Effetto riflettore: Perché a volte ci sentiamo sotto i riflettori?

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Ti è mai capitato di uscire di casa a fare una passeggiata e poi accorgerti che avevi la maglietta al rovescio? Cosa hai pensato in quel momento: Oh mio dio lo avranno visto tutti oppure te ne sei fregato?

Probabilmente solo il 5% della gente che ti ha guardato si è resa conto che avevi la maglia al contrario. Nonostante questo tendiamo spesso a credere che gli occhi delle persone siano puntati verso di noi, gli psicologi lo hanno battezzato “effetto riflettore”.

A chi non è mai successo di sentirsi “sotto il riflettore”? Se fai mente locale nel tuo passato scommetto che puoi trovare un momento in cui ti sei sentito “in questo modo”. E molto probabilmente si trattava di un evento emotivamente forte.

A quanto pare le emozioni che maggiormente però ci fanno sentire “sotto osservazione” sono quelle negative. Rabbia, tristezza, paura ecc. quando le proviamo tendiamo più spesso a sentirci il dito puntato.

Quando sentiamo qualcosa ci piace pensare che anche gli altri la sentano!

Se vai a vedere un film con un gruppo di amici ti sarà capitato di condividere emozioni e pareri con loro. Quando proviamo emozioni intense ci piace pensare che anche altri le stiano provando.

E’ un po’ come dire che se inizio a vedere tutto il mondo colorato di blu mi piacerebbe sapere che anche altri lo vedono come me. E a volte, lo do completamente per scontato, e penso “sicuramente non sono l’unico che la pensa così”.

Come abbiamo detto più volte, tendiamo a proiettare sugli altri ciò che sentiamo dentro. Non perché siamo “brutti, cattivi ed inconsciamente fetidi” (come pensa qualche psicologo datato) ma perché “guardi dal tuo punto di vista”.

Il punto di vista emotivo si sta spostando verso altre emozioni

Ormai sono un sacco di anni che mi occupo di queste cose, ed io insieme a molti altri miei colleghi abbiamo notato un leggero spostamento delle emozioni negative che ci fanno soffrire.

Mentre fino a soli 10/20 anni fa l’emozione negativa principale era il “senso di colpa”, il non aver eseguito le cose come la società, l’etica, la morale, i genitori, la chiesa ecc… vorrebbero ci faceva sentire in colpa.

Oggi il sentimento che va per la maggiore è la vergogna. Il timore di non essere adeguati, di non essere all’altezza, di essere esclusi, di non valere agli occhi degli altri.

Ovviamente sono emozioni che da sempre ci accompagnano, dalla timore dell’ostracismo fino al fenomeno “in gruop out group”…

Però oggi questo riflettore sembra più potente che mai!

Con l’avvento del web il riflettore è diventato ancora più potente. Ci sono i social dove ognuno di noi cerca di dare “l’immagine migliore possibile”, ci sono i vari smartphone in grado di immortalare qualsiasi nostra azione.

Quando ero bambino odiavo farmi fare le foto, ed infatti ne ho davvero poche da ragazzino (purtroppo oggi sono un po’ pentito)… oggi è inevitabile ritrovarsi filmati e fotografati ovunque.

Anche questo aspetto può “peggiorare” il fenomeno del riflettore che, come la maggior parte dei nostri “film mentali” si sgonfia in un istante quando facciamo un controllo sulla “realtà” o quando tocchiamo con mano il fenomeno.

Lo spegnersi del riflettore!

Quando facciamo un “reality check” scopriamo facilmente che tendiamo a sovrastimare quanto “siamo nella mente degli altri”… o come direbbero i miei colleghi “quanto siamo mentalizzati”.

Per fare questo controllo bisogna comunicare apertamente e chiedere: “scusa se posso apparirti come paranoico, ma stai parlando di me?”. Lo so, questa è la tipica frase della paranoia, ma tutti possiamo cadere in questo tranello.

Perché tutti abbiamo la tendenza a riferire il mondo degli altri al proprio. Però essere espliciti, soprattutto con le persone che conosciamo, è l’unico modo per chiarire.

Le persone odiano “chiarirsi” perché l’immagine dell’uomo vincente di oggi è uno “che non deve chiedere mai”, è quello che “sa il fatto suo”…e quando bisogna chiarire bisogna mettere da parte questo orgoglio stupido.

A volte è la realtà stessa che ci dimostra quando sia debole il riflettore!

Quando studiavo all’Università andavo tutti i giorni in mensa. Qui a Padova ci sono mense enormi che ospitano migliaia di persone. Di tanto in tanto a qualcuno casca il vassoio…hai presente?

Ti cade il vassoio con sopra tutto il cibo davanti a migliaia di persone. E’ ovvio che in un istante tutta la attenzione viene rivolta verso di te. Ho sempre pensato “Oh mio dio, spero non mi capiti mai, chissà che vergogna tremenda!”.

Eppure mi è successo 🙂 Mi alzo a pranzo terminato ed una parte del vassoio s’incastra nella sedia…e patatrak tutti i piatti, le posate si sono riversate per terra con un suono assordante.

D’un tratto ho avuto tutti gli occhi addosso… ma la vergogna devo ammetterlo, è durata pochissimo! Molto meno di quanto ci si potrebbe aspettare, e non meditavo ancora tutti i giorni (anche se qualcosina già facevo).

Le emozioni immaginate sono più forti di quelle reali!

Le emozioni generate dalla immaginazione sono molto più forti di quelle che emergono quando davvero ci troviamo in una situazione emotiva. Perché?

Perché le emozioni sono nate come “spie della benzina” che ci indicano cosa sta accadendo nel qui ed ora dentro di noi. Immaginarle è un pò come temere continuamente che quella spia si accenda ma senza mai vederla lampeggiare.

Potremmo perdere un’intera giornata a controllare l’andamento di quella spia, ma fin tanto che non parte possiamo immaginarci come ci sentiremmo, se partisse. E qui arrivano tutti i casini!

Tendiamo a prevedere come ci farà sentire una determinata situazione ma…

Uno studio recente ha dimostrato che non siamo affatto bravi a prevedere come ci farà sentire (emotivamente) una certa esperienza. Tendiamo spesso a sovrastimare in entrambe le direzioni.

Una vacanza tanto attesa la immaginiamo come super mega rilassante e piacevole. Un evento negativo che sta per arrivare, lo immaginiamo come terribilmente ansiogeno o triste.

Non siamo bravi a prevederlo, perché semplicemente ogni situazione è diversa. Per quanto possiamo fare dei confronti con le esperienze passate, il nostro modo di emozionarci varia in continuazione.

Il problema è ancora “la mappa che non è il territorio”…

Lo so sono noioso a tirare fuori frasi che avrai sentito centinaia di volte, ma non tutti gli appassionati di crescita personale l’hanno afferrata fino in fondo.

Ciò che intendeva Korzbinsky era proprio il fatto di cercare di evitare la confusione fra mappa (le nostre idee ed ipotesi) ed il territorio (la realtà che ci circonda).

Ma quando parlo di “realtà” non intendo una realtà fattiva. Ma la nostra realtà personale di ciò che ci accade. Anche questa, per quanto soggettiva e co-costruita, è imprevedibile!

Cercare di prevederla non è un male, il male è essere delusi quando le nostre previsioni non fanno centro. E cosa ancora peggiore, quando pensiamo che gli eventi debbano andare come noi diciamo e pensiamo.

Riprenditi il tuo potere personale spostando il riflettore

Il problema non è la presenza di questo riflettore ma il fatto di fissarci su di lui. In realtà il tuo cervello ti mostra diversi punti di vista, ovviamente tendi a preferire quelli “più vicini a te”.

Così, quando una certa congettura personale ci sfiora (es. “stanno tutti guardando come cammino male”) tendiamo a dargli più peso di altre cose che stanno accadendo in quel momento… pensieri compresi.

Via via che porti la tua consapevolezza su questo fenomeno ti rendi conto di quanto ci facciamo catturare da questo “riflettore” mettendoci noi stessi in quella prospettiva

Quindi ancora una volta l’antidoto migliore è la consapevolezza

Forse puoi vederlo come noioso insistere sulla consapevolezza… ma la crescita personale per quanto mi riguarda è tutta qua. Ok dentro ci sono un mucchio di cose ma se sei un appassionato di sviluppo personale e non ci “hai mai provato”, non sai cosa ti perdi.

Scarica il mio Report (gratuito) che vedi qui in alto a destra, leggilo, mettilo in pratica per un po’ di tempo e poi torna a raccontarci se ti ho fatto perdere tempo o se… ha cambiato la tua vita!

A presto
Genna

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9 Commenti
  • Ciao Genna 🙂 non hai pubblicato i miei commenti…

    Tu hai detto che a queste cose è più avvezza l’ipnosi direttiva e non quella ericksoniana.
    Ma la fallacia della memoria (e quindi la non attendibilità dell’ipernmnesia) vale per TUTTI i tipi di ipnosi? Cioè tu mi consigli di non ricorrere all’ipnosi di qualunque tipo esso sia, giusto?, perchè la fallacia della memoria e i ricordi falsi si verificano direttiva, indirettiva o ericksoniana che sia, ecc… Ho ragione?

    Ti prego di rispondermi a questa domanda importantissima per me, così in caso evito di spendere soldi fare danno e di ricorrere inutimente all’ipnosi.

    Mi rendo conto di aver preso molto spazio in questo post e mi scuso.

    Ho sentito dire che sopratrutto de è un vuoto di memoria da alcol non funziona, è vero?

    Cordialmente, Claudio 🙂

  • Caro Genna, ciò che dici é valido per anche per le altre ipnosi? Cioè tu hai detto che é più roba da ipnosi direttiva, ma il fatto che non é attendibile e che non aiuta vale anche per gli altri tipi di ipnosi? Cordialmente

    Ps hai mai provato il sonno polifasico?

  • Ciao Genna, ottima risposta, ti ringrazio molto.
    Della ricercatrice mi sembra ricordare se non sbaglio un suo talk su TED.

    No, non sei il primo che me la sconsiglia e mi fido delle tue parole, però vorrei solo un ultimo chiarimento:

    1) io volevo sapere se potevo recuperare un vuoto di memoria dovuto a forte ubriachezza. Quindi con l’ipnosi si può ricordare questo vuoto, questo buco? Dovuto alla forte assunzione d’alcool?

    2) è vero che con l’ipnosi si potrebbe ricordare ciò che è stato “rimosso” ma non è valido se qualcosa semplicemente non è stato “registrato”? Quest ultimo il caso dell’alcool appunto

    Mi basero sul tuo giudizio ma m pare di capire che in genere l’attendibilità è scarsa.

    Un caro saluto e apprezzamento.

  • Quello che voglio dire è: ciò che è rimosso si può recuperare con l’ipnosi eriksoniana, ma ciò che non è “stato registrato” semplicemente no. Mi sbaglio?

    • Ciao Claudio,
      mi hanno fatto molte volte la tua domanda, il fenomeno a cui ti riferisci prendeva il nome di ipermenesia, cioè la capacità di ricordare cose passate (anche con molta dovizia di particolari) in stato ipnotico. Personalmente non ci sono MAI riuscito davvero, anche quando sono venuti nel mio studio a chiedermi…”per favore aiutami a ricordare la targa di un’auto che mi ha tamponato ed è scappata”. Si ci siamo riusciti ma il numero di targa non corrispondeva a quello vero.

      Da quando Elizabeth Loftus (cercala sul motore di ricerca qui accanto) ha sfornato la sua enorme mole di ricerca sulla “fallacia della memoria” poche persone hanno continuato a studiare la ipermnesia. Personalmente, dopo due o tre fallimenti ho desistito. Inoltre la ipnosi ericksoniana c’entra poco con la capacità di ricordare eventi passati. Sono gli “ipnotisti” direttivi quelli più avvezzi a cose del genere.

      Personalmente te lo sconsiglierei, ma non sono tuo padre per cui sei libero di sperimentare. Ti aspetto qui per farci sapere come è andata:)

  • Ciao Genna,
    Mi scuso se non c’entra con il post, ma… E possibile recuperare la memoria di un episodio legato alla forte assunzione di alcol (ubriachezza) che non mi fa ricordare qualche “buco”,7 attraverso l’ipnosi ericksoniana o altro?
    Cordialmente,

  • Ciao Genna, un enorme grazie per questo articolo!

    Avrei davvero molte cose a riguardo su questo argomento che mi assomiglia davvero molto alla paura del giudizio altrui (che è poi la paura poi generato da sè stessi di quello che potrebbero fare gli altri).
    In passato, prima che sviluppassi una pratica quotidiana di consapevolezza, il giudizio altrui mi tormentava, avevo sempre questo timore della “spia del carburante” e quindi mi bloccavo, mi paralizzavo, rimanevo completamente avvinto da quello che sentivo dentro di me, poichè lo ritenevo vero, concreto, solido! Poi man mano che ho iniziato a portare consapevolezza nella mia vita questo aspetto è cambiato moltissimo, perchè ho visto che ero io a fare tutto e a bloccare tutto.

    Quella paura me la generavo da me, dal pensiero di vergogna, imbarazzo o che anche gli altri mi giudicassero per quello che avevo fatto e che avevo paura di far scatenare… mi calza molto l’esempio del vassoio in mensa che cade.

    Nonostante tutto, anche ora quando mi capita di essere in grosse tavolate, di prendere la parola e dire qualcosa di fronte a tutti lo trovo comunque difficoltoso… appena il numero di persone diminuisce e ho meno occhi puntati su di me invece mi apro già di più. Forse dovrei giudicare di meno come potrebbe risultare una mia uscita e fregarmene… a volte mi riesce meglio a volte proprio per niente. Hai un consiglio iperveloce a riguardo?

    Grazie Genna dell’articolo! Ci dovrò pensare bene a questo argomento 😉

    • Ciao Daniele,
      chiedo scusa anche a te ma mi si era impallato il sistema di notifica dei commenti…

      Allora un consiglio iper veloce potrebbe essere quello classico… prendi l’impegno con te stesso di provare, ogni volta che puoi a parlare quando sei in pubblico nonostante le sensazioni “negative”. Ti ricordi la metafora dell’autobus? (la riprenderemo in MMA;)) Ecco, nonostante ci siano passeggeri cagacazzo, tu “di la tua”.

      Evita di preparartela a casa, o nella tua testa… ascolta ciò che dicono i tuoi amici con la massima attenzione, e vedrai che le parole arriveranno da sole 😉

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