Il gioco delle sensazioni nelle pratiche di consapevolezza

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Oggi abbiamo una valanga di “nemici della consapevolezza”… a partire dal mezzo che stiamo usando per comunicare, che ci bombarda giorno e notte con informazioni catturando la risorsa più preziosa che possediamo: l’attenzione!

Ma ne esiste uno “infimo” di cui pochi se rendono conto…stai per scoprire il più grande nemico della consapevolezza, e se lo conosci lo ri-consci e lo eviti!

 

 

Tutto chiaro? In pochissime parole, fai “il gioco delle sensazioni” quando, durante una pratica di consapevolezza ti attacchi alle sensazioni piacevoli ed eviti quelle spiacevoli. That’s all…tutto qui!

Lo sapevi? Beato te, forse avevi già ascoltato la scorsa puntata quella delle 3 dimensioni. In realtà questa è la prosecuzione di quelle riflessioni. Se hai letto, studiato e praticato il mio manuale di certo ci eri già arrivato!

Si perché ogni volta che diciamo che l’attenzione consapevole è la capacità di restare nel presente, con intenzione e senza giudicare, stiamo dicendo la stessa identica cosa.

Pensaci, funziona esattamente così:

Immagina di essere seduto in contemplazione del tuo respiro, quando ad un tratto si sviluppa una piacevolissima sensazione a livello degli occhi. Sembra che un caldo abbraccio stia avvolgendo il tuo sguardo.

Allora, incuriosito da questo ci porti sopra la tua attenzione. In quell’esatto momento però, non stai più facendo l’esercizio… e purtroppo non esiste parola più adeguata per descrivere le pratiche di consapevolezza: esercizio!

Siamo condizionati negativamente nei confronti della parola “esercizio”! Se ti dico “devi esercitarti!” cosa ti viene in mente?

A molte persone torneranno i ricordi della scuola, delle ore seduti magari a suonare uno strumento che non volevamo suonare oppure, estenuanti ore in palestra per ottenere una buona forma fisica.

Ok, poi ci sono le persone “malate come me” che invece quando sentono parlare di “esercizio” dicono a se stesse: “Wow, qui forse c’è una buona possibilità di imparare qualcosa di utile”. E se mi segui, scommetto che un po’ mi assomigli 😉

Si perché non esiste apprendimento senza esercizio!

Ed ogni volta che qualcuno mi propone qualcosa di pratico che mi incuriosisce, lo provo per il gusto di vedere che cosa posso imparare da quella pratica…ed oramai capito che ogni pratica è un esercizio!
(Leggi il Qde per approfondire questo concetto).

Se come me sei un appassionato di queste materie, scommetto che mi hai capito benissimo… ci piace sperimentare sulla nostra pelle!

E le pratiche di consapevolezza sono tutte pratiche esperienziali, cioè basate sull’esperienza diretta. Per cui, limitarti ad ascoltare i miei podcast senza praticare è un po’ come leggere un libro sul nuoto senza mai entrare in acqua.

La “meditazione” che ti propongo ormai da più di 5 anni non ha niente a che vedere con la religione o con qualche rito strampalato. Non è altro che un esercizio di attenzione, una tecnica che ci è stata tramandata da oltre 2500 anni.

Se ascolti qualche discorso di Goenka, che riporta i discorsi del Buddha, e cerchi di attualizzarli, è chiaro come il sole che quel l’essere illuminato non era un teologo e neanche un sacerdote, ma era uno scienziato.

Attraverso numerosi tentativi è arrivato a comprendere un principio quasi elementare, che non siamo capaci di osservare il momento presente. E che, attraverso questa osservazione impariamo a conoscere noi stessi “liberandoci”.

Liberandoci da cosa? Dai condizionamenti, dalle seghe mentali e da un sacco di altre robe! Cose che con i termini attuali potremmo chiamare “gestione delle emozioni”, “resilienza”, “focus mentale”.

Per farlo bene servono due ingredienti, osservare il presente in modo intenzionale rendendoci conto quando usciamo da questo presente, che possiamo riassumere in una sola parola “consapevolezza”.

E la capacità di osservare i nostri contenuti mentali nella stessa maniera, che siano belli o brutti, piacevoli o spiacevoli, interessanti o noiosi. Goenka parla di “gioco delle sensazioni” ma in realtà rischiamo di farlo anche con i pensieri e le rappresentazioni.

Magari sei li che segui il tuo respiro e all’improvviso ti viene in mente un progetto grandioso. Aprirò un centro di consapevolezza, sarà arredato così e cosà…ecc. E ti perdi dietro una rappresentazione piacevole.

Oppure al contrario, stai praticando e spunta fuori un “vecchio problema” ed invece di accoglierlo inizi a spostarlo dalla tua attenzione consapevole.

Quando dico accoglierlo invece che evitarlo, non intendo dire che devi provare a risolverlo attraverso la ragione, la razionalità. Ma che devi osservare le reazioni negative, che ne scaturiscono.

Se ad esempio stai portando attenzione al respiro, nota come cambia il tuo respiro e le annesse sensazioni quando ti rendi conto del “passaggio di questo contenuto”.

Si tratta sempre di “elementi transitori”… nessun contenuto mentale è fisso!

Non mi credi? Immagina come è fatta la tua auto e prova a tenere a mente questa immagine. Neanche i contenuti che ci sembrano più solidi restano identici. Ogni volta che cerchi di riaccedere ad un qualche contenuto, ecco che riappare sempre un po’ diverso.

Ok, si puoi allenarti a fare delle fotografie mentali, ma se mi segui sai che la memoria è un concetto molto più complesso del semplice mettere “in un cassetto un contenuto” (linka la loftus).

Tutto è transitorio, tutto è impermanente direbbero i buddisti! Se hai letto il mio manuale sai che non sono religioso e sai anche perché poco fa ho detto, che il Buddha era uno scienziato. Oggi avrebbe un sacco di colleghi molto bravi ed interessanti.

Ci sono persone come Daniel Siegel, Richard Davidson, John Kabat-Zin che testimoniano cosa significhi essere “scienziati della consapevolezza”. Lo so, sembra una butad ma non è così, leggi qualche loro testo e lo scoprirai da solo.

Ovviamente i personaggi che portano avanti questi studi sono davvero tantissimi. Nessuno ha “la verità in tasca” ma ognuno contribuisce a modo proprio verso la riscoperta di queste discipline aggiungendoci “il metodo scientifico”.

Ancora una volta sono qui a dirti che fra “scienza e meditazione” non c’è alcun conflitto, soprattutto quando si parla di Buddismo. Ogni vero esperto di queste pratiche ti dirà essere concorde con l’applicare il metodo scientifico alla meditazione. Perché?

Perché i risultati di questa disciplina non sono “convinzioni”. Non si tratta di credere qualcosa di particolare che ti farà sentire bene, per cui, se non ci credi non funziona.

Nei secoli, i diversi praticanti di meditazione hanno scoperto sulla loro pelle che si tratta di un esercizio che sviluppa determinate abilità mentali. E quando inizi a svilupparle, non c’è bisogno di alcuna convinzione a sostenerle.

Se impari a nuotare non hai bisogno di alcuna convinzione che ti dica che sei capace di farlo, lo sai e basta, è una sensazione di certezza basata sulla tua esperienza diretta. Ecco perché ti invito a praticare, per fare questa benedetta esperienza diretta.

Nessuno può farla al posto tuo neanche se arrivasse il Buddha in persona a dirti “ehi amico, ti guiderò io in questo percorso”. Solo tu puoi metterti li e praticare queste cose e vedere “se fanno al caso tuo”.

Invece che cosa fa la maggior parte della gente? Si siede in meditazione due o tre volte al mese, prova tutte le sensazioni spiacevoli di chi ci prova le prime volte e pensa “che gran rottura di palle sto esercizio, a me non serve a niente”.

Oppure, forse peggio ancora… si siede qualche volta e prova un profondo stato di piacere che poi vuole assolutamente recuperare. E quando non ci riesce pensa “vedi, non riuscirò mai a riprovare quel piacere”.

In entrambi questi esempi siamo caduti nel gioco delle sensazioni ed anche delle aspettative. Se uno segue psinel o un bel corso di mindfulness o vipassana non corre questo rischio. O meglio è così ben avvisato da non doverlo correre.

Per cui, se come altre migliaia si persone ti sei convinto ad intraprendere questo percorso di auto-conoscenza. Tieni bene a mente queste parole, la pratica è un esercizio, proprio come andare in palestra, farlo 2 o 3 volte non servirà a niente se non ad indolenzirti i muscoli.

Restare nel presente ed evitare di cadere nel “gioco delle sensazioni” è un vero e proprio esercizio che va fatto, anche quotidianamente se è necessario.

Sono riuscito ad arrivare sino a qui, senza parlarti dell’antidoto al gioco delle sensazioni… in realtà l’ho fatto nel podcast, ma prima di concludere ricordati che l’antidoto sta nella equanimità. Troverai tutto come sempre nel qde (quaderno degli esercizi).

Bene, adesso hai tra le mani la chiave per evitare di fari fregare dal “gioco delle sensazioni” e allo stesso tempo per riuscire a distinguere qualsiasi pratica di consapevolezza “seria”.

Fammi sapere che cosa ne pensi e sentiti libero di condividere questo post (ed il podcast) con chi pensi possa esserne interessato.

A presto!

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11 Commenti
  • Gennaro, il parallelo della palestra e dell’allenamento pratico é illuminante, tuttavia non mi pare di trovare nei tuoi scritti o podcast dei riferimenti chiari al tempo e allo sforzo necessario. Mi spiego: se faccio 1 ora di palestra tutti i giorni non divento un bodybuilder ma dopo 1 mese sicuramente sono in grado di sollevare pesi maggiori oppure ho più fiato in corsa. La domanda: qual’è l’elemento oggettivo o percepibile che un mese (o tre mesi, o sei) di meditazione quotidiana possono evidenziare? Perché un’informazione utile é se i primi risultati li si ha in un mese o in 2 anni. Ed un’altra informazione utile é come verificare oggettivamente se si sta apprendendo qualcosa. Io condivido la curiosità per l’apprendimento come processo di miglioramento, ma senza un parametro di riferimento degli auspicati “miglioramenti” la pratica puó semplicemente indurre uno stato di autoconvincimento. Dato che ho investito un sacco di ore, cerco nelle mie convinzioni, una prova che sto migliorando. E lì vedo esattamente quello che voglio vedere come in una credenza, una fede. Se é scienza, invece, é osservabile e misurabile. Perció chiedo: Quanto tempo quotidiano + Quanti mesi = quali muscoli? Spero di essermi spiegato. Ciao Matteo

    • Ciao Matteo,
      l’unico riferimento oggettivo è dentro una risonanza magnetica e dicono che servano 8 settimane. Il vero riferimento è invece soggettivo e infatti la risposta alla tua domanda non esiste. Non mi piace quando scrivi “questo è illuminante però nei tuoi scritto non mi pare di trovare riferimenti chiari”… NON li troverai da nessuna parte! No se parli di auto convincimento probabilmente o hai appena iniziato la tua pratica oppure non hai afferrato bene cosa significa meditare.

      • Aggiungo… scusami Matteo ma non avevo capito fossi un mio allievo. Per cui la responsabilità è mia… forse non mi sono spiegato bene durante MMA sulle varie differenze tra auto suggestione, ipnosi e meditazione. La auto suggestione deriva dal credere a contenuti mentali, la meditazione è accorgerti che finisci nei contenuti mentali. L’unica cosa su cui puoi essere certo è la tua capacità di restare nel presente durante la quotidianità e ripeto…non esistono elementi oggettivi… se li trovi fammelo sapere 😉

  • equanimità… bell’ esercizio da fare quotidianamente x esercitare la mia consapevolezza. Grazie sei sempre di molto aiuto

  • Ciao genna, complesso questo argomento…..1º durante la quotidianità se provo felicità per qualcosa che mi succede, ( es. mia moglie che mi prepara un bagno caldo X rilassarmi) se mi soffermo a pensare che è solo una proiezione mia e che è passeggera; ovviamente la sento sfumare è così rovino pure il suo tentativo di rendermi felice…… Col tempo non divento indifferente a quella persona? ( ancore)
    2º invece perché se noto un pensiero involontario negativo, invece prende la mia attenzione ed iniziando ad evitarla invece la notò sempre di più a tal punto di diventare quasi una fobia verso quel pensiero?
    Mi sembra normale preferenziale i pensieri positivi quando va male….. Sennò dov’è il piacere? Non rischiamo di diventare apatici?
    3º che male c’è nel praticare il training?
    Grazie

    • Ciao Daniele,
      1. Si tratta di un esercizio da fare durante la pratica formale di meditazione e non nella vita i tutti i giorni.

      2. Forse non hai afferrato la differenza fra guardarsi dentro e consapevolezza, ascolta anche quel podcast. Ascolta anche quello sull’evitamento esperienziale. E’ propri questa convinzione che fa credere alla gente che “deve solo pensare positivo”. Guarda gli studi sulla Marsha Lineahan e vedrai che lei ritiene addirittura ci faccia diventare borderline. Insomma, sono in buona compagnia.

      3. Non ho capito cosa intendi… che training?

      • Ciao genna, intendo il training autogeno. Grazie

        • Dan,
          nessun male nel praticare il Training autogeno, anzi…però non è la mindfulness, anche se ci assomiglia molto. Ad esempio nel TA si insegna a rilassare certe parti del corpo o a sentirle calde, pesanti ecc. Tutte queste pratiche possono portare alla consapevolezza ma non sono la consapevolezza e per di più, fanno il “gioco delle sensazioni”, cioè quando senti il braccio pesante o caldo hai fatto bene l’esercizio. Questo non è la consapevolezza a cui faccio riferimento nel podcast.

  • Ciao Genna!
    Grazie per questo articolo e podcast 🙂
    l’ho trovato ultrainteressantissimo, questi argomenti sono sempre una manna per la mia mente (e vai di attaccamento! 😀 )
    Scherzi a parte, questo gioco delle sensazioni mi ha fatto ricordare come 2 anni fa stavo vivendo un periodo piuttosto intenso di sensazioni piacevoli. Non sono mai riuscito a capirci bene il motivo, l’ho chiesto a svariate persone e tutte mi hanno detto una cosa differente. Inizialmente pensai di volerla rivivere, però col tempo notai che avevo attaccamento a quella sensazione, e così decisi di lasciarla andare, senza rincorrerla. E da lì ad oggi mi è capitato più di una volta di vivere sensazioni molto piacevoli o anche molto spiacevoli e ogni volta che me ne accorgevo, ad esempio come una sensazione piacevole al cuore dopo una Metta, se non mi focalizzavo con la consapevolezza in quel punto, ma la tenevo morbida, come se distribuissi la consapevolezza attorno a me: un po’ nella mente, un po’ nel corpo. Ciò mi ha permesso di accettare e lasciare andare quelle sensazioni e di abbracciare l’impermanenza di quei momenti che si collezionano costantemente senza doverci attribuire un significato: quel dare un significato a ciò che sentiamo definendolo con un termine a volte mi sembra davvero limitare quello che sento, come per forza a categorizzarlo razionalizzandone il contenuto. L’ho trovato castrante e poco utile alla pratica di consapevolezza.

    Grazie mille Genna, dispensatore di consapevolezza 🙂

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