Consigli per comunicare in situazioni conflittuali

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Ti è mai capitato di dover comunicare in situazioni conflittuali? No non mi riferisco alla negoziazione fra paesi in guerra ma ai semplici litigi quotidiani.

La disputa è spesso al centro di molte relazioni, in alcuni casi migliora i rapporti ma nella maggior parte li distrugge. Oggi ti mostro alcuni consigli tratti dalla comunicazione non violenta…

 

Se hai approfondito il modello di Marshall B. Rosenberg (la comunicazione non violenta) conoscevi di certo alcuni di questi passaggi. Lo stesso autore insiste sul fatto che non si tratta di una “tecnica” ma di un atteggiamento mentale.

Atteggiamento che si può sintetizzare in una “comunicazione empatica”, cioè rivolta a comprendere il punto di vista ed i sentimenti di chi ci sta parlando. Con lo scopo di comunicare meglio, chiaramente ed assertivamente.

Essere empatici non significa farsi mettere i piedi in testa, ma comprendere il punto di vista dell’altro. E puoi “comprendere” pur non essendo in accordo, per questo serve essere assertivi!

La comunicazione efficace è fatta di empatia ed assertività!

Alcune persone, quando sentono parlare di sentimenti come empatia pensano subito a qualcosa da fricchettoni “facciamo l’amore non la guerra”. Ma se ci pensi bene nessuna relazione può reggere senza empatia.

Nota che ho utilizzato il termine “relazione” perché comunicare serve proprio a questo scopo a mettere in relazione. Questo è l’aspetto più importante della comunicazione, il suo vero scopo è connettere!

Se vuoi comunicare in situazioni conflittuali, che sia con il tuo capo, con il tuo vicino di casa, con il tuo socio o con i tuoi figli, il primo buon consiglio per “comprendere davvero la situazione” è quello di metterti nei loro panni.

Che tu lo voglia o meno quando comunichi entri in relazione

Che tu lo desideri o meno, ogni volta che interagisci con una persona ci entri in relazione, e più questa è stretta e più è in grado di influenzarti.

Come “non è possibile non comunicare”, perché restare in silenzio e non rispondere è già di per se una risposta, non è possibile scansare le relazioni ed i relativi conflitti che vi possono nascere.

Per quanto tu possa sentirti una persona “poco empatica” di certo quella relazione e quel conflitto influiranno su di te, fare finta di niente non serve a molto. Per è bene cercare di risolvere i conflitti con le persone che ci circondano.

“Uccidi il mostro finchè è piccolo”

Il conflitto è come un mostriciattolo che si nutre di indifferenza. Meno ci presti attenzione e cerchi di comprenderlo e più cresce e distrugge la relazione. Hai presente quando hai offeso Marco e non vi siete più sentiti?

Se vuoi riallacciare il rapporto con lui dovete parlarne. Lo so, lo sanno tutti che le cose stanno così però la gente (me compreso) fa fatica a volte a fare quel primo passo, si preferisce lasciarsi portare avanti dall’inerzia della vita.

Purtroppo “l’evitamento” è il padre di tutti i timori. Se non affronti un problema è probabile che tu sia ancora meno predisposto nel futuro ad affrontarne uno simile, questa è la trappola dell’evitamento.

Ogni volta che eviti di risolvere un conflitto diventi meno capace di farlo anche nel futuro!

Si è proprio così, ecco perché molte perone hanno bisogno, oltre che della spinta giusta per affrontare la risoluzione di un conflitto, anche di metodo.

Fortunatamente oggi abbiamo un sacco di metodi e strategie per comunicare in modo efficace con le persone. Sono cose che vengono spiegate “tecnicamente” ma non sono tecniche.

Cioè non si tratta di apprendere dei meccanismi da utilizzare come se fossero le istruzioni di un macchinario. Ma di consigli che possono facilitare la risoluzione del conflitto.

Fra i vari “modelli” ti invito a valutare anche quello legato all’aspetto assertivo. Cioè alla capacità di far valere i tuoi bisogni e diritti senza calpestare quelli degli altri.

Si può essere assertivi e non violenti allo stesso tempo!

Essere assertivi significa riuscire a far valere le tue ragioni senza cercare di umiliare, offendere o convertire il tuo interlocutore. Qualcosa che a molti sembra facile… ma non lo è.

Non è facile riuscire a comunicare senza farsi prendere troppo dalle emozioni, senza ricriminare, senza puntare il dito o senza dare giudizi sulle persone.

Per farlo abbiamo bisogno di allenamento, soprattutto in un contesto storico dove il più figo è il più forte, quello che ti sa “prendere abilmente per il culo davanti a tutti”…ecc…ecc.

Ma oggi non è questo il contesto, piuttosto stiamo facendo riferimento a quei rapporti stretti, a quelle relazioni intime, le uniche che possano realmente ferirci.

Solo una persona con cui sei in stretta relazione può davvero ferirti!

Come si dice “la conoscenza toglie la reverenza”, nel senso che più conosci una persona e più ti puoi prendere determinate liberà nei suoi confronti.

Ne abbiamo parlato un mucchio di volte, ed in realtà avevo già più o meno accennato a tutte queste cose, però oggi le trovi in modo leggermente più chiaro.

E si tratta di consigli rivolti a facilitare la risoluzione dei conflitti con persone per te importanti, potrei dirti “che ami” ma potresti anche non amarle e comunque sentirle come significative.

Parlo di una comunicazione rivolta a validare anche il punto di vista altrui

Come abbiamo visto nel podcast n° 98 la cosa più difficile da fare in situazioni conflittuali e “validare il discorso altrui”, cioè prenderlo seriamente in considerazione.

Per farlo mi sembra ovvio che serva quella empatia ma da sola non basta, è necessario fare uno sforzo notevole per osservare le ragioni dell’altra parte chiamata in causa nel conflitto.

L’empatia è emotiva ed automatica, ci sono persone che devono lavorarci sopra ma in generala (quando non sono presenti altri problemi) tutti entriamo in empatica con le “relazioni importanti”.

Ma per validare il punto di vista altrui serve anche un certo sforzo cognitivo, uno sforzo cosciente che ci ricordi che questo modo di comunicare è la miglior strada per tutti…e non solo…

Uno sforzo cosciente per cercare di comprendere i bisogni del nostro interlocutore

Non è facile per niente utilizzare il “linguaggio dell’empatia” o incarnare i principi della “comunicazione non violenta”, perché nessuno ci ha davvero mai insegnato a farlo.

Tutti da quando siamo bambini ci dicono: “dovete fare i bravi, dovete volervi bene, ecc” ma nessuno ci spiega mai perché… “perché diavolo dovrei voler bene a quel bambino che passa tutto il giorno a prendermi in giro”?

Ti sembrerà strano ma è proprio così, ci dicono “come le cose dovrebbero stare” ma senza spiegarci ne perché ne come. E’ come se ti dicessi, devi ascoltare tutte le settimane psinel (punto e basta).

Le religioni si sono spesso avvicinate a questi concetti

Come probabilmente saprai non sono per nulla religioso, eppure è evidente che fra i vari scritti dei diversi culti religiosi vi sia una saggezza enorme. Per alcuni è il segno dell’esistenza di Dio, per me è il segno del fatto che siamo più intelligenti di quanto pensiamo.

Concetti come: amore, empatia, compassione, accettazione, apertura verso il diverso ecc, appaiono a tutti come “cose da Chiesa”… eh si, è vero, si sentono molto spesso in Chiesa, ma non nascono in Chiesa.

Sono concetti antichissimi che alcuni fanno risalire ai “saggi del deserto” ancora prima che agli Esseni e poi a Gesù Cristo. Ok, mi sto perdendo alla grande, ma volevo solo sottolineare il fatto che una cosa saggia non necessariamente è ispirata da Dio.

La comunicazione nonviolenta

Allora come ti avevo promesso, qui sotto metterò un video di Marshall B. Rosenberg, dura la bellezza di 3 ore e per la prima volta, siamo quasi certi che nessuno lo toglierà da Youtube.

Piccola nota per gli affezionati a psinel: negli anni mi hanno tolto centinaia di video, perché li intercettavo, ci scrivevo un post e poi Youtube li toglieva, perché magari erano “illegali”.

Questa volta invece è stato il canale ufficiale della associazione sulla comunicazione non violenta a metterlo online. Inoltre, su quel canale trovi tanti altri corsi integrali e gratuiti su questo approccio…

Allora spero che tu conosca l’inglese, come ti dicevo nel podcast, oggi non ci sono più scuse per non conoscere questa lingua. Se sei appassionato di psicologia conoscere l’inglese significa ampliare le tue fonti del 30000%

Non sto esagerando! Negli ultimi anni le cose sono notevolmente migliorati e nel giro di qualche anno (a volte addirittura qualche mese) hai a disposizione la maggior parte del materiale più interessante tradotto.

Ma non sempre è così e non sempre i vari “talent scout della psicologia” (io mi fregio di farne parte) riescono ad individuare tutto. Vedila così, apprendere l’inglese è già di per se un super esercizio di crescita personale.

Marshall Rosenberg è un personaggio particolare!

Come hai notato tu stesso Rosenberg è un personaggio al quanto singolare. Per spiegare un concetto si mette a suonare la chitarra e a cantare, nel bel mezzo dell’introduzione ad un corso.

Utilizza dei pupazzi per rappresentare i due tipi di “linguaggio”: quello dei lupi, rivolto ad offendere, attaccare e sbranare le prede. E quello delle giraffe, rivolto a comprendere, ascoltare ed accogliere le parole altrui.

Se arrivi dagli “ambienti classici della crescita personale” forse questo personaggio ti farà sorridere, ma evita evita come la peste di sottovalutarlo. Guardati i suoi video se conosci la lingua ed hai tempo.

Posso assicurarti che all’interno del corso ci sono una valanga di perle di saggezza per imparare a comunicare con le persone che ti circondano.

L’abito fa il monaco!

Nel campo della divulgazione purtroppo le cose stanno proprio così, gli “abiti fanno i monaci”. Per questo personaggi come Rosenberg sono diventati noti da noi solo negli ultimi anni (qualche decina).

E come ogni autore di grande successo, anche Rosenberg ha visto accrescersi la sua fama verso la fine della propria vita (si è spento nel Febbraio del 2015, era del 34′ non certo un ragazzino).

Guarda i suoi video che ci hanno messo gentilmente a disposizione ma tieni costantemente acceso il cervello. Come ti raccontavo non sono pienamente in accordo su tutto ciò che dice.

Ad esempio il lavoro su come si comunicano le emozioni potrebbe essere una “lama a doppio taglio”.

Usa le emozioni per diventare più consapevole e non per ricattare!

La critica fondamentale al modello di Rosenberg è legato al fatto di esplicitare le nostre motivazioni facendo leva sui bisogni e sulle emozioni.

Nel caso di comunicazioni conflittuali però usare le emozioni come leva potrebbe essere pericoloso. Cioè dire ad una persona “il tuo comportamento X mi fa sentire arrabbiato” è un po’ come dire “è tutta colpa tua se provo questa rabbia”.

Questo modo di comunicare è molto pericoloso e noi ne siamo molto suscettibili, perché siamo cresciti con quel modello. Se ci pensi è esattamente quello che farebbe un bambino piccolo… “mamma Andrea mi ruba i giocattoli”.

Se invece riconosci l’emozione che ti produce la vista o il pensiero di quel conflitto, la accetti e la utilizzi per i tuoi scopi (come descritto in questo podcast) allora l’aspetto del riconoscimento emotivo diventa importante.

Esiste sempre un buon motivo per appianare i conflitti!

Al giorno d’oggi sembra assurdo fare un’affermazione del genere, ma in realtà ce ne è un sacco bisogno! Perché le persone sembrano più battagliere che mai, la gente litiga per il successo, per i soldi, per l’affermazione personale ecc.

Film e serie Tv ci mostrano che i personaggi vincenti sono quelli che “non mollano mai” e che piuttosto che appianare i conflitti desiderano “vincere”… un ultimo consiglio:

Se il tuo desiderio è “vincere” iscriviti a qualche tipo di sport competitivo e lascia stare la competizione con le persone che ti stanno accanto. Apriti, lascia andare l’orgoglio e fai il primo passo verso la risoluzione dei conflitti… fra qualche tempo mi ringrazierai 😉

A presto
Genna

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6 Commenti
  • Buongiorno, sto studiando la comunicazione non violenta e il lavoro di Rosenberg, utile per me che lavoro nell´educazione non formale. Mi permetto di unirmi al feedback di Daniele Cucchi per puntualizzare una questione che ritengo importante per me, che si riflette sul tuo Podcast in modo determinante : Rosenberg esprime molto chiaramente nel suo lavoro (e proprio nel video a cui fai riferimento fa esempi molto chiari sul tema delle emozioni e del suo uso “manipolato”) e mi permetto di insistere sulla puntualizzazione di ciò che scrivi e dici nel tuo podcast. La precisione é importante quando si parla di comunicazione con parole di altri. Quello che io ho sentito é : “non sono d´accordo con quello che ha detto Rosenberg” e lui nei suoi esempi non dice quello che tu affermi, l´esatto opposto : quando si comunicano le proprie emozioni bisogna usare il pronome personale “io” e non “tu”, un esempio molto concreto ed esaustivo, che viene allenato molto nei seminari di Comunicazione non violenta, la parte più difficile di tutto il percorso. Per chiudere, é differente dire “non sono d´accordo” dal dire che, come hai scritto sopra, la tecnica é di difficile applicazione e richiede tempo. Nel podcast la tua affermazione mi ha fatto dubitare di aver ascoltato bene Rosenberg e sono andato a rivedere tutto il video. Grazie per il tuo lavoro, sono contento di sapere che ci sono persone che portano attenzione a questi temi.

    • Ciao Davide,
      È passato un po’ di tempo da questa puntata, onestamente devo riascoltarla per capire meglio il tuo feedback, appena ho tempo riascolto e ti rispondo. Grazie a te

  • Non è facile dottore ,comunicare , specialmente con persone che sempre a tutti i costi desiderano la ragione! E sono arrivata a pensare che forse questa ragione a tutti i costi sia legata alla paura della morte! Proverò a mettere in pratica i suoi consigli! Ma non sarà facile ,ci provo, ma x me che sono spesso una persona diretta è difficile , mannaggia a me!

    • Ciao Maria 🙂
      certamente parlare con chi “vuole sempre la ragione” non è facile, ancora di più se glielo abbiamo consentito per anni. Però non è mai troppo tardi per cercare di migliorare noi stessi, al fine di aiutare anche gli altri a migliorarsi. Purtroppo noi possiamo agire solo su una persona… noi stessi!
      Grazie per il commento Maria 🙂

  • A me pare che Rosenberg sia molto chiaro sulla necessità di prendersi la responsabilità delle proprie reazioni emotive. Esplicitare il bisogno sottostante dovrebbe contribuire proprio a eliminare il rischio che la causa della mia reazione emotiva venga attribuita all’altro, mentre invece è dovuta principalemente ad un _mio_ bisogno.

    • Sono d’accordo Daniele,
      lui è chiaro nella descrizione della teoria ma nella tecnica si rischia di fare l’esatto contrario esplicitando l’emozione. Per questo l’ho sottolineato. Grazie per il feedback!

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