Il tuo “dialogo interno” quanto influenza chi sei e cosa fai?

 

Hai mai sentito dire che “le parole che dici equivalgono ai pensieri che hai”? E’ una affermazione non troppo nota ma racchiude in se una conoscenza implicita.

Il credere che il tuo “dialogo interno”, quella specie di vocina con cui parli a te stesso in ogni istante, sia il tuo pensiero non è così funzionale come si credeva un tempo.

Nella puntata di oggi parliamo di neurolinguistica o meglio “psicolinguistica”, di neuroscienze e crescita personale… buon ascolto:

 

Ascolta “211- Pensieri e parole: il tuo “dialogo interno” corrisponde al tuo pensiero?” su Spreaker.

Dove risiede il pensiero? Un po’ di complottismo…

 

Fino a qualche secolo fa eravamo ancora convinti che il “pensiero” risiedesse “nel cuore” secondo alcune concezioni aristoteliche, oggi sappiamo che è nel cervello. Come facciamo a saperlo?

Semplice, se perdi un arto in un incidente non perdi la capacità di pensare. Si di certo durante l’incidente e per qualche tempo sarai poco lucido, ma se sopravvivi nel tempo recuperi “il tuo pensiero”.

Se invece “prendi una bella botta in testa” si capisce subito che questa ha maggiormente a che fare “con il pensiero”. Infatti in base alla posizione della lesione abbiamo un problema che può riguardare “il pensiero”.

Lo so, sembra banale affermarlo, ma in un’epoca dove c’è gente convinta che la terra sia piatta, direi che è bene sottolineare anche l’ovvio. Cioè che fino a prova contrario il pensiero risiede “nel cervello” o “fra i cervelli”.

 

La voce della coscienza

 

Hai mai sentito parlare di “voce della coscienza”? E’ ancora una volta quella vocina che dentro ognuno di noi valuta, giudica, paragona, pianifica, simula e “ragiona”.

E’ la parte della nostra coscienza più accessibile che si presenta spesso sotto forma di rappresentazione auditiva o visiva. Come un discorso dentro la tua testa o come delle immagini (o entrambe le cose).

Basta un pizzico di introspezione volontaria per renderti conto che dentro di te hai dei continui “processi cognitivi in atto” che puoi osservare proprio come ascolti delle parole all’esterno o delle immagini.

Solo che queste hanno una caratteristica peculiare: sei perfettamente conscio che si tratta di una “comunicazione soggettiva” tra te e te…

 

Comunicazione “pubblica e privata”

 

Nella ACT (di cui ci siamo tanto occupati) si fa una semplice distinzione fra comunicazione pubblica: quella che hai tutti i giorni con le persone che ti circondano e quella privata.

La “comunicazione privata” sarebbe quella che hai con te stesso. No tranquillo, non hai bisogno di essere psicotico per avere delle rappresentazioni interne sotto forma di “voci” o “immagini”.

Da diversi studi sappiamo che questa “comunicazione privata” è importante anche per la semplice pianificazione delle tue azioni.

In un vecchio studio chiedevano alle persone si parlottare fra se e se durante l’esecuzione di un compito ad un gruppo mentre ad un secondo gruppo era chiesto di non farlo.

Risultato: il gruppo che non poteva “parlottare con se stesso” aveva delle prestazioni peggiori rispetto a quello esplicitamente invitato a “parlottare”.

 

Psico-linguistica applicata

 

Martin Seligman illustra molto bene il potere della linguistica (delle parole) sul funzionamento umano nella sua “psicologia positiva”, ad esempio fa notare come le aziende che funzionano meglio abbiano un linguaggio maggiormente positivo.

Un linguaggio che fa maggiore uso di termini che hanno a che fare con la “speranza”, la “crescita”, la “forza interiore”, la collaborazione ecc.

Come sappiamo dagli studi sul priming una semplice parola può prepararci a vivere una certa esperienza in modo completamente diverso riuscendo ad attivare le nostre “reti semantiche interne”.x

In questi anni lo abbiamo visto in numerose salse sperimentali e cliniche, con ad esempio gli innumerevoli esempi tratti dal lavoro di Milton Erickson.

 

Linguaggio e pensiero

 

A questo punto verrebbe spontaneo a chiunque immaginare che il linguaggio o meglio “la comunicazione privata” sia in fondo il nostro “pensiero” la nostra “coscienza”.

Ma alcuni studi riportati da Antonio Damasio smentiscono nettamente questa osservazione. Come hai ascoltato nella puntata anche se perdi completamente le parti del cervello deputate al linguaggio non appari come “senza pensiero”.

Quindi chiaramente quel “dialogo interno” rappresenta ciò che stai pensando in una qualche misura ma non è strettamente il tuo pensiero, quello che precede ogni tipo di azione.

Di certo può prepararti all’azione ma in realtà non agisci tutto ciò che pensi, altrimenti sarebbero guai seri, visto che solitamente siamo portati a pensare a “tutto e al contrario di tutto”.

 

La prigionia del linguaggio

 

Inizialmente volevo chiamare questa puntata “la prigionia del linguaggio”. So bene che queste informazioni possono sembrare poco pratiche e lontane dalla crescita personale, ma così non è!

Infatti sono anche troppi i manuali di self-help che invitano i lettori ad acquisire una sorta di “controllo attivo” sulla propria “comunicazione privata”.

Consigli spesso realmente utili se usati saggiamente come una sorta di “esercizio di pensiero” ma che possono diventare pericolosi quando si inizia a confondere “linguaggio e pensiero”.

Il pericolo è ben noto qui su Psinel è si chiama “controllo”, un meccanismo di difesa naturale contro ciò che non ci piace e che serve essenzialmente per evitare “sentimenti spiacevoli” dentro di noi.

 

Stai attento a come parli

 

Di certo è chiaro che possiamo avere un certo controllo su ciò che diciamo, altrimenti ci ritroveremmo a dire cose strane ai funerali e dire cose fuori luogo ai matrimoni (a volte capita lo stesso).

Tuttavia avere un esagerato controllo su ciò che precede la parola, che è da considerarsi già come un’azione, quindi il pensiero che ci sta dietro, ecco su quello hai meno controllo.

Un esempio che forse conosci per capire l’importanza del controllo è quello di provare a dire ad alta voce cosa hai mangiato ieri sera, provaci per qualche secondo se non conosci l’esercizio prima di proseguire.

Bene, hai elencato la tua cena? Se non hai cenato racconta un qualsiasi evento e valuta su una scala da 1 a 10 quanto è stato facile farlo, dove 1 significa poco facile e 10 facilissimo.

Scommetto e spero che tu abbia dato un volto alto! Ora prova a ripetere questa descrizione a voce alta, ma questa volta senza mai pronunciare la lettera “O”…vai fallo!

 

Facile o difficile?

 

Se hai provato a rifare la descrizione della cena senza la vocale indicata è probabile che tu ti sia reso conto che è decisamente meno facile della prima volta, perché?

Si ok, è più difficile perché ti ho fatto togliere una vocale che si usa di frequente. Ma sappi che sarebbe stato difficile anche solo togliendo una qualsiasi consonante meno frequente (tranne X e Y).

Perché? Perché semplicemente non sei abituato a controllare le singole lettere che utilizzi per formulare ciò che dici. E’ una sorta di controllo attivo sul tuo “linguaggio”.

Lo so caro psinellino è un esempio vecchio, ma probabilmente non tutti l’hanno mai sperimentato direttamente. Questa è un’ottima occasione per farlo e per capire la lezione più importante di oggi…

 

“Il pensiero non è un oggetto”

 

Puoi pensare al tuo pensiero come ad un qualcosa ma in realtà un processo che tendi a gestire come se fosse un “oggetto”. Se non ti piace quel quadro sulla parte cosa fai? Lo sposti.

Se non ti va di avere nella testa quella cavolo di canzoncina che continua a ronzare cosa fai? La sposti? Peccato che non si possa, ci hai mai provato?

Certo puoi distrarti, cercare di ascoltare altre canzoni, pensare ad altro ecc. ma a volte non basta, non appena stai qualche istante in silenzio eccola che ritorna.

Vuoi sapere come puoi gestirla? Smettendola di cercare di spostarla come se fosse un oggetto nella tua testa. Un trucco è fare l’esatto contrario, cioè metterti li e “ascoltarla tutta” magari canticchiarla anche.

 

Accettazione

 

Si siamo ancora una volta di fronte alla nostra “accettazione” intesa come apertura verso ciò che ci passa per la testa, non è una questione facile l’abbiamo vista in questa puntata sull’integrazione psicologica.

Accettare significa primariamente riconoscere che abbiamo “una vocina” che ci sta ad esempio dicendo che “non valiamo niente” o qualcosa del genere.

L’accettazione è un processo attivo dove ti apri volontariamente a quella esperienza smettendo di combatterci. Invece di cercare di capire o peggio di mandarla via (ne parleremo approfonditamente fra qualche settimana in una puntata sulle “risorse psicologiche”).

Puoi imparare a gestire “il linguaggio invece che esserne gestito”, attraverso la consapevolezza del processo, quindi sapendo che si tratta di “una sorta di ipotesi sul mondo”.

 

Se i “pensieri non sono veri allora cosa ci faccio”?

 

Allora la domanda è più che pertinente perché se “nessun pensiero è vero” cioè descrive realmente ciò che accade, ma è più simile ad una sorta di “notifica” di un computer allora quali pensieri “seguire”?

Per rispondere a questa domanda farò nuovamente riferimento alla ACT li c’è una risposta molto schietta, identica a quella della PNL e della nostra cara crescita personale:

Decidi se ciò che ti passa per la mente è utile o inutile, se è qualcosa di “potenziante o depotenziante” (si direbbe nel nostro campo) quindi tornare ad “usare i pensieri invece che esserne usati”.

Per farlo devi avere ben chiari i tuoi valori e ciò che desideri da quella specifica situazione in cui ti trovi. Ma devi anche imparare a lasciar andare quei pensieri che sono inutili, che ti portano lontano da dove vuoi andare.

 

La “coscienza nucleare”

 

Per Antonio Damasio esiste una specie di “proto coscienza” che caratterizza ognuno di noi ed è quella che NON perdi se per caso hai qualche problema all’emisfero sinistro.

Perché è così importante per noi? Perché ci dimostra che esiste realmente una parte di te che non è il racconto di te. Lascia che mi spieghi meglio…

… per Damasio tu “sai di essere chi sei” perché continui a raccontartelo, è il famoso “Se auto-biografico” ne parliamo approfonditamente nel Qde (quaderno degli esercizi) di oggi.

Ma a quanto pare per agire “con coscienza” non hai bisogno di avere un racconto continuo su te stesso, si in realtà ne hai bisogno ma non è così fondamentale quanto si credeva in tempo.

Ne parleremo in una prossima puntata perché questo tema prende insieme “la coscienza e la meditazione”… se hai qualche domanda in merito, falla qui sotto!

 

A presto
Genna

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4 Commenti
  • Grazie, non sai che sollievo mi dài:
    Il linguaggio non è la nostra coscienza, bensì è una tecnologia.

    • Ciao Paola,
      assolutamente si e sembra strano dirlo come se fosse scontato, ma non è scontato per niente.

  • Ciao, ho un dubbio. Più volte hai ribadito il concetto di meditazione (qui ed ora) per evitare che i pensieri vaghino nelle famose e pericolose “seghe mentali”. Ci sto provando (per ora senza meditazione, ma appena mi rendo conto di vagare con i pensieri torno al qui ed ora). Una domanda: personalmente ho sempre utilizzato la testa ed i pensieri per trovare soluzioni. A volte, prima di andare a dormire mi concentro su un problema in cerca di idee. in pratica quando ho un problema mi ci concentro e cerco di trovare una via di uscita, ragionando selettivamente. Lo faccio molto anche sul lavoro. Come si concilia questo modo di operare con i dettami del “qui ed ora”? Ovvero, sono compatibili le 2 cose oppure sto sbagliando?
    Grazie infinite per il lavoro di divulgazione che fai.

    • Ciao Gianni
      ottima domanda davvero…
      allora per darti una risposta completa mi servirebbe un’altra puntata ma già questa va bene.

      Se impari a notare i tuoi pensieri come tali, cioè come il risultato di una lunga elaborazione che non puoi conoscere ma che non si tratta di te stesso stai già facendo una grande cosa.

      In altre parole devi diventare consapevole che stai pensando, e fare come quando mediti “ecco il pensiero” poi fare una valutazione successiva del tipo: “questo pensiero è utile adesso?” se la risposta è si continui a seguirlo altrimenti lo molli e torni a fare ciò che stavi facendo.

      Vedi il pensiero non è il male, il male è credere che quel “pensiero” guidi le tue azioni come un software guida le azioni di un computer. Serve esercizio per riuscirci, il migliore lo spiego in MMA 😉

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