Crescita Personale: 5 modi per migliorarti attraverso la scrittura

Ciao, “scripta manent e verba volant” recita una locuzione latina molto conosciuta. Hai mai pensato che molto di ciò che ti circonda può aver avuto nascita grazie alla scrittura?

Questo blog é scritto, così come la sua “architettura web” del sito, così le scarpe che hai ai piedi sono state disegnate e progettate, scrivere in poche parole è uno dei linguaggi della nostra realtà.

Ed é anche per questo che nel mondo della crescita e del cambiamento personale, la scrittura ha preso sempre più piede…scopri come migliorarti, in compagnia della tua penna.

Sei riuscito ad ascoltarlo? Lo so, il collegamento fra crescita personale e scrittura é talmente evidente che a molti può apparire come banale, ma non lo è;-)

Solo negli ultimi anni la psicologia ha iniziato ad analizzare seriamente il collegamento fra “compiti scritti” assegnati in terapia e cambiamento personale.

Ed il risultato é che nella maggioranza dei metodi di cambiamento attuali, esiste una parte scritta. Scrivere é efficace perché ti permette di attivare quella parte auto riflessiva, che é risulta essere sempre più utile alla crescita personale.

Quando scrivi “di te”, il foglio diventa una specie di specchio che ti rimanda la tua stessa immagine. E potendola osservare sulla carta bianca, ti permette di intravedere verità e prese di coscienza difficilmente raggiungibili pensandoci solamente.

Chiaramente non é un metodo che sostituisce l’aiuto di un professionista, ma di certo può essere di enorme aiuto, al professionista stesso per migliorare il proprio intervento…ma non solo, é utile a chiunque abbia preso la saggia decisione di migliorarsi.

Non per nulla da anni “te la meno” (come dicono dalle mie parti:)) con la acquisto di un quaderno ad hoc per gli esercizi di PsNeL.

Tutti gli esercizi che ti presento possono farti crescere in un determinato campo, ma se ti aiuti con la scrittura questa crescita é decisamente più veloce:

1° perché ti impegna più del solito, sia ad un livello metaforico (devi trovare uno spazio per farlo e comprare un quaderno) e sia a livello fisico (vedi le ricerche sulla emboided cognition).

perché puoi tenere traccia dei tuoi  progressi, permettendoti di guardare negli occhi la verità” cioè i tuoi progressi.

perché molti dei miei esercizi sono impossibili da fare “a mente”:) Detto questo preparati a dare un’occhiata ravvicinata ai 5 metodi di cambiamento personale che ho selezionato per te.

Non sono gli unici, forse non sono neanche i più importanti, ma sono un’ottima base di partenza per afferrare l’importanza di usare carta e penna in un percorso di crescita personale …eccoli:

1) Risorse personali: per scrivere i ricordi e attingere dalle risorse del passato, attraverso in diario autobiografico in cui scrivere le proprie memorie personali, come abbiamo fatto attraverso il “Efficacia Personale”, il libro di Piernicola De Maria, da cui ho tratto alcuni esercizi davvero belli.

2) Obiettivi: gli obiettivi vanno scritti per definizione, se hai un obiettivo non scritto o su cui non ti sei mai fermato a pensarci non era un obiettivo, ma un classico buon proposito che normalmente non viene raggiunto.

Ci sono diecimila modi per scrivere gli obiettivi, per essere sintetico mi avvalgo della formula SMASO…che sta per specifici, misurabili, accessibili, sfidanti e olistici…cioè ecologici. Ti consiglio di applicare il famoso bipensiero per trovare la motivazione adatta al loro perseguimento.

3) Valori: la conoscenza di se stessi passa attraverso una domanda …che cosa vuoi veramente? E dopo aver risposto a questa domanda  puoi chiederti…perché lo voglio? Che cosa raggiungo se ottengo ciò che desidero?

Come vedrai in questo post dedicato ai valori, “troverai una parola che corrisponde o ad una  emozione o ad un valore astratto”. Se desideri avere un sacco di soldi alla domanda perché potresti aver detto, per sentirmi più sicuro,

quindi ciò che cerchi è la sicurezza e si può proseguire con ancora più precisione, se conosci come funziona il linguaggio sai quali sono le domande giuste da farti;))

Tieni presente che i tuoi valori, al contrario di quanto venga spesso racconto “non sono leggi scalfite sulla roccia“, ma si modificano in base ai contesti in cui ti trovi.

4) Ansie e paure: trascrivere le proprie ansie e le proprie paure ci aiuta a conoscerli e a conoscerci…due aspetti fondamentali dell uomo, unico animale in grado, a quando parte di auto coscienza. Scriverli non significa andare in giro a rompere le scatole con ciò che si è scritto.

Ma semplicemente usare carta e penna come contenitori e luoghi in cui riporre le proprie angosce. Qui troverai uno studio molto interessante sulla ansia da esame che attanaglia molti studenti.

5) Diletto ed espressione personale: come ti dicevo prima la gente fatica a scrivere, tranne in rari casi, solitamente femminili, di diari personali, le persone scrivono poco.

Solo le persone che scrivono per mestiere sono dentro questo meccanismo. Pochi invece lo fanno per diletto, semplicemente perché scrivere può farci stare bene, come detto prima ci fa auto riflettere, osservare i nostri pensieri e le nostre emozioni.

Puoi tenere un diario oppure lasciarti nella stesura della tua biografia personale questo oltre che permetterti di conoscerti meglio, ti permette di associare psicologicamente gli eventi della vita e questo da “coerenza alla tua memoria biografica” aiutandoti in diversi modi.

Scrivere ti permette di conoscere alcune tue parti che senza un’analisi personale scritta difficilmente verresti a conoscere. Nel momento in cui ti rendi conto di questi tuoi “modi di essere”, diventi maggiormente congruente con te stesso.

E’ un po’ quella sintesi tanto osannata da Roberto  Assagioli, il creatore della psicosintesi. I consigli sono terminati ma è chiaro che “5 modi” non possono esaurire uno strumento così versatile come la scrittura.

Non ho inserito il leggere, ma ovviamente è importante quanto lo scrivere, tanto che esistono studi fatti sul potere terapeutico di alcuni libri…e come ti dicevo nell’audio, alcuni testi, come quelli religiosi e/o filosofici, possono cambiarti la vita (ma può farlo anche un bel romanzo).

Ci tengo a sottolineare che uso spesso citazioni, esempi e studi tratti dal mondo della psicologia clinica e della psicoterapia.

Lo faccio per due motivi: il primo è perché è un ambito che conosco bene…ed il secondo è perché il cambiamento terapeutico, mi sembra un buon modo di “toccare con mano” l’efficacia degli esercizi che ti presento…tutto qua, non c’è alcuna intenzione clinica (come mi hanno additato per email questa settimana.

Dopo aver fatto questo “disclaimer”, t’invito a fare subito un po’ di pratica. Condividi con noi qualcosa di scritto fra i commenti 🙂 e se ti è piaciuto questa ANL, fammi un piccolo piacere, clicca su Mi piace e/o sul +1 di google. Mi aiuterai a far crescere PsiNeL…e a farlo conoscere a chi potrebbe esserne interessato.

A presto
Genna

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10 Commenti
  • E' proprio vero che scrivere è terapeutico, specie quando rileggi certe emozioni o situazioni vissute e le vedi da un punto di vista diverso. Forse perchè tu sei diverso, perchè la realtà è mutevole o perchè i tuoi occhi vedono la medesima situazione con una luce diversa. Ciò ci fa sperare per situazioni difficili che in futuro si presenteranno. Nel momento in cui si vivono sono enormi….dopo un pò diventano più piccole…poi sfuocate….a volte addirittura scompaiono. Federica

  • Ricordo. M’arricordo. Tengo ottanni. Enzina sette e miezzo. Stammo pazzianno a nasconnere.
    Filumena, faccia a muro, inizia a cuntà. Il resto s’annasconne a ccà e a llà. Enzina me zennea e, fujmmo dint’o palazzo a 19. Dint’o vascio, sotto ‘o lietto, di sua zia Fortuna ‘a Ciaccessa(la chiacchierona). Me ienche di baci vavusielli ca sanno di fragolelle. Ciuciunea ‘ntrechessa. E, mette le mani miezzo le cosce. Miracolo!: ‘o pesce s’ ‘ntosta comme ‘na mazza. E, ce mettimmo a ridere.

    M’arricordo il primo giorno di scuola (a)limentare. Dopo dieci minuti già stongo fujenno giù per le scale, miezz’a via. Aggia fa ambresso. Dint’e sacche arrepezzate si sta sciuglienno ‘o ghiaccio.

    Mi ricordo criaturo. Giocavo con i pensieri, e i giocattoli, rari: scappavano da tutte le parti.

    Ricordo l’asilo e a pranzo il piatto caldo e fumante. Ricordo lei, il suo nome no. Mamma sua la prendeva per mano e io con gli occhi l’accompagnavo fin dove svoltava il vicolo. Poi, di nascosto dalla mamma di lei e di mia sorella Tellina d’o mar’, che non so perché si faceva il pizzo a riso, con le labbra arricciate, le mandavo un bacio nell’aria. Poi, non la vidi più. Era di maggio, il mese in cui le famiglie cambiavano casa, e anche la sua famiglia cambiò quartiere. Ricordo…era la prima volta che piangevo per una femmina. Avevo pianto per il latte, il pane, le scarpe e ‘o cazone di colore cococzza.

    Ho fatto cadere il piatto con i piselli e, lei è venuta faccia a faccia vicino,vicino a me: mi ha offerto il suo e, mi ha azzeccato le sue labbra sulle mie. Poi, si è messa a ridere.
    – Ca ridi a ffà -, l’aggio ditto –
    – Il mucco appiso, il sugo e le lacrime sono salate – , ha detto ridendo ancora, pulendomi la vocca.

    PS: Ecco, mi fermo. Anche se i ricordi e pensieri giocano sempre a nascondino tra luci, ombre e la mia stessa ombra che si nutre di sguardi nell'universo.

  • Eravamo ventisei. E tutti piccoli, ma da allora ne è passato di tempo. E di quel gruppo non ho rivisto più nessuno: nemmeno Michele Strogoff, Pugaciof, Nerina e Azorka. Però ne verranno ancora altri. Venivamo da lontano, molto lontano, prova ne fu un nostro viaggio faticoso e interminabile. E non ci davano né da mangiare e né da bere: accadde solo in due occasioni all’inizio e al termine del viaggio. Ammucchiati com’eravamo ci scambiavamo le nostre reciproche malattie oltre che pulci, zecche e lamenti, senza parlare di quei fetenti di vermi che infestavano le nostre pance.

    Quando l’auto si fermò e i nostri sequestratori – carcerieri ci consegnarono ad altri loro simili, sghignazzando dissero: – Finalmente eccovi liberi nella terra dei diavoli. Ora che abbiamo intascato la grana possiamo ritornare alle nostre case. Cattivi? Si, probabilmente siamo cattivi, ma qui, nella terra dei diavoli dovrete stare molto in guardia, altrimenti vi mangeranno vivi. – E risero ancora bevendo birra, vodka e vino pere ‘e palummo.

    Poco prima di giungere a destinazione accadde qualcosa di meraviglioso: vedemmo la luce. Essa sorgeva oltre i finestrini e inondo anche il posto buio dove ci avevano incastrati. Affamati e disidratati fummo riscaldati dalla luce della vita che ci accarezzava e solleticava dolcemente:pareva proprio il calore delle nostre mamme. Ci consolammo e ci sciasciammo(bearsi)che ci prese tanta di quella alleria(allegria)che giocavamo gli uni con gli altri tirandoci le orecchie, le mani i piedi e i capelli: era il nostro fratello maggiore Sole che ci scaldava e ci solleticava le pance. Eravamo nella terra dei diavoli. Ma però vedemmo la luce.

  • Avevo trent’anni e lavoravo in ospedale. In quello stesso ospedale in cui, quando io avevo quattro anni, mio padre era un paziente e di anni ne aveva cinquanta in più; verso le cinque di mattina, senza mamma o la presenza di qualche figlio/a, colto da una crisi respiratoria, morì.

    C’era un una parte di storia personale in quel luogo. Lì era stato versato il sangue di mio padre: non avevamo telefono e la distanza, aspettando e usando il bus, allungava il tempo per poterlo vedere e stargli accanto.

    Ormai quell’episodio era lontano e il tempo forse esiste solo per incollare e sotterrare i pezzi di ogni storia.

    Un giorno ero impegnato in un reparto e venne da me una suora, qualche collega le aveva fatto il mio nome, dato che ero uno che si interessava di movimento e di posti di lavoro e dell’andamento di altre questioni.

    – Lei è il Signor … – disse la suora che vedevo per la prima volta e di cui non conoscevo il nome.
    – E lei, madre, come si chiama? –
    – Suor Paola –
    Le strinsi la mano. Era esile e timida. Pensai a mio padre. Chissà, forse l’aveva conosciuto e assistito.
    – Volevo chiederle … una preghiera … –
    Ero quanto turbato. Una suora che mi pregava per qualcosa.
    – Dica, cosa posso fare … –
    – Ho un nipote che attualmente non lavora. Se lei potesse fare qualcosa per fargli fare il corso per … –
    – Madre, innanzitutto, se vuole, mi dia del tu. Vorrei tanto fare qualcosa per suo nipote, ma non ho questo potere. Se noi, me compreso siamo qui, è perché non abbiamo chiesto a qualche notabile e a non vogliamo chiedere a nessun mammasantissima di darci un posto di lavoro. E non solo il lavoro. E se abbiamo ottenuto qualcosa è solo attraverso la lotta. Ecco, le posso indicare semmai qualche comitato di disoccupati organizzati in cui iscriversi. Nessuno ti da niente e non ci rivolgiamo a nessun santo né in terra né in cielo. – e le sorrisi, perché lei di santi ne aveva una carriola.

    L’arancio mi fu dato sul muretto con le inferriate fuori all’ospedale dei Pellgrini a Montesanto. Mamma mi disse: – Lui è don Pasquale – Era la prima volta che lo vedevo. Mamma mi disse che don Pasquale andava al mercato della frutta ad aiutare un fruttivendolo del quartiere. E quando se ne tornava aveva sempre qualche frutto nelle tasche del cappotto o del giaccone. Mi carezzo la testa, sorrise e disse: – Tieni questo arancia è per te. –
    Anche lui aveva le rughe, gli anni e la testa pelata come le avrebbe avuto mio padre fosse ancora vivo. Non lo rividi mai più. Mi fece tenerezza e malinconia. Avrei forse voluto abbracciarlo come se fosse stato mio padre. Ma no era mio padre. Forse anche lui si senti solo; forse pianse e forse morì solo come mio padre. Forse solo mentre scrivo ho capito che quell’arancio mi fu dato con la fatica e con cuore. Forse lui era mio padre: il secondo; almeno, forse, così mi dicono le lacrime che piango l’adulto che sono adesso di quand’ero ancora ‘nu criaturo.

    Ca nun vulevo ji(andare)’a scola. Sosora mia Tellina d’o Mar’, nun appena m’accumpagnava, saglienno ‘e scalinate, sunava ‘a campanella; ma doppo ‘nu poco ca essa se n’era iuta, io facevo ‘e scale a quatto a quatto, comme si dint’e sacche d’o cazone culore cucozza, tenevo a neve ca ‘o sango vullente d’e cosce sciuglieva.

    Traduzione dell’ultima parte in dialetto:

    Ero ancora un bambino che non voleva andare a scuola. Mia sorella Tellina di Mare, non appena mi accompagnava, salendo le scale, suonava la campanella; ma dopo un po’ che lei era andata via, io facevo le scale a quattro a quattro, come se nelle tasche d’o cazone color arancione, tenessi la neve che il sangue bollente delle cosce scioglieva.

    PS: Si vede proprio che sono tornato eh.
    Però c'è il pezzetto … dell'infanzia. Scavo nella cassapanca dei ricordi ricordi e dei ricordi scritti.

  • Arance, suore e padri

    Ricordo. M'arricordo. In ordine cronologico ricordo due suore in particolare. Ma le arance non c’erano in entrambe le conoscenze. Invece un arancia mi fu data come regalo da … abbiate un po’ di pazienza … tutto a tempo debito.

    Ero militare, precisamente al CAR(centro addestramento reclute:la leva una volta era di massa, adesso invece il nostro esercito è composto solo di professionisti)e pesce di cannuccia con il mondo in generale, la vita e le donne. Come in tutto le cose, bisogna fare addestramento, comprese gli incidenti, le ferite, le capocciate e le cadute e gli addii.

    L’adolescenza come tutti sanno tiene la bocca di latte.

    Erano trascorsi quasi due mesi, prima di spedirmi al reggimento, con una parentesi di qualche giorno per accertamenti nell’ospedale militare di Bari. Ebbene c’era una suora bassa, grassa e tracagnotta. Era burbera e dai modi spicci e duri. Aveva persino i baffi. E poteva essere il classico sergente di ferro. I baffi li aveva fuori ma il sergente, cioè la disciplina militare, l’aveva dentro.
    Comunque in quell’ospedale, almeno le reclute e militari di grado inferiore, avevano paura di lei, me compreso.

    Intanto, di lì a poche settimana la mia presunta e possibile ma ipotetica ragazza(si chiamava Anastasia e aveva il culo più tuosto e bello di tutto il quartiere;gli altri amici e conoscenti mi invidiavano e parlavano di un grande acquisto, per usare una metafora da calciomercato;c’era soltanto sua sorella che poteva tenerle testa a proposito di forme mandolinesche, ma probabilmente era il marchio di produzione quando la loro mamma donna Vincenza e il marito don Mario il pittore, cioè l’imbianchino, decisero di accoppiarsi a qualche anno di distanza)con cui ero in buona trattativa, nel senso che stavamo per fidanzarci, ma poichè ero appunto un pesce di cannuccia usai scherzosamente una parola che lei ritenne offensiva e addio Anastaisa e il suo favoloso mandolino doc, dop e marchi di fabbrica.

    Continua

  • Ricordo. M’arricordo.
    Ricordare non è mai dimenticare. Dimenticare è tradire. Anche se qualche volta mi sono esercitato a dimenticare. Ci ho provato, ma è stato peggio. Tradivo me e l’intera umanità.

    Ricordo. M’arricordo.
    Io, sapete, non sono uno soltanto. Ho la mia faccia di tante altre. Io, anzi noi, siamo vite a non finire. I nazisti e i fascisti d’ogni nazione si sono messi insieme e come obbiettivo, da allora a oggi, hanno come obbiettivo volerci finire nel forno del campo di concentramento. In polvere.

    Ricordo. M’arricordo.
    Dovete aver pazienza quando scrivo m’arricordo: è un termine del mio dialetto; parte del mio corpo. sono cresciuto con il latte della lingua madre: il dolore. E perciò parlata internazionale.

    Ricordo. M’arricordo.
    Ci presero e ci portarono via in un treno dai freddi vagoni. Il gelo nel sangue. Eravamo venti. E tutti piccoli. Tra il primo e l’ultimo ci differenziano quattro anni. Siamo una piccola gamma.

    Ricordo. M’arricordo.
    Mi chiamo Sergio. Io sono Anna. Mi chiamo David. Io sono Ester. Mi chiamo Giuseppe. Io sono Sara. Mi chiamo Igor. Io sono Cecilia. Mi chiamo Giacobbe. Io sono Ciro.
    Mi chiamo Simone. Io sono Maddalena. Mi chiamo Spartaco. Io sono Anastasia. Mi chiamo Giovanni. Io sono Isabella. Mi chiamo Sebastiano. Io sono Ipazia. Mi chiamo Alessandro. Io sono Maria. Ci seviziano. Ci fanno del male usando strumenti chirurgici per studiare come reagiamo. Ci offendono. Ci violentano a turno o insieme. Ci ammutoliscono nella polvere.

    Ricordo. M’arricordo.
    Ma i ricordi emergono non appena splende il sole o quando la notte scura cala nell’anima e nel corpo. Nonostante la lotta con l’oblio, nulla è assente. La goccia che cade dalla grondai. Il fruscio di una foglia. I passi sull’acciottolato. Il mare I nostri ricordi sono il dolore che come gobbe spuntano dentro e fuori di noi, ma che nessuno vuole vedere e toccare. Non ricordateci solo per ciò che siamo stati, ma per le vite che non abbiamo vissute e amate.

    Ricordo. M’arricordo.
    Il tempo del dolore che in voi sopravvissuti non passa mai. Quel tempo di allora e di oggi che ci tiene in pensieri di catene. E che non libera nemmeno noi. Qui, però, ognuno è noi tutti.

    PS: Quanto sopra l'ho scritto a proposito della giornata dedicata alla memoria sullo sterminio degli ebrei, ma anche di altre persone nemiche del nazifascismo.

    Con l'incipit Ricordo. M'arricordo, ho scritto anche altri piccoli racconti che riguardano memoria e scrittura.

    Ricordo … è un ottimo imput per far cimentare chiunque nella scrittura, direi anche servendosi di un registratore.

    Posterò qualche altro scritto sul ricordo e la memoria di un personaggio che si chiama Guaglione. Potrei farlo adesso, ma devo uscire di casa per impegni.

    Cià Gennà.

  • Grazie per la testimonianza Stefano,
    anche io come te e come "l'anonimo commentatore di prima", rileggo quello che ho scritto (liberamente) dopo molto tempo.

  • Da scrittore, capisco bene quello che dici! Ma oltre a quello che scrivo per gli altri, tengo anche un diario personale. Mi piace ogni tanto scrivere per il gusto di farlo, senza dover stare a pensare a grammatica, lessico e senso della frase. Scrivo quanto voglio, quando voglio e non sento la pressione del pubblico che mi alita sul collo.

    Ho iniziato il mio diario da meno di un anno, perché so che fra 5 anni vorrò andare a rileggere quello che ho fatto in questo periodo della vita.

  • Ciao, dipende…
    anche a me capita di scrivere e di non rileggere ciò che ho scritto sui miei quaderni. Però di tanto in tanto, fra quello che scrivo, posso trovare qualcosa che mi colpisce…

    e allora questo si trasforma in un qualcosa che mi può servire…o come "consiglio personale da seguire" o come supporto per qualche cliente.

    Adibisci un quaderno a cose che non riguardino lo scrivere di getto, magari proprio seguendo i consigli di questa ANL… forse scrivendo in modo più strutturato riuscirai più facilmente a "rileggerti".

    Fammi sapere e grazie
    per la stima 🙂
    Genna

  • Ciao gennaro, è da un bel po' che seguo questo blog e l'ho sempre trovato molto interessante, io e la scrittura? siamo una simbiosi perfetta, scrivo i miei quaderni da sempre, con l'unica pecca, scrivendo di getto e mlto velocemente non do per niente peso alla forma, ma la cosa che non riesco a spiegarmi è il perchè io non rilegga MAI ciò che ho scritto. Chiudo il quaderno dopo aver imbrattato pagine e pagine senza tornare indietro. Forse tu saprai dirmi il perchè di questo mio comportamento. Ho quasi paura di rilleggere..temo di strappare via i fogli. bhò! Forse tu puoi aiutarmi! Grazie per i tuoi preziosi consigli. Ti ammiro molto! buona giornata…

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