Assertività: Come farsi ascoltare davvero

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Ti è mai capitato di non riuscire a farti ascoltare dal tuo interlocutore? E’ qualcosa che può capitare a tutti! Se hai mai provato ad ordinare da bere in un locale affollato forse hai capito a cosa mi riferisco.

Ma non abbiamo bisogno di scomodare una situazione così complessa come il bancone di un bar affollato, perché in tante altre circostanze potremmo non riuscire a farci ascoltare “con assertività”.

 

Ascolta 142- Assertività: “come farsi ascoltare davvero”…” su Spreaker.

 

Sempre più spesso ascoltatori e clienti mi chiedono come si possa migliorare questo aspetto della comunicazione. Mi chiedono tecniche e strategie di comunicazione ma in realtà…

…per farti ascoltare davvero ciò che dici, o meglio il contenuto di ciò che stai per dire, non è così importante quanto la tua capacità di catturare l’attenzione.

Ed è un po’ questo l’aspetto particolare della questione, per farti ascoltare non devi armarti di buoni argomenti ma di buone intenzioni.

 

L’attenzione è la merce più rara del reame

 

Come sai oggi la cosa più difficile da catturare è proprio l’attenzione della gente. Se fai un qualche lavoro che implica una interazione te ne sarai reso conto da solo.

La soglia di attenzione delle persone è sempre più volatile. La gente si abitua alla velocità del web, se una cosa non l’attrae, cambia subito focus… perché di distrattori è zeppo.

Qualcuno l’ha anche chiamata “società della distrazione” dove le persone sono costantemente orientate a distrarsi e ad intrattenersi con qualcosa, ad esempio il cellulare.

 

Attenzione e performance

 

Come ormai dovresti sapere non siamo solo nella società “della distrazione” ma anche in quella della “performance” dove le persone vogliono risultati sempre migliori.

E così se per caso un giorno esci di casa e scopri che qualcuno non ti bada, diventa una tragedia! Si perché non è immaginabile per il nostro ego moderno che la gente non ci badi.

Dai un’occhiata a questa puntata del podcast se per caso rientri nella categoria “perfezionisti della comunicazione”. Ci troverai un esercizio perfetto per te 😉

 

Idealizzazione della relazione

 

Un altro aspetto interessante legato al nostro periodo attuale è quello della “idealizzazione della relazione”, ne abbiamo accennato qualcosa nei “4 miti dell’amore”.

In pratica a forza di vedere film e serie Tv dove le relazioni sono tutte “rose e fiori” e dove tutti “vengono badati”, iniziamo a creare illusioni sulle nostre relazioni.

Il peggio non è questo ma è illudersi di poter avere delle buone relazioni con tutti. E soprattutto che questo dipenda solo da noi.

 

Ok Genna ma non c’è di mezzo la storia della responsabilità emotiva?

 

Si certamente, bisogna imparare ad assumerci la nostra quota di responsabilità e “smazzarci le nostre emozioni” che sono solo nostre.

Però allo stesso tempo dobbiamo ricordarci che, per quanto possiamo diventare degli abili comunicatori, a volte dobbiamo accettare che gli altri non ci badino.

Questo può avvenire per “n motivi”: il contesto, l’umore di quella persona, ciò che gli è accaduto prima e che noi non conosciamo ecc.

 

Dobbiamo quindi imparare a mentalizzare, vedere dal punto di vista della mente dell’altro

 

Per comunicare in modo efficace dobbiamo “mentalizzare”, cioè farci carico anche della mente del nostro interlocutore. Il che significa sapere che anche lui è un essere pensante come noi.

Quindi “anche lui” può avere la sua giornata storta e questo può non dipendere affatto dal tuo modo di cercare la sua attenzione.

Ti ricordi il mio “paradosso del barista”? Ecco si tratta della stessa cosa, e guarda caso è proprio quando conosciamo poco o troppo bene una persona che dobbiamo mentalizzare per comunicare.

 

Se conosci poco o conosci troppo vai di automatismi

 

Quando conosci troppo poco una persona o la conosci troppo rischi di agire con il pilota automatico. Per cui se vedi uno sconosciuto vestito bene pensi subito che sia “importante”.

Viceversa se vedi qualcuno un po’ trasandato potresti sottovalutarlo. Lo stesso vale per le persone che conosciamo molto bene, anche con loro usiamo schemi acquisti.

Così se “Mario non mi ascolta mai” tenderò a confermare la mia ipotesi di partenza. Si tratta della famosa profezia che si auto-avvera, tendiamo a confermare le nostre idee.

 

Se vuoi migliorare devi sfidare i tuoi schemi mentali

 

I casi che ho appena descritto sono spesso delle eccezioni. Perché le persone tendono a generalizzare molto velocemente creando schemi mentali rigidi.

Se qualcuno pensa di “non riuscire a farsi ascoltare” probabilmente penserà che questo suo deficit sia sempre presente. Questa convinzione, questo schema tenderà a rinforzarsi nel tempo.

Per evitare di rinforzarlo devi trovare degli esempi contrari, delle eccezioni dove la gente ti ascolta e ti ha ascoltato. La cosa migliore è farlo magari seguendo gli esercizi che hai ascoltato in puntata.

 

Un timore atavico: l’ostracismo!

 

Se mi segui conosci bene questa sorta di “paura atavica”, una sorta di timore che abbiamo ereditato perché utile alla nostra sopravvivenza. Il timore di essere esclusi dal gruppo o ostracismo!

In particolare il termine “ostracismo” deriva dall’antica Grecia e si trattava della tenuta a registro delle persone “pericolose”, le quali venivano allontanati dalla Polis.

Se vieni allontanato “rischi la morte”… o almeno la rischiavi perché “fuori dalle mura” non sei più protetto dal tuo Stato e dalla tua gente. Quando qualcuno non ti ascolta ti senti come “tagliato fuori”.

 

Guarda dove punti il tuo dito

 

Oltre all’ostracismo, alla profezia che si auto-avvera e agli schemi mentali… ed oltre all’aspetto tecnico (descritto negli esercizi del podcast) esiste un’ennesima tendenza di chi non si sente ascoltato!

Ed è proprio il giudicare molto il prossimo. Ora non voglio stare qui a parlarti di giudizio e di puntare il dito perché ci abbiamo fatto una super puntata.

La prossima volta che ti senti “non ascoltato” osserva come giudichi il prossimo e come giudichi te stesso. Lo so, per farlo la cosa migliore è avere uno sguardo meta, la nostra meta-cognizione.

 

Sviluppa le tue abilità meta-cognitive

 

Meta-cognizione significa “essere consapevole dei tuoi processi interiori, riuscire ad osservarli”, la nostra disidentificazione della meditazione.

Lo so, ti avevo promesso che non ne avrei parlato ma anche questa volta è inevitabile. L’esercizio migliore per sviluppare una buona meta-cognizione è la meditazione.

Perché è proprio attraverso la capacità di osservare i tuoi pensieri che sviluppi l’abilità di “sapere che stai pensando” senza sforzo o meglio in modo inconscio.

In pratica se mediti riesci più facilmente e spesso automaticamente (questo è un paradosso divertente) a notare di essere di più dei tuoi pensieri.

 

La paura di non essere ascoltati!

 

Tutto quello che abbiamo detto fino ad ora può essere riassunto nella “paura di non essere ascoltati”. Ovviamente questo è il risvolto pratico legato alla comunicazione.

Ci possono essere diversi motivi per cui questo succede, molti dei quali li abbiamo già sviscerati. Le abilità meta-cognitive che ti invito a sviluppare servono proprio a questo scopo:

Evitare di attaccarti alle tue “ipotesi negative” sul fatto di non essere ascoltato. Quando queste ipotesi prendono il sopravvento rischiamo di finire ancora una volta nella profezia auto avverantesi.

 

Questo può portarci a notare solo quando gli altri non ci ascoltano!

 

La nostra attenzione è bizzarra, soprattutto quando non è addestrata! Tende farci vedere solo ciò di cui già ha uno schema mentale predefinito.

Hai presente la storia che dice che quando Colombo è arrivato nelle Americhe gli indiani non riuscivano a vedere le Caravelle? Non so se sia vera ma rispecchia pienamente il funzionamento dei nostri schemi mentali.

Così se inizi a pensare di essere: sfigato, poco attraente, poco simpatico ecc. ed utilizzi la mancata attenzione degli altri per confermarlo, ecco che stai utilizzando male il tuo sistema cognitivo.

 

Il sistema cognitivo è simile ad un computer… non pensa davvero, calcola, ipotizza e misura!

 

Il nostro “sistema cognitivo” o meglio quella che siamo soliti chiamare “razionalità” è solo un “servo meccanismo”. Come ha detto qualcuno, “abbiamo costruito una barca e la scambiamo per il mare”.

Ciò che ti racconti quando gli altri non ti stanno ascoltando sono solo ipotesi del perché sta accadendo. Ma si tratta di ipotesi parziali e se iniziamo a crederci, anche noi diventiamo parziali.

“Diventare parziale” significa affrontare quel problema con una “piccola parte di te” e non con tutto il tuo essere. E devo avvisarti, quella vocina “che ti parla dentro” finge di essere te ma tu sei molto di più!

 

Un pizzico di assertività

 

Ancora una volta ci misuriamo con questo termine che significa semplicemente “la capacità di farti valere senza calpestare il prossimo”. Sembra facile ma non lo è!

Quando ci sentiamo “non ascoltati” tendiamo ad arrabbiarci e se per caso non sei una persona “remissiva” potresti arrivare ad urlare o fare di peggio.

Coltivare la nostra assertività non significa “fare la voce grossa” ma significa affrontare ciò che ci sembra violare i nostri diritti senza scatenare una rissa, senza dover “dimostrare chissà che”!

 

Dipende se lo conosci…

 

Se è uno sconosciuto a non ascoltarti poco conta, sono le persone a noi più vicine quelle che potrebbero invece ferirci. Lo diciamo da sempre: le relazioni più difficili da gestire sono quelle strette.

Quando qualcuno che conosciamo non ci ascolta ci fa sentire svalutati e inadeguati, e spesso nelle relazioni strette questo può fare molto molto male.

Un buon punto di partenza è iniziare ad applicare i consigli di questo podcast, che ovviamente non esauriscono il discorso.

 

Per fortuna possiamo allenarci!

 

Tutta la vita è un continuo apprendimento o detto con parole più “fighe”: tutta la vita è un continuo allenamento. Se per te “farti ascoltare” è un problema, devi semplicemente allenarti a farlo!

Devi metterti alla prova e cercare di sperimentare il più possibile questi consigli. Tutti le ricerche e tutte le evidenze cliniche dimostrano che si può davvero migliorare, basta impegnarsi per farlo!

Lo psicologo può aiutarti a farlo, al di là di tutti i “coach” che oggi vogliono dipingerci come “quelli che curano i pazzi” o ancora peggio “quelli che curano i deboli”.

Vai a fare un giro nello studio di qualche terapeuta e ti accorgerai di quanta gente stra cazzuta si rivolge a noi. E quante persone fanno veri e propri percorsi di trasformazione personale.

Ok, questa era solo una lustratina alla categoria, che concedimelo, qui sul web è super bistrattata 🙂

Ci sentiamo la prossima settimana
Genna

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2 Commenti
  • Penso che uno psicoterapeuta ha un percorso formativo che da garanzie…ma è pieno di coach, anzi fuffa coach, che con un pochi di fine settimana di formazione “lavorano” con le persone…un conoscente senza laurea in psicologia è counselor e fa colloqui con le persone ma come può essere? ciao Luigi

    • Completamente d’accordo,
      così su due piedi la risposta è… “il tuo amico è un fuori legge” o per lo meno sta sfruttando un “buco legislativo”.

      Se proprio vogliamo far coesistere figure diverse è necessario che i campi siano ben delimitati e soprattutto ricordarsi
      che così come il geometra non fa un passo senza l’architetto o l’ingegnere, non tanto per mancate conoscenze ma perché
      la legge tutela un lavoro edilizio, allo stesso modo dovrebbe essere la mia figura a tutelare chi si reca da un
      counselor.

      Ancora ancora posso immaginare il coach come una figura, molto esperta su una certa abilità che aiuta il cliente a
      raggiungere quella certa expertise, ma quando penso ai counsellor… ecco puoi immaginare 😉

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