senza addestramento.

L’andamento di Steve era sempre simile: migliorava di continuo fino ad un certo punto, uno stallo che era anche in grado di farlo retrocedere nei suoi progressi.

Ma continuando a sforzarsi lo superava e ritornava la fase ascendente di continui miglioramenti. Lo studioso ha osservato questo andamento con molti altri soggetti.

 

Continuare a spingere anche nelle difficoltà

 

Ed è guarda caso proprio chi supera quel “blocco” che continua e prosegue a raccogliere risultati.

Ecco il click di quel “blocco” è il suono indistinguibile dell’espnasione della tua zona di comfort. Si hai capito bene è in quel momento che stai davvero crescendo.

Ed è talmente potente come fase di apprendimento che è addirittura difficile ricordare come ti sentivi prima che avvenisse, non mi credi?

Ti ricordi come ti sentivi quando stai imparando a guidare l’auto? O prima di saper leggere e scrivere?

 

Un avanzamento importante

 

Se ci pensi bene ogni volta che hai superato un blocco di apprendimento ed hai appreso nuove abilità, difficilmente ti ricordi cosa significa non padroneggiare quelle capacità.

Ti ricordi cosa significa non saper andare in bici? Puoi ricordarlo solo se non sai andare in bici oppure se hai imparato poco tempo fa.

Ogni volta che superi quella soglia avviene un “clack” (oggi sono molto onomatopeico) dal quale difficilemente si torna indietro.

Stai così espandendo effettivamente la tua zona di comfort, stai espandendo le mappe interiroi che usi per muoverti nel tuo mondo.

 

Il “gergo corrente”

 

Tornando all’inizio del post, se il gergo attuale assimila parole come “rimozione e negazione” non è solo perché “sono di moda”.

Ma perché descrivono accuratamente alcuni nostri atteggiamenti, infatti tendiamo davvero a rimuovere e a negare.

I termini e i loro concetti sicuramente già esistevano nella saggezza popolare racchiusi in un qualche proverbio, perché utili.

Così come il concetto di “zona di comfort”, credo che questi termini restino impressi e vengano condivisi non solo per moda per anche per utilità.

 

Esortare alla conoscenza dei meccanismi psicologici

 

Come abbiamo visto nella puntata dedicata alla divulgazione della psicologia nelle scuole sono ancora qui a ribadire lo stesso messaggio.

Non lasciamo che questi concetti importanti vengano solo letti sulle bacheche dei social senza essere realmente compresi per la loro importanza.

Portiamo un pizzico di sana psicologia nel mondo! Parlandone con il gergo attuale, con esempi moderni e soprattutto …

… parliamo di cose che non arrivino solo dal “sentito dire” ma mettiamo in mostra i dai, gli studi e gli sforzi che migliaia di ricercatori fanno ogni giorno.

Un esempio molto vicino alla famosa “zona di comfort” e legato alla ricerca in psicologia, sono gli studi sull’evitamento.

 

Per espandere la zona di comfort smetti di evitare

 

La ZdC non è un concetto fisico ma psichico, lascia che mi spieghi meglio. E’ chiaro che i limiti esistono anche dal punto di vista fisico, ma quando sono di quel genere sono difficilmente espandibili.

Certo puoi allenare il tuo corpo e migliorarlo in modo pazzesco, ma come dicevamo nella puntata dedicata al talento, non puoi fare la ballerina a 40 anni.

La ZdC è soprattutto psicologica ed è quella la più pericolosa di tutte. La Zona di Comfort mentale è quella che da vita ai pregiudizi, che non ti fa cambiare idea di fronte all’evidenza ecc.

Ma non solo, è anche quella che ti fa evitare di pensare alle cose brutte perché hai letto su un giornale che è bene pensare sempre alle cose belle (il nostro evitamento esperienziale).

Per espandere questa bolla dobbiamo innanzi tutto smetterla di evirare di affrontare le cose difficili, le cose che ci costano “fatica emotiva”.

 

La fatica emotiva

 

Come dice spesso il mio amico e collega Luca Mazzucchelli: il lavoro si è spostato dalla “fatica fisica alla  fatica mentale”. Se ci pensi i lavori più pagati non sono quelli che richiedono uno sforzo fisico ma emotivo.

Lo so che lo “sforzo emotivo” è sempre esistito in una qualche misura, ma mai come oggi siamo di fronte a questo tipo di fatica. Se un tempo non sapevi gestire la rabbia ma faticavi duro potevi campare bene.

Se oggi ti arrabbi con tutti i tuoi colleghi non importa quanto sei bravo, probabilmente farai una vitaccia e la tua forza fisica ti servirà poco ad importi sulle altre persone.

La forza dei nostri tempi moderi è legata alla gestione delle nostre emozioni, se vuoi davvero imparare ad “allargare la tua zona di comfort” devi necessariamente aumentare la tua capacità di regolare e gestire le emozioni.

 

Per qualsiasi domanda su questo complicatissimo tema lascia un commento qui sotto.

 

A presto
Genna

 

 

 

 

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