Mentalismo: Nuova intervista a Francesco Tesei …”il Potere della Mente”

Ciao,

hai ascoltato l’intervista a Francesco Tesei? è statal’intervista più seguita di PsiNeL la trovi qui sotto informato “video”, ed oggi, quasi a 2 anni di distanza, inoccasione dell’uscita del suo primo libro “Il potere dellamente” Francesco è stato così gentile da rilasciare un’ennesime intervista, questa volta scritta, mettendo semprel’accento sulla psicologia e la crescita personale. Preparatiperché gli ho chiesto un bel po’ di cose. Ho cercato dimettermi nei panni del lettore ingenuo e scettico…

Ecco la nuova intervista…

Francesco, io comincerei parlando del tuo recente libro “Il potere è nella mente”, edito da Rizzoli.  Visto che a commentare con grande entusiasmo il tuo libro ci pensano già i tuoi “fan”, io vorrei fare il “bastian contrario”: non pensi che il libro possa deludere coloro che lo acquistano sperando di imparare i rudimenti di quel mentalismo che ti vedono fare durante i tuoi spettacoli?

Credo che il libro possa entusiasmare o deludere a seconda di quali sono le aspettative del lettore. Il mio libro non è un”manuale per il giovane mentalista”, nel senso che non vuole esplorare le tecniche specifiche che mi permettono dicompiere gli effetti del mio spettacolo. Piuttosto, esplora itemi di cui i miei effetti parlano.

In che senso?

Ti faccio un esempio: nel mio spettacolo c’è una sequenza nella quale ioriesco a capire chi sta mentendo e chi invece dice la verità,fra gli spettatori chiamati a giocare con me.

Il tema della sequenza, in quel caso, è quello del “lie detecting”.Gli spettatori che assistono non si chiedono soltanto “come fa a indovinare?” ma, attraverso un naturale meccanismo di immedesimazione, associano ciò che vedono alla propria vita e si domandano come potrebbero diventare più scaltri nel capire quando qualcuno sta mentendo.

Nel libro fornisco alcune coordinate, riportando una sintesi personale del lavoro compiuto da Paul Ekman sulle microespressioni… Come a dire: “nel mio show mi hai visto scoprire chi ha detto  una bugia? Se vuoi sapere quali studi sono stati compiuti per  smascherare le menzogne nella vita reale, eccoti un capitolo con  la sintesi del lavoro di Paul Ekman”.

Però sarebbe impossibile replicare la tua abilità nel “lie detecting” utilizzando esclusivamente gli studi di Paul Ekman…

Infatti quel capitolo  sulle microespressioni si conclude con queste parole, che fanno riferimento al serial americano Lie to me:  “Mipare il caso di sottolineare ancora che ciò che si vede nelle  fiction televisive è un’inevitabile semplificazione e spettacolarizzazione delle analisi sul linguaggio (verbale, non-verbale e paraverbale)condotte dagli investigatori.

È divertente vedere Cal Lightman incastrare criminali perché hanno battuto le palpebre nel  momento sbagliato, ma nella vita reale io consiglio di muoversi  con più prudenza prima di giudicare gli atteggiamenti dei propri interlocutori”.

Mi pare che il concetto sia chiaro: sono il primo a ricordare che sarebbe un errore fare totale affidamento sulla lettura delle micro-espressioni. Il capitolo in questione, infatti, non cita solo gli studi di Ekman fugacemente, ma si sofferma anche sulle modalità verbali e para-verbali con cui raccontiamo bugie e verità. Questa angolatura è stata affrontata anche nel libro “Il Mentalista” di Derren Brown, che in scena ha proposto effetti simili prima di me.

Perché questo tipo di traslazione, che tace sulle tecniche usate  durante lo show e sposta l’argomento su altre tecniche? 

Perché, come ho detto all’inizio, il libro non vuole essere unmanuale per chi vuole fare spettacolo, ma un excursus sui temi,appartenenti alla vita reale, che il mio show affronta in maniera teatrale, cioè “spettacolarizzata”.

Mi spiego con un esempio: se vado a vedere un film come Kill Bill, potrebbe nascere in me ildesiderio di imparare un po’ di arti marziali, e finito il film sarei lieto se qualcuno mi indirizzasse verso una palestra adeguata.

Questo non vuol dire che sono così naive da pensare che imparerò a volare per aria facendo plastici salti mortali. Quello era un film, fatto anche di effetti speciali! Il mio spettacolo è composto da “effetti speciali” che, attraverso lo stupore che generano, possono motivare a scoprire se sia possibile migliorare la propria comunicazione e il modo in cui utilizziamo la mente.

Non pensi che questo potrebbe essere un problema? Ad esempio, che alcune persone pensino di poter fare nella vita reale quello che fai tu in scena?

Questo può succedere perché il mio show è costruito in maniera piuttosto congrua, ma interpretarlo in chiave “letterale” è un po’come credere che le cose che si vedono in un film di fantascienza siano vere solo perché gli effetti speciali sono fatti così bene d’apparire reali…In più, dovremmo fermarci un momento e chiederci quali siano i “rischi”: partiamo dal considerare che in passato il mentalismo era presentato come la dimostrazione di poteri soprannaturali.

Il mentalismo utilizzava cornici che qualcuno potrebbe definire potenzialmente “rischiose”, come il mondo del paranormale e dell’esoterismo, mentre il “mio” mentalismo esalta in maniera giocosa e spettacolare il pensiero e la comunicazione. Alcuni ragazzi mi hanno scritto di aver scelto di iscriversi alla facoltà di psicologia dopo aver visto il mio spettacolo. Io non credo che questi ragazzi debbano essere protetti dal “pericolo” di sognare di poter replicare quello che faccio io in scena.

Credo, piuttosto, che abbiano semplicemente scoperto cosa li appassiona. In effetti io stesso, anni fa, mi sono avvicinato alla psicologia applicata perché vedevo Derren Brown presentare certi suoi “miracoli” sotto la veste della psicologia. Studiando queste materie, tra cui anche la PNL, l’ipnosi Ericksoniana, le teorie sulla comunicazione di Paul Watzlawick, e le tecniche di persuasione di Cialdini, ho lentamente capito cosa poteva essere utile per me e cosa poteva essere abbandonato.

L’esplorazione di queste discipline non mi è stata utile da un punto di vista prettamente tecnico, ma lo è stata da un punto di vista creativo e personale, e quindi non mi sento proprio di accusare il Derren-Brown-illusionista di avermi fatto perseguire strade ingannevoli, perché le cose che ho incontrato mi sono state comunque molto utili, in senso ampio, al punto da ritenere che senza di esse probabilmente non sarei riuscito a compiere il tipo di carriera che sto facendo.

In fondo abbiamo bisogno di una spinta emozionale per accendere il motore interiore che ci muove lungo la nostra via, e così come io sono virtualmente grato a Derren Brown per gli stimoli che mi ha dato, allo stesso modo mi sento onorato quando ricevo dagli spettatori certi feedback che mi fanno capire che il mio spettacolo è come benzina per il loro motore interiore, perché sento che il mio ruolo di artista ha assunto anche uno scopo, che comincia con intrattenere e termina con ispirare.

Stai dicendo che il tuo lavoro in qualità di mentalista funge da ispirazione. Anche se si tratta di un’arte che è, fondamentalmente, figlia dell’illusionismo? 

Nel libro ripeto fino alla noia che il mentalismo fonde psicologia,comunicazione e illusionismo.Già in passato ho avuto modo di scrivere che l’illusionismo non si può ridurre all’idea di una carta nascosta in una manica.L’illusionismo contiene tanta psicologia,ed è quella che permette davvero di ingannare la percezione degli spettatori.

Il mentalismo che pratico utilizza la psicologia e la comunicazione in maniera ancora più forte, e ciò mi consente di rendere anche i trucchi da illusionista più coerenti e plausibili.

Quindi c’è dell’illusionismo in quello che fai.

 È una cosa che non ho mai negato e che ripeto più volte anche nel libro. Il fatto che ne “Il potere è nella mente” io non descriva quali siano queste tecniche da spettacolo rientra nell’etica di ogni mentalista, secondo la quale un manuale di tecniche per lo spettacolo non si pubblica in libreria ma nei negozi specializzati.

Come dicevo prima, lo scopo del libro non è fornire strumenti per riprodurre, anche in minima parte, il mio show, ma di fornire al lettore coordinate e riferimenti per ragionare sui propri meccanismi mentali e sull’uso della comunicazione, sottolineandole illusioni e le trappole in cui è possibile incappare nella vita reale. Quello che rivendico è che considerare il mentalismo come un catalogo di “trucchi” sia una terribile riduzione, sintomo di una nozione superficiale di quest’arte.

Non pensi che qualcuno, illudendosi di trovare il citato“manuale del mentalista” possa pensare ad una qualche “pubblicità ingannevole”?

 Lo sarebbe se il titolo del libro fosse “Manuale per il giovane mentalista”. Lo sarebbe se il sottotitolo fosse “Impara a creare il tuo show di mentalismo!”… Non mi pare che nella copertina del libro venga suggerita questa idea. Infatti, il libro non viene collocato in libreria negli scaffali etichettati “Hobby e Manuali”,né in quelli relativi ai giochi di carte o ai giochi di prestigio.

Lo si può trovare, invece, negli spazi a cavallo tra i libri di comunicazione e quelli di PNL.  Mi pare che questi siano sufficienti “indizi” per aiutare il lettore  generico e ignaro a valutare quale possa essere il contenuto del  libro prima di acquistarlo.

Però, forse dal “più importante Mentalista italiano” ci si potrebbe aspettare di trovare un libro tecnico su come mettere in scena certi “trucchi”

Come dicevo poco fa, questa è l’aspettativa di chi considera il mentalismo in maniera mono dimensionale. L’arte, in generale, non è mai monodimensionale. Infatti, l’arte non è forse la capacità di comporre, scrivere, dipingere, scolpire, qualcosa che finisce per trascendere il mezzo e  lo strumento stesso? Già Max Maven aveva scritto: “I trucchi parlano di carte, la magiaparla della vita”.

Attraverso il mio spettacolo a me piace sollevare dubbi e riflessioni che riguardano il nostro approccio mentale alla vita, e il libro prosegue il discorso, esplorando i sotto testi che il mio lavoro a teatro suggerisce.

Forse questo non coincide con la definizione di mentalismo di chiunque, ma per me esso è un mezzo per evocare non solo suggestioni, ma anche domande e riflessioni su concetti universali che appartengono all’uomo fin dall’era dei tempi.

In fondo qual è la differenza tra un film d’azione noioso e uno coinvolgente?In parte, forse, il modo in cui sono realizzati gli effetti speciali, main gran parte è la storia, i temi affrontati nel film, le questioni che vengono sollevate e che gli spettatori si “portano a casa” quando il film è finito. Il mio libro non si propone di rivelare le tecniche per realizzare “gli effetti speciali” del mio show, ma racconta quella che potrei descrivere come la mia personale “mappa mentale”.

Cioè?

Il fatto che io sia un mentalista non vuol dire che io mi alzi la mattina  per studiare giochi di prestigio fino a sera. La mia figura è un po’ più complessa, articolata, così come lo sono i miei interessi e anche il modo con cui affronto la mia professione. Per costruire i miei spettacoli cerco le mie ispirazioni in quelle teorie di psicologia e di comunicazione che mi pare abbiano davvero un riflesso concreto nella mia vita.

Leggo materie disparate alla ricerca di pensieri e idee in cui il pubblico possa rispecchiarsi, e soltanto successivamente, in ultimo stadio, attingo dal mio bagaglio da illusionista per metaforizzare i concetti che mi preme portare in scena.

Della serie: prima di prendere i pennelli in mano bisogna decidere cosa si vuole dipingere. Nel libro ho voluto puntare il riflettore su quei concetti, specificando fin dall’introduzione che mi sento “un nano sulle spalle di giganti” e premettendo che nel libro il lettore avrebbe trovato la mia personale “mappa”, quella che ha costituito nel tempo il riferimento principale per le ispirazioni che non solo hanno generato il mio spettacolo, ma mi hanno anche aiutato a orientarmi nel mio percorso personale.

Quindi Francesco è giusto dire che il tuo libro non svela affatto come riprodurre il tuo spettacolo.

Credo di avere già risposto. Vorrei farti notare una cosa: prendi i due libri di Derren Brown, aggiungi i due libri di Thorsten Havener più quello, tradotto da poco, di Henrik Fexeus. Metti insieme i cinque libri di questi tre rinomati mentalisti internazionali e, dopo averli letti dalla prima all’ultima pagina, dimmi: sapresti mettere in scena uno show di mentalismo?

Direi proprio di no,ma forse avrai trovato alcune osservazioni interessanti e suggestive sui meccanismi della mente. Direi che il mio libro si muove nella stessa direzione, ed è stato scritto con obiettivi simili.

Insomma, il libro non parla del “come”, ma del “cosa”…

Esatto Genna. Già nella copertina si può trovare immediatamente quella che è l’intenzione del libro: “Potrei ritenermi soddisfatto se il mio mentalismo fungesse da molla per generare nelle persone, attraverso le emozioni e il senso di meraviglia, la curiosità per i meccanismi della mente e della comunicazione”.

Dal mio punto di vista lo spettacolo è un veicolo per instillare curiosità e stupore,e se il mezzo con cui realizzo in scena le mie suggestioni è una fusione di psicologia, comunicazione e illusionismo, nel libro non parlo di “giochi di prestigio”, ma racconto quelle esperienze che hanno formato il mio modo di interpretare la realtà, fornendo contemporaneamente un po’ di informazioni su tecniche pensieri e flessioni  che il lettore potrebbe trovare interessanti nella vita reale.

Perché questo alone di presunta “scientificità” verso il tuo personaggio? 

A volte sono stato definito “mentalista scientifico”. A me questa definizione non piace affatto: la trovo una specie di contraddizione in termini.Io non posso controllare il modo in cui il mio lavoro viene interpretato. Ogni persona finisce per in quadrare ciò che faccio in base alle proprie convinzioni:

l’esperto di comunicazione riconosce un certo tipo di linguaggio nel modo in cui conduco le sequenze del mio show, per l’appassionato di PNL io magari rappresento una specie di esempio di eccellenza piennellistica, mentre per un prestigiatore io sono un discreto illusionista.

Questo aspetto riflette, in verità, il sottotesto più importante del mio spettacolo: citando Anais Nin, non vediamo la realtà come essa è, ma come noi siamo. In altre parole, il fatto che il mio spettacolo sia interpretato in maniera soggettiva riflette quello che accade anche nei confronti delle nostre esperienze quotidiane:

Ognuno vede la realtà attraverso gli “occhiali” che ha deciso, più o meno inconsciamente, di indossare.Nel mio spettacolo io non voglio fornire risposte pre confezionate. Non è compito mio dire cosa sia “vero”. Al contrario, io gioco proprio a mostrare quanto il confine tra realtà e illusione sia labile,sfocato, e suscettibile al punto di vista con cui osserviamo le cose.

Hai citato la PNL, altro argomento piuttosto controverso… 

La PNL è una materia piuttosto ampia, e al suo interno ci sono cose che reputo interessanti e altre che non condivido. A volte sono stato indicato, in maniera sarcastica, come il “paladino della PNL”. Per me è una cosa buffa, considerando che nel mio show la PNL non viene citata neanche una volta.Non è grazie ad essa che riesco a scoprire pensieri e scelte degli spettatori che giocano con me. Quando dico che senza la PNL non sarei stato in grado di creare il mio spettacolo non mi sto riferendo alle tecniche, ma alle ispirazioni che essa mi ha fornito.

Questo punto era chiaro anche dalla prima intervista,così come molti altri, ma visto che qui si parla spesso di questo argomento puoi farci un esempio?

Il fatto che durante lo show io appaia in grado di capire, grazie all’osservazione del linguaggio non-verbale, quale parola sta pensando il mio interlocutore è una spettacolarizzazione del postulato di Pragmatica della comunicazione umana di Paul Watzlawick, secondo cui “è impossibile non comunicare”. Affascinato da quel concetto, ho cercato di offrirne una rappresentazione metaforica attraverso il mentalismo.

Ciò che compio in scena, insomma, è una suggestione che però punta l’indice verso un concetto riscontrabile nella vita reale: non solo che spesso i nostri gesti e i nostri comportamenti possono rivelare molto più di quanto esprimiamo a parole, ma anche che è più facile mentire con le parole piuttosto che con lo sguardo o con il proprio corpo…

Ma dove si trova il confine tra “spettacolo e realtà”?

Potrei risponderti con una domanda molto simile: nella vita reale dov’è il confine tra realtà oggettiva e realtà soggettiva? Quante volte scambiamo illusioni di percezione per la Verità? Quanto i nostri pensieri sono condizionati dalla società e dalle relazioni interpersonali?

Quanto le nostre stesse convinzioni influiscono sui giudizi che esprimiamo nei confronti di ciò che ci accade?Io ho tentato di fornire alcune riflessioni su questi temi nel libro che ho scritto. Non tanto per affermare ciò che è “vero”, ma piuttosto per aiutare a trovare ciò che può essere utile.

Faccio un esempio relativo alla religione. Io trovo che il dibattito sull’esistenza di un essere superiore non centri il cuore della questione, e infatti cercare di dare una risposta oggettiva, o scientifica, spesso conduce lungo labirinti infiniti.

Il punto che mi interessa, invece, è quale sia la differenza che si attua, nella persona, a seconda della posizione che decide di assumere in merito. Perché, in fondo, se la cosa non facesse alcuna differenza allora non sarebbe neanche il caso di perderci del tempo.

Chi abbraccia la Fede lo fa perché, magari, trova un livello di conforto, o di speranza. Altre persone, invece, non sentono questo tipo di affinità verso una dimensione spirituale, e trova noi propri punti di riferimento in altri aspetti della vita.

Per me non è importante chi ha torto o chi ha ragione, ma cosa funziona e cosa non funziona. Ad esempio, se abbracci la Fede e poi ti comporti in maniera per nulla compassionevole, c’è qualcosa che non funziona…

Quindi un pragmatismo in stile PNL?

Non so. Credo che siano questioni tutto sommato ovvie e che esistevano ben prima della PNL! Però il fatto che siano ovvie non vuol dire che siano state risolte. C’è un modo di dire, in inglese, che è: it’s simple, but it’s not easy. Se le cose fossero davvero ovvie, scontate al punto da diventare banali, nessuno avrebbe bisogno di andare da uno psicologo, non trovi?

Invece quello che succede è che la realtà pare plasmarsi sulla base delle nostre convinzioni, delle nostre paure, dei nostri sentimenti, desideri e bisogni. Questo può assumere un valore positivo, o spingerci verso spirali negative.

A me affascinano i meccanismi psicologici che mutano la nostra percezione della realtà, e in effetti il mio intero spettacolo rappresenta una suggestiva metafora proprio di questi meccanismi che sono, in un certo senso, illusioni della mente. Ripeto: una metafora. Non una dimostrazione scientifica.

Quando sono in scena, ma anche quando compaio in tv, sto interpretando il mio “personaggio”. La differenza rispetto al normale lavoro di un attore è che il mio personaggio porta il mio nome, pare in un certo senso “fuso” con la mia persona.

L’apparizione televisiva, o l’intervista radiofonica, sono l’estensione del palcoscenico. Le sedi per spogliarsi dei panni del mentalista sono altre, come ad esempio le conferenze per gli addetti ai lavori, perché il mentalismo, come l’illusionismo, è un’arte particolare che vive anche di segreti che dovrebbero essere accettati e rispettati. Io non voglio che quello che faccio durante i miei spettacoli venga preso “alla lettera”, perché si tratta di una rappresentazione, e non di una dimostrazione scientifica.

Sarebbe un errore confondere questi livelli, ma credo che permettere le cose nella giusta prospettiva possa aiutare questa rapida considerazione: per quanto ne so, le dimostrazioni scientifiche si fanno in laboratorio, non a teatro…

Ma perevitare questo tipo di equivoci non sarebbe più sempliceaffermare che il mentalismo è, alla fine dei conti, “solo”illusionismo?

Lo sarebbe se fossi sicuro che con il termine”illusionismo” intendiamo esattamente la stessa cosa, manon è mai così.Se io dicessi che sono “un mago”, moltepersone mi immaginerebbero a tirare fuori un coniglio daldoppiofondo del cappello… La cosa, invece, è un po’ piùcomplessa, e merita quindi una definizione più articolata.

In che senso “più complessa”?

Prendiamo, per esempio, l’effetto con cui apro il mio spettacolo.Ci sono in scena tre sacchetti di carta. Uno spettatore sceglie quali sacchetti schiacciare e quale sacchetto lasciare intatto. I due sacchetti selezionati vengono schiacciati, risultando vuoti, mentre quello rimanente viene aperto e al suo interno viene trovato un sacchetto di plastica con due pesci rossi vivi. Se,fuori dallo spettacolo, io dicessi qualcosa come: “È solo un trucco!”, molti magari penserebbero che i pesci “arrivano”dentro al sacchetto lasciato intatto, magari attraverso botole o doppio fondi, perché è questa l’idea che abbiamo dei trucch ida prestigiatore.

Ma non è affatto così: i pesci sono davvero dentro a un sacchetto fin dall’inizio, e il modo in cui condiziono gli spettatori a sceglieredi schiacciare gli altri due è un misto di comunicazione non-verbale e “sleights of mouth” che mi permette di ristrutturare verbalmente quello che deve succedere.

Il “trucco”, insomma, consiste in un misto di tecniche di comunicazione e di psicologia applicata, e per questo mi pare che definire il mentalismo che pratico come unaf usione di psicologia, comunicazione e illusionismo  sia piuttosto adeguato. A seconda dell’effetto che voglio presentare io decido inche misura attingere alle prime tecniche o alle ultime, un po’ come un pittore decide in che percentuale mescolare i colori primari per ottenere la tinta che serve al suo quadro.

Rimanendo nel paragone con un pittore, potrei aggiungere che nel libro che ho scritto non entro nel merito del modo di mescolare i colori, ma racconto di cosa parlano i “quadri che dipingo” con le mie performance.

Nel caso dell’effetto appena descritto, ad esempio,  il tema è quello del condizionamento, e un capitolo del libro affronta quel tema offrendo una sintesi delle tecniche di  persuasione emerse dagli studi di Cialdini, poiché quelle sono il  tipo di manipolazione mentale in cui ci imbattiamo nella nostra vita quotidiana, e mi pareva di offrire un miglior servizio al lettore parlando di esse, piuttosto che  spiegando come riprodurre l’apertura del mio spettacolo.

Il libro è nato dopo che, per oltre due anni, ho cercato di rispondere personalmente a tutte le email di persone che mi chiedevano quali studi fare per approfondire le tecniche di comunicazione, o per rapportarsi meglio con gli altri e con se stessi. Quando dalla email non era chiaro, io rispondevo chiedendo: “Ma ti interessa sapere come faccio a fare le cose dello spettacolo?

Vuoi sapere come scoprire una parola pensata?”. Indirizzavo chi voleva questo alle varie realtà illusionistiche italiane, ma molti mi dicevano: “No, non mene frega niente di fare spettacolo. Mi interessa avere una comunicazione più  efficace per il mio lavoro, e  con le persone che mi stanno vicino”.

Su questo c’è una prima considerazione da fare: non l’ho chiesto io di scrivermi per avere qualche dritta. Questa cosa,semplicemente, ha cominciato ad accadere, ed è cresciuta nel tempo finché ho dovuto rendermi conto che evidentemente il mio spettacolo lasciava una traccia, una suggestione, in alcune persone. Alcuni etichettano quelle persone come “creduloni”ed è un peccato, perché l’impressione che ho io, incontrando di persona gli spettatori al termine dei miei spettacoli, è che si tratti di persone sveglie, attente e soprattutto curiose.

Mi pare che denigrarle, ridicolizzando la loro curiosità di capire come trasformare l’emozione vissuta nei miei spettacoli in uno stimolo utile a se stessi, sia un atteggiamento che nasconde, dietro la maschera dello “spirito critico”, una certa dose di arroganza.

Io trovo che lo slancio generato dalla suggestione delle mie performance sia un aspetto positivo del mio mentalismo, e con il libro ho semplicemente cercato di rispondere a quelle richieste, indirizzando le persone verso cose che potrebbero essere, a mio modesto parere, utili nella loro vita come lo sono state nella mia.

Io stesso ho visto film e letto libri che hanno avuto un forte impatto,prima di tutto emozionale, su di me, e fra questi includo anche libri come l’Alchimista di Coelho o film come Matrix. Se esaminassi quelle opere artistiche da un punto di vista “scientifico” ovviamente finirei per considerarle fuffa, eppure hanno lasciato un segno dentro di me.

Il punto è che probabilmente la scienza può fornire risposte per certi aspetti della realtà, ma non per ogni questione umana. Da una parte ci sono “le cose”, e dall’altra c’è il modo in cui parliamo delle cose, il modo in cui le cose assumono un significato attraverso il linguaggio, e questo è uno dei temi principali del libro.

Metaforicamente parlando, ad esempio, quale misurazione scientifica può definire il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto?Quello che voglio dire è che in fondo anche una finzione, come un romanzo, un film o uno spettacolo teatrale, può suggerire prospettive utili, e questo sposta la questione dalla dimensione scientifica a quella artistica, come ho espresso nel mio libro citando una massima di Theodorn Adorno: l’arte è magia liberata dalla menzogna di essere verità. Anche il mentalismo sposa questa massima, perché è arte, rappresentazione e metafora, non scienza.

Insomma, stai dicendo che il tuo spettacolo finisce per andare oltre lo spettacolo.

Credo che sia possibile, ma con la parola “oltre” non intendo certo la cosa in senso “metafisico” o paranormale, ma intendo semplicemente che lo stupore e la curiosità rimangono anche dopo che il sipario si è chiuso. Mi pare una cosa normale. Tanti cantanti scrivono canzoni, e alcuni riescono a toccare corde profonde nell’animo di chi li ascolta non soltanto grazie alla voce e alla musica (cioè ai mezzi usati), ma anche perché attraverso i testi delle proprie canzoni raccontano cose in cui ci si può identificare: storie di vita, amori, delusioni, eccetera.

Fermarsi a chiedersi: “Sì, ma quella storia d’amore è vera?”mi sembra una prospettiva davvero limitante, direi avvilente,nei confronti dell’arte, sia essa musica, poesia, e anche mentalismo. Un artista utilizza i propri mezzi, siano essi strumenti musicali, parole o illusioni, per raccontare frammenti di sé, del proprio modo di vivere e di pensare, e facendo questo diventa uno specchio nel quale ogni persona può decidere se riflettersi per scoprire qualcosa di se stesso.

Chi pensa che il mentalismo debba limitarsi a proporre un semplice catalogo di trucchetti con il solo scopo di poter dire: “Visto? Vi ho fregato!Non avete capito come ho fatto!”, non ha compreso cosa sia l’arte e quale sia la differenza, ad esempio, tra raccontare una serie di barzellette  in fila ed “essere un comico”.

Concludendo, qual è il tuo giudizio sulla PNL? 

In verità gli aspetti pseudo-scientifici della PNL mi interessano davvero poco. Nello show, come ho detto, non la nomino e i riferimenti ad essa nel libro sono ad ampio respiro e di carattere motivazionale. Perché è su questo piano che la PNL ha avuto un certo impatto su di me: trovare frasi come “Per un martello ogni cosa è un chiodo da schiacciare” o come “Se continui a pensare come hai sempre pensato continuerai a ottenere i risultati che hai sempre ottenuto” mi hanno aiutato a mettere certe cose in prospettiva.

Per qualcuno potranno risultare banalità, e sono il primo a dire che a questi fortunati il mio libro non potrà essere di alcun servizio. Torno però alla frase “it’s simple, but it’s not easy”…La mia speranza è che alcune persone possano trovare qualche lampo di ispirazione dal modo in cui il mio libro mette in dubbio convinzioni e abitudini mentali, quei “solchi di pensiero” con cui ci si rapporta alle cose e alle persone.

E qual è, invece, il tuo rapporto, o legame, con il mondo della formazione?

È un mondo pieno di squali, ma liquidare l’idea stessa di formazione, dicendo che sono tutte scemenze, mi sembra un’atteggiamento vagamente fondamentalista, che tende a fare di tutta l’erba un fascio.  Quando sono invitato a esibirmi per un’azienda, o durante un evento, lo faccio in qualità di artista “in prestito” dal mondo a cui appartiene, che è quello del teatro. Io non vendo corsi di formazione.

Non li vendi, ma li hai sponsorizzati, o sbaglio?

Non esageriamo. Alcuni anni fa mi esibii a Roma. Era il mio primo spettacolo nella capitale, in un teatro molto piccolo,perché  ero all’inizio della mia carriera. Un’azienda di formazione propose l’acquisto di un pacchetto consistente di biglietti. Per contraccambiare io acconsentii che venisse pubblicizzato un evento che stavano organizzando, e così la sera dello spettacolo venne consegnato agli spettatori il materiale promozionale relativo. Io non percepivo nessun ulteriore rientro economico da quella promozione.

Senz’altro il mio è stato un atteggiamento un po’ naive, perché se a comprare 150 biglietti del mio show fosse stata una gelateria io avrei fatto distribuire il volantino con la pubblicità dei loro gelati.

Successivamente, concessi a un caro amico di mettere alcune pile di volantini che pubblicizzavano un evento simile aifamosi TED, cioè una giornata di incontri con alcune personalità famose del campo dello sport e del lavoro, come Arrigo Sacchi, Gian Paolo Montali, e Sir John Whitmore (il “padre” del moderno counseling). Francamente, visto il calibro dei relatori, credo che sia difficile etichettare un evento del genere come una delle solite “bufale”.

Si li conosco bene, è la grande performance strategies altro che “bufale” 😉 

In ogni caso, io non ci guadagnavo niente. Lo feci perché io per primo ero personalmente interessato a quell’evento, e infatti vi partecipai e fui ben lieto di ascoltare i racconti di Sacchi, di Whitmore, e di tutti gli altri ospiti.Quelle sono state le uniche due occasioni in cui si è vista della pubblicità ai miei spettacoli,e stiamo parlando di anni fa. Chiedo venia se la cosa è parsa scandalosa. Ora che ci penso, però, forse ci fu una terza occasione:

al mio primo spettacolo a Torino, al teatro Esedra, è possibile(non ricordo bene) che gli amici del CICAP, che erano organizzatori e promotori della serata, abbiano distribuito qualche forma di volantino informativo delle proprie attività, o forse un numero della loro rivista, agli spettatori. Tutto qua.

Tieni presente che all’epoca non avevo un manager, non avevo uno staff, stavo appena emergendo e gestivo tutto quasi da solo. Successivamente sono “cresciuto”, e ho sempre preferito lasciare il teatro “immacolato” da qualsiasi tipo di contaminazione.

Ok Francesco, ora è tutto più chiaro…prima di salutarci vuoi fare un saluto ai miei lettori?Certo Genna, con molto piacere…mi piace il tuo blog è sono certo che venga letto da persone intelligenti e curiose…

Grazie Francesco 

Di nulla, un grosso saluto a tutti i lettori di PsiNeL. Vi invito a dare un’occhiata al mio libro e a venire a vedere il mio show nei migliori teatri italiani…

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Bene, come avrai notato ho dovuto un po’ “forzare”la normale formattazione di PsiNeL. Avevo pensato fra me e me che sarebbe stato più semplice leggere questa intervista in più parti, ma poi mi sono resoconto che non avrebbe reso se non fosse stata al completo. Se ti è piaciuta l’intervista clicca su“Mi piace” qui sotto e facci sapere cosa ne pensi fra i commenti.

A presto
Genna

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10 Commenti
  • tranquillo non credo credo nei super poteri ma credo poco anche al cold reading così come viene venduto. Sai dove posso posso rivolgermi per imparare queste tecniche?

  • Ciao Davide,
    quando "beccano la parola" scrivendola prima è un mix di prestigio e di cold reading. Ci sono molti modi per farlo ma non posso rivelarli…nulla di trascendentale ma ti basta sapere che non hanno il potere di leggere il tuo labiale o i tuoi pensieri 😉

    Fra qualche tempo dedicherò una puntata del podcast a questo argomento.

  • Ciao, innanzi tutto volevo ringraziarti, ogni volta che cerco qualcosa che mi interessa finisco sul tuo blog. Vorrei una tua opinione se possibile. Seconodo te nell'esperimento in cui fa dire parole scrivendole prima che vengano pronunciate utilizza un gioco di prestigio o più influenzamento e cold reading? Perchè se fosse davvero quest'ultimo sarebbe strabiliante.

  • Esattamente…scusami tu se mi sono espresso male 😉

  • Quindi intendi che molti dei suoi "effetti psicologici" siano in realtà trucchi di prestigio?Scusami se ho frainteso :-))

  • Ciao Anonimo,
    non lo so con precisione ma penso che intenda la scenografia ed il fatto che ci siano dei trucchi per simulare i poteri paranormali.

    Ciao Gigi, si é davvero molto divertente;)

  • L'ascolto di questa intervista mi è stato davvero molto utile; mi ha fatto scoprire il coold riding (non ne aveva mai sentito parlare)…molto interessante!

  • Ciao Genna, cosa intende quando dice che il suo show è composto da effetti speciali?

  • Grazie Stefano,
    io l'ho visto 2 volte e posso assicurarti che vale la pena farsi qualche chilometro per vederlo 😉

  • Bella intervista.Molto interessante. Peccato non faccia spettacoli nella mia zona.

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