La piccola meditazione della “accettazione attiva”…

 

 

Sono passati ormai alcuni anni dal primo post di Psinel sulla “accettazione” e nonostante tutto questo tempo solo alcune persone lo hanno afferrato davvero.

Se anche tu hai fatto fatica evita di preoccuparti è un concetto complesso che va sperimentato. Nella puntata di oggi cercherò di farti toccare con mano questa esperienza attraverso una mini-meditazione guidata.

 

 

Ascolta “205- La piccola meditazione della “accettazione attiva”…” su Spreaker.

 

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Resa Vs Accettazione

 

La prima distinzione importante con cui desidero che tu prenda dimestichezza è fra “resa e accettazione”. Troppo spesso le persone tendono a confondere questi due aspetti perché sono molto simili.

La prima differenza sta nella consapevolezza, puoi arrenderti alle cose che ti capitano senza averne pienamente consapevolezza. Puoi arrenderti al traffico senza sapere perché c’è quella coda.

Al contrario per “accettare il traffico” devi avere una qualche forma di consapevolezza. Il che non significa che tu debba sapere per filo e per segno le cause, ma essere consapevole della coda.

E’ una differenza sottile che si esprime bene nel concetto di “attività”. Accettare è un processo attivo, devi accorgerti e diventare “più ampio” per accettare. Mentre per arrenderti ti basta lasciar perdere in modo passivo.

 

Accettare significa poter integrare

 

Ti ricordi la puntata sulla “integrazione”? Accettare significa poter integrare, viceversa ciò che non accetti non puoi integrarlo nel tuo “teatro mentale”.

Per integrare devi accettare che la tua mente sia in grado di elaborare pensieri contrastanti e di metterli a confronto. Questa accettazione chiaramente nasce dalla consapevolezza della “lotta in atto”.

Nell’esercizio di oggi questa consapevolezza diventa esplicita nel momento in cui ti accorgi di esserti distratto durante la meditazione. In quel momento spuntano fuori due parti di te:

La parte A ti dice che “ti sei distratto” e te lo fa semplicemente notare (questa è la consapevolezza) la parte B ti giudica perché ti sei distratto (questa è la parte da accettare).

 

Accettazione Vs evitamento

 

Accettare ha inoltre un’altra funzione essenziale: se accetti realmente ciò che ti sta accadendo non lo stai evitando. E come abbiamo visto numerose volte l’evitamento può essere davvero pericoloso.

Evitare significa fare finta che non sia accaduto nulla, nel nostro esempio se ti accorgi che c’è un sacco di coda evitare significa fare finta di niente. Il che potrebbe portarti a fare delle cavolate.

Se pensi che non ci sia coda potresti fare dei sorpassi azzardati senza la possibilità di rientrare nella tua corsia (questo esempio lo capiscono solo gli automobilisti).

Accettare significa fare i conti con tutte le emozioni negative che riguardano il fatto di essere intrappolati nel traffico. Senza questa accettazione che passa anche dalle emozioni stiamo scappando.

 

Accettazione e emozioni

 

Immagina di essere immerso nel traffico e di iniziare a dire a te stesso: “il traffico non esiste è solo nella mia mente… il traffico non c’è, sono solo fermo in attesa di una bella sorpresa”.

Questa sorta di auto-finzione può funzionare? Probabilmente si ma solo per brevi istanti, nel momento in cui la fantasia si scontra con la realtà dei fatti, ebbene vince la realtà!

L’aspetto più difficile da accettare non è la “realtà dei fatti” ma sono le nostre emozioni nei confronti di quella specifica realtà. Si è vero che prendere le cose “dal lato giusto” ci aiuta, ma senza esagerare.

Senza far finta che non vi siano emozioni negative legate a quella situazione. Le emozioni sono una sorta di termometro della vera accettazione.

 

Emozioni come guida

 

Torniamo all’esempio della puntata, la lettura. Se stai leggendo e ti perdi, più ti arrabbi e meno riuscirai a tornare sulla lettura, lo hai mai notato?

Questo accade per diversi motivi, il primo è di certo legato al fatto che le attivazioni emotive influiscono negativamente sulla tua cognizione (se sei troppo arrabbiato non riesci a concentrarti).

E poi succede perché invece di accettare di esserti “perso”, invece di accettare l’inevitabile errore della tuo sistema cognitivo limitato, ti giudichi e credi che non sia giusto provare quelle emozioni.

E invece quelle emozioni sono li per farti da guida, per farti sentire che non sei più sul pezzo, devi accettare anche quelle. Accoglile quando le noti, non devi sapere cosa sono e come sono.

 

Piccola nota sulle emozioni

 

Per quanto molti miei colleghi insistano sulla capacità di riconoscere le emozioni dandogli un nome, per quanto mi riguarda questo può essere controproducente soprattutto durante la meditazione.

Attenzione non è sempre controproducente, durante un training in aula può fare molto bene, ma quando sei a casa nella tua meditazione perderti dietro alle etichette mentali può danneggiare la pratica.

Per questo ti invito semplicemente a notare quella emozione, ad accoglierla qualsiasi essa sia e cercare di usare il famoso gioco delle sensazioni per evitare di cadere in tranelli e paradossi.

Poi durante la tua attività quotidiana potrai divertirti a dare etichette e a riconoscere la valanga di emozioni che ogni istante ti attraversano, anche in questo momento, pure se non te accorgi!

 

Tornare semplicemente al presente

 

Da dove arriva la puntata di oggi? Arriva da uno dei miei maestri preferiti di meditazione S.N. Goenka, il quale quando era ancora in vita (o incarnato) invitava i suoi allievi alla accettazione.

Lo faceva perché secondo la sua esperienza invece di stare li a forzarsi di tornare nel presente, basta la semplice accettazione di esserti perso per ritornarvi naturalmente.

Ed è verissimo, se hai una buona pratica di meditazione puoi sperimentarlo sin da subito. Appena ti accorgi di esserti distratto prova semplicemente ad accettare ciò che accade.

Questo è in realtà l’insegnamento del Buddha che si può riassumere in una singola domanda: “che cosa sto sperimentando in questo momento?”.

 

“Ti sei distratto davvero”?

 

Se il fondamento della meditazione è chiedersi che cosa stiamo sperimentando in un determinato momento allora è chiaro che qualsiasi esperienza che sia qui ed ora va bene.

Anche accorgerti di esserti distratto quindi diventa parte dell’esercizio e quindi, in fondo in fondo, non è una vera distrazione. Lo è solo se non ti accorgi di essere distratto.

Lo so, ad alcune persone questo ricorrersi di parole e significati fa girare la testa. Ma la verità è che tutti siamo costantemente sobbalzati qui e la da stati di presenza, semi-presenza e totale assenza.

Di continuo la nostra coscienza fluttua e non è mai ferma, per questo meditiamo, per cercare quel famoso “centro di gravità permanente” che in realtà non è un centro ma è un tutto.

 

Apprendere presuppone l’errore

 

Ne abbiamo parlato tantissimo, qui trovi la puntata 86 del podcast dedicata agli errori. Sbagliare è una cosa seria per questo è fondamentale imparare ad accettare ogni “errore”.

Pensa ad un bambino che impara ad andare in bicicletta, lo hai fatto probabilmente anche tu. Ti ricordi se sei caduto? Se hai sbagliato o hai perso l’equilibrio? E ti ricordi quante volte?

E se continui anche oggi ad andare in bicicletta è possibile che di tanto in tanto tu possa perdere l’equilibrio? Purtroppo si, e questo ti impedisce di continuare a pedalare?

Insomma visto che la vita è fatta di continui apprendimenti (che non finiscono mai) allora è evidente che la vita è fatta anche di errori. Sai quale è il balsamo per ogni errore? L’accettazione e l’auto-compassione.

 

Auto-compassione

 

Un termine che sembra essere uscito da un libro di religione è in realtà un tema di studi psicologici molto florido. Sono addirittura nate scuole di psicologia applicata fondate sulla “compassione”.

Nella puntata 165 abbiamo visto quanto sia utile concedersi di “perderci per ritrovarci” la questione resta più o meno la stessa di oggi ma con una live differenza:

L’auto-compassione è la qualità base per poter accettare ciò che stai sperimentando quando ti sembra di non sperimentarlo nel modo “corretto”.

E’ il balsamo che ti consente di accettare, infatti ha anche infatti qualità cognitive. Cioè puoi pensare attivamente perché è bene essere gentile con te stesso.

 

L’amore compassionevole

 

Abbiamo visto queste differenze anche parlando dell’amore compassionevole, un esercizio di meditazione diffuso in molte tradizioni antiche.

Anche questo è un tema molto delicato da trattare con noi “freddi occidentali”, ci sono diversi studi che provano gli effetti benefici sul cervello dell’amore compassionevole.

Il che significa augurare a noi stessi e agli altri ogni bene, lo so sembra una roba da hippie ma posso assicurarti che funziona.

Per accettare devi essere “compassionevole in modo amorevole” con te stesso, cosa che racchiudiamo nei corsi con il semplice avverbio “gentilmente”.

Non so caro psinellino se inizi anche tu ad unire i puntini e vedere che tutto porta in realtà alla capacità di accettare accettare semplicemente ciò che accade.

 

Non è facile

 

Accettare ciò che accade osservandolo come se fossimo degli spettatori, qualità che può emergere durante la pratica della meditazione formale (la disidentificazione).

Non è ne facile ne spontaneo, necessita di un esercizio continuo che si concretizza nella pratica della meditazione consapevole, il vero e proprio continuo chiedersi “che cosa sto sperimentando adesso?”.

Come avrai intuito quindi l’accettazione non è una qualità divina che alcuni possiedono ed altri no, ma è un’abilità che può essere allenata.

E quando lavori con te stesso attraverso la crescita personale (di qualsiasi tipo) è di fondamentale importanza per non perdere la motivazione e conoscerti sempre meglio.

 

Il tetris

 

C’è una metafora che mi ronza nella testa da quando avevo circa 15 anni e giocavo un sacco a Tetris. L’ho scritta molte volte sui social ma calza particolarmente con il tema di oggi:

“La vita è come il tetris non sempre i pezzi che ti arrivano sono quelli che ti servono in quel momento, per questo devi trovargli un posto adatto”.

Nel tetris la bravura non sta nel posizionare i pezzi “buoni” ma nel posizionare quelli “meno buoni” in modo che non diano noia o che siano addirittura utili.

Nel campo della terapia è stato Milton Erickson il padre di questa filosofia, cioè di accettare e utilizzare tutto ciò che porta il paziente.

 

Utilizzazione e accettazione

 

Il parallelo fra Erickson e l’accettazione mi piace particolarmente perchè il concetto di “utilizzazione” è una sorta di “accettazione attiva”.

Per poter “utilizzare” devi restare nel presente, ascoltare con attenzione e accogliere tutto ciò che l’altro ti porta.

Serve molto allenamento per farlo abilmente come faceva Milton Erickson ma in realtà siamo tutti equipaggiati per farlo egregiamente.

Che il caro Milton avesse delle passioni “mistiche” era noto, bastava dare uno sguardo approfondito al suo studio ma chissà…

qui abbiamo visto alcuni paralleli con la presenza, magari approfondiamo in un’altra puntata.

 

Alla prossima
Genna

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