Come sentirsi “sempre a casa”

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Ti è mai capitato di sentirti “a casa” anche in luoghi poco conosciuti? Ci sono dei momenti nella vita in cui riusciamo a percepire la sensazione di “essere a casa” anche quando non siamo a casa!

Questo succede o quando siamo in un posto davvero conosciuto oppure quando siamo particolarmente “presenti a noi stessi”… oggi scoprirai che la tua vera casa… è dentro di te!

Molti anni fa, durante l’Università, mi sono trovato in un paese che non conoscevo, con una lingua che non conoscevo ed in mezzo a completi sconosciuti. Sentivo un misto di eccitazione e paura nell’essere molto distante “da casa”.

Ho un ricordo specifico: dovevo andare ad una festa di compleanno dove l’unica persona che conoscevo davvero sarebbe arrivata solo verso le 11 di sera. Per cui avrei dovuto cercare di comunicare ed intrattenere relazioni.

Mi sono sentito per interminabili minuti come un “pesce fuor d’acqua”. Quando ad un tratto un ragazzo sparisce di colpo e riappare con alcuni strumenti musicali… insomma afferro una chitarra e tutto il resto è storia.

Nel senso che dopo pochi minuti che suonavamo assieme mi sentivo come se fossi nato in quella casa. Ok, sto esagerando, ma mi sono sentito completamente a mio agio. Che cosa era davvero successo?

Negli anni ho cercato di spiegare questo fenomeno attraverso il condizionamento. Visto che ero condizionato ad associare stati di serentià alla musica, non ho fatto altro che ri-accedere a quegli stati anche se mi trovavo “molto lontano da casa”.

Nonostante questa spiegazione fosse del tutto sensata, non mi ha mai convinto completamente. “Allora basterebbe mangiare una buona pizza quando sei all’estero per sentirti in Italia?”…le cose non sono così lineari.

Ricordo perfettamente cosa era successo: visto che non conoscevo nessuno e non sapevo la lingua (il tedesco) mi ero tuffato completamente nella musica. Era l’unico modo che avevo per “comunicare” con qui ragazzi sconosciuti.

Ora perché ti racconto questa storia? Se hai seguito il podcast scommetto che ci sei già arrivato, anche se non ti ho ancora detto che quando stai suonando (o in una qualsiasi situazione di flow) sei naturalmente immerso nel presente.

E come ti raccontavo, i circuiti neuronali che sono coinvolti nella presenza sono anche gli stessi legati all’attaccamento. Quello stile psicologico che apprendiamo da piccoli e che tendiamo a trasportare con noi per il resto della vita.

Fortunatamente questo stile è modificabile nel tempo. E guarda caso studiosi come Dan Siegel sono convinti che le pratiche di consapevolezza mindful siano in grado di rimodellare quei circuiti.

Analizzando tutti questi fatti ho iniziato a pensare che la sensazione di “essere a casa” sia qualche cosa di strettamente legato alla sensazione di “presenza”. Quasi come se la nostra vera casa non sia esterna ma interna… anzi penso proprio che sia così!

Fortunatamente studiando ho scoperto che non sono l’unico pazzo a pensare che si possa trasformare la propria interiorità nel proprio “tempio”. Hai mai sentito dire che il corpo “è un tempio”?

Lo so, per alcune persone questa è la “scoperta dell’acqua calda”. Ma una cosa è saperlo ad un livello intellettuale ed un’altra cosa è sperimentarlo sulla propria pelle.

Il fulcro di questo podcast leggermente delirante è quello di allenarti a sentire “la presenza” come una “casa interiore”. Il che non significa che serva a scappare dalle situazioni sconosciute ma che serva a farti sentire “ovunque” un po’ a casa.

Si è una metafora, si tratta di una mappa! Per quanti studi neurofisiologici ti possa citare si tratta sempre di una rappresentazione della realtà, non è che diventi davvero “casa tua” 🙂

Però si tratta di una metafora potentissima, visto che da sempre ci portiamo dietro una sorta di barometro che ci dice quando ci sentiamo “a casa” e quando “non ci sentiamo a casa”. Questo è molto utile quando siamo in luoghi nuovi e pericolosi.

Ma è del tutto inutile quando entriamo in un bar sconosciuto della nostra Città. Oppure quando siamo ospiti ad una festa e non conosciamo nessuno.

Ora, messa così sembra solo una tecnica per “uscire dalla propria zona di comfort senza uscine davvero”. Cioè, se mi sento davvero a mio agio dentro di me, non esisteranno più luoghi che mi mettono a disagio e che quindi sfidano la mia “zona di comfort”?

Assolutamente no, esisteranno sempre situazioni in cui non ti sentirai “a casa”…ed è proprio in quel momento che potresti provare a diventare più presente sintonizzandoti con il tuo corpo e la tua interiorità.

Sfuggire alle proprie emozioni è il modo peggiore per gestirle!

La prossima volta che ti senti “fuori luogo” entra “nel tuo luogo”. In realtà ciò che hai perso non è “la bussola”, come quando “perdi l’orientamento”.

In realtà ciò che succede è che perdiamo il contatto “con noi stessi” e con il “momento presnte”

Nel podcast mi sono impergolato in una delle teorie più affascinanti della psicologia, quella dell’attaccamento. Non è stato casuale, ti ripeto, i circuiti dell’attaccamento sono gli stessi della presenza.

Ed il nostro “stile di attaccamento” riesce a prevedere se ci sentiremo a casa o meno. Ecco perché te ne ho parlato, non solo per mostrarti le basi scientifiche di questo delirio. Si perché sono stati fatti centinaia di esperimenti su queste “teorie”.

Secondo i “teorici dell’attaccamento” ciò che si viene a creare nell’interazione fra madre (o figura di attaccamento) e bambino è una “base sicura” da dove poter esplorare il mondo. Secondo le moderne ricerche…

E’ possibile ricostruire e dare forza a quella “base sicura”…anche se sono passati 50 anni o più!

Se pensi sia necessario farò un podcast tutto dedicato all’attaccamento, ai diversi stili di attaccamento e ai diversi “modelli operativi interni” che si possono sviluppare in base a quel tipo di attaccamento.

Mi sembrava un argomento troppo specifico e tecnico da inserire su psinel. Ma nel caso la tua curiosità vada in questa direzione, sono pronto a registrare un altro delirio teorico…e come diceva Bateson:

“Non c’è nulla di più pratico di una buona teoria”

Ahimè anche questo è un discorsone! In un ambiente come la crescita personale dove tutto sembra essere fatto di “pratica pratica e pratica” (cosa sacro santa) sembra una bestemmia parlare dell’importanza delle teorie…ma così non è!

Infatti che tu lo voglia o meno ti costruisci delle teorie sulla realtà, proprio come farebbe uno (più o meno) scrupoloso scienziato. Solo che non lo sai!

Ma c’è come sempre solo un modo per comprendere questa “forza”…praticare 😉 Un bel paradosso non trovi?

Inizia ad inserire, in base alla tua routine personale, questo esercizio di “sentirti a casa” e fammi sapere come vanno le cose.

Ti avviso, questo esercizio non serve per “curarti dalla fobia di allontanarti da casa”, anche se sotto sotto potrebbe essere utile. Ma serve per aumentare quella base sicura che tu dovresti già possedere.

Se per caso, hai la fobia di allontanarti da casa, il mio consiglio è quello di rivolgerti ad un professionista nella tua zona. Nulla ti vieta di giocare con questi esercizi ma se è una vera “fobia” ma ti ricordo che questi consigli non sostituiscono l’intervento di un professionista.

A presto
Genna

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16 Commenti
  • Questo articolo mi è piaciuto molto. Lo trovo a mio parere “la chiave del tutto”. Spesso perdiamo la pazienza quando il tempo ci sfugge tra le mani. Quando i minuti non diventano più costruttivi, il vuoto che sentiamo in quel momento, lo sprecare attimi utili con la sensazione di impotenza, immobili, quasi senza via di fuga. E’ li che possiamo come hai raccontato tu nel tuo Podcast, trovare il modo per sentirci nel nostro corpo e sfruttare la consapevolezza di comprendere che siamo fortunati paradossalmente a prenderci un po di tempo per noi stessi. Ascoltare il nostro corpo e guardare le cose intorno a noi con occhi diversi, con attenzione. Bella “chiave di lettura”. Grazie Genna.

  • Ciao GENNa 🙂 letto e ascoltato tutto ora. Moooolto interessante e traslabile nel quotidiano. Grazie VOTO per articolo sull’attaccamento. Domanda veloce: un bimbo piccolo che non ha avuto persone di riferimento può sviluppare la base sicura su di se??

    • Ciao Andrea,
      si gli studi vanno in quella direzione… le zone del cervello che si sviluppano in concomitanza con la “base sicura” sono le stesse che si sviluppano facendo esercizi di consapevolezza.
      Grazie…come forse hai letto, ci sto lavorando 😉

  • Articolo PREZIOSISSIMO. Queste tematiche che hai affrontato le sento piuttosto “incarnate”…eh si hai ragione: La metafora che hai utilizzato è potentissima 😉

    Ok per l’articolo specifico sull’ attaccamento.. Sarebbe molto gradito 🙂

    Un saluto,

    Marco

    • Grazie Marco…ci sto lavorando 😉

      • Genna ho ri-scaricato il report meditazione moderna dal qde perché avevi scritto che era stato corretto…ora vedo però che la versione è rimasta la 1.0
        È normale?
        (la prima volta che scaricai il pdf mi pare fosse maggio o giugno quindi è difficile che avessi già la versione corretta :D)

        • Marco è lo stesso manuale
          le correzioni sono solo grammaticali… per cui non ci troverai niente di nuovo
          se non qualche errore di meno, ma ce ne sono ancora 😉

  • Ciao Genna,
    Stupendo e interessantissimo podcast , complimenti.
    Si, a me personalmente farebbe molto piacere se ne facessi uno apposta di approfondimento della teoria di attaccamento , sono molto curioso!
    Grazie mille,
    Vincenzo

  • sempre utilissime le tue lezioni, Grazie!!

  • Ciao Genna, complimenti per il podcast e l’articolo, li ho apprezzati particolarmente. Mi è sorta una domanda quando hai iniziato a parlare di Bowlby sull’attaccamento. Nella definizione data di quest’ultimo, l’attaccamento è più considerato come appunto ne parli una base sicura che in teoria i genitori dovrebbero fornire.
    Nella pratica sostieni che meditando, e portando consapevolmente l’attenzione sul corpo o sul respiro, io possa nel tempo avere una sorta di crescente fiducia in questo processo di consapevolezza, perchè me lo posso portare “in giro” dove sto effettivamente, che poi diventa, anche una maggiore fiducia in sè stessi: è anche questo che intendi?

    Ciao Genna e grazie 🙂

    • Ciao Daniele,
      si esattamente… si ricostruisce (in teoria) quella base sicura, in modo da portarla sempre con se!

  • Molto interessante se sviluppi la teoria dell’attaccamento…soprattutto come accenni nel podcast che si può cambiare la base di attaccamento interno. Ti chiedo se puoi far capire come si può cambiare, adesso da adulto, una base insicura che si è creata nei primi anni di vita. Ciao Luigi

    • Ciao Luigi,
      per “farlo capire” bisognerebbe spiegare tutte le connessioni annesse con l’attaccamento nel cervello…ma sarebbe lunghissima, per cui ti invito a leggere qualche studio o libro di Dan Siegel che lo ha studiato a fondo. Invece, se ti serve “la tecnica” per farlo, questa è la meditazione di consapevolezza.

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