Salute mentale: “chi è davvero pazzo?”

Ciao,

era tanto tempo che volevo intavolare con te questo discorso, ma a causa della sua complessità e delle norme che sottendono l’albo a cui sono iscritto ho sempre titubato.

Molte persone arrivano nel mio studio e mi chiedono: “sono qui per farle solo una domanda, sono pazzo?”. Aduna domanda del genere bisognerebbe dedicare una risposta molto lunga e impegnativa, che sempre liquido con un “siamo tutti un pò pazzi no?”…ovviamente sto scherzando, ma mica tanto!

Allora ho approfittato di questo caldo africano per raccontarti come i moderni studi sulla psicologia e la psicoterapia vedono il disagio mentale.

Gli appassionati di psicolinguistica risponderebbero:”pazzo secondo chi? in base a che cosa? chi lo ha detto?” e in un qualche modo riuscirebbero a svincolarsi dal temibile potere delle parole (infatti pazzo è solo un nome o nominalizzazione che di per se non significa nulla)..ma c’è qualcosina di più!

infatti, nonostante la nostra societàInserisci linksia un coacervo di psicopatologie più o meno gravi, ve ne sono alcune che sono più gravi delle altre… e sto parlando delle ben note psicosi. Uno stato che può sia derivare da elementi legati al pensiero, emozioni e comportamenti erronei (per cui di natura psicologica) ma anche derivare da disturbi biochimici, come il mancato funzionamento di alcuni recettori del cervello.

Escludendo quelle di natura strettamente biochimica si può tranquillamente affermare che la maggior parte delle psicopatologie “sono apprese”. Non sono io a dirlo ma anni e anni di raccolte di dati osservativi nel campo della salute mentale. E questo cosa significa? che se le hai imparate è anche possibile disimpararle!

Troppo spesso si sente parlare dei disturbi dell’umore (depressione e ansia) come di un qualcosa che arriva dall’esterno. Come se ci fosse un virus dell’ansia – oh mio dio mi sonno preso l’ansia – questo modo di pensare non solo è sbagliato ma rischia di renderci vittime di un qualcosa che nasce da dentro di noi.

Ok ok siamo d’accordo che alcune persone vivono una vita di m……. ma non tutte le persone che vivono questo genere di vite entra in depressione o va in ansia. Per cui il primo parametro per decidere se una persona èsana è vedere la sua capacità di risposta alle cose che gli capitano nella vita.

Tutti prima o poi subiamo un lutto e, secondo le statistiche tutti prima o poi subiamo un tipo di abbandono (es. il partner che ci lascia)… e, tutti in modo diverso ne soffriamo! Ma c’è chi riesce a rialzarsi e chi invece da solo non ci riesce…. questo potrebbe essere si dovuto a predisposizioni genetiche, ma nella mia seppur limitata esperienza, si tratta quasi sempre di una mancanza di abilità nel gestire certe situazioni. Ripeto “abilità” per cui non tratti di personalità ma “cose che si possono imparare”.

Tutti nella vita abbiamo momenti tristi oppure di estrema ansia, eppure c’è chi riesce a fronteggiare bene questi e venite chi no! Questa capacità di ripresa viene chiamata resilienza, un termine preso in prestito dalla meccanica e che sta ad indicare la capacità di un materiale di tornare, dopo una torsione, alla sua forma originale. Per cui, i sintomi e le cause che provocano “psicopatologia” non sono “cose strane”che capitano solo “ai pazzi”, ma sono eventi, emozioni e pensieri che “capitano a tutti”.

La differenza sta nella capacità interiore ed esteriore (la propria rete sociale) di farvi fronte. Ma quindi quali sono gli elementi che distinguono “il pazzo”dal “sano”? beh, ogni specialista di darebbe una risposta di tipo diverso, l’antropologo ti direbbe che è una distinzione legata alla cultura, mentre lo psichiatra ti direbbe che è legata ad uno squilibrio chimico… e gli psicologi ti direbbero che dipende dalla loro scuola di formazione.

Ma grazie a dio esistono “punti di vista più oggettivi” legati a grandi studi che, purtroppo, restano nell’ombra ai più: nel 1989 nacque in America una legge che imponeva la ricerca di linee guida legate ai disturbi dell’umore (in particolare della depressione), questi hanno studiato 100.000 pubblicazioni scientifiche con un forte criterio di esclusione, solo quelle più significative venivano prese in esame.

Le pubblicazioni erano comprese dall’anno 1975 al 1990 e nel corso di questi anni sono state sottoposte a numerose osservazioni da parte di professionisti e istituti qualificati.Insomma una vera e propria bibbia della psicopatologia ma scollegata dalle “teologie” di psicoterapeuti e psichiatri. Ora non voglio annoiarti con tutte le linee guida che ne sono scaturite ma, tornando alla nostra domanda iniziale, pare da questi studi che la “psicopatologia” derivi da due cause principali che possiamo controllare (quindi escludendo le cause biochimiche):

Un erroneo apprendimento degli schemi con cui facciamo fronte alla realtà ed una mancata capacità di relazionarsi con le altre persone. Per cui, scopo di un qualsiasi buon trattamento non è solo quello di distruggere i vecchi schemi, per cui ad esempio agire sul sintomo eliminandolo. Ma è anche quello di saper costruire nuovi schemi che vadano a sostituire i vecchi…perché come ti dicevo al 90% questi schemi sono appresi.

Ma la questione non finisce qui, perché l’apprendimento di schemi più funzionali implica l’acquisizione di nuove abilità che prima non c’erano. Attenzione a tutti gli esperti del settore NON sto dicendo che si debba utilizzare un metodo di apprendimento comportamentista (stimolo risposta) ma che, qualsiasi sia il modo (maieutico, strategico, ipnotico ecc.) tutti i trattamenti, che secondo la AHCPR (l’organo americano di cui ti parlavo) risultano efficaci agiscono in questo senso.

Quindi i passi di ogni buon trattamento sarebbero, riconoscerei propri schemi erronei, romperli, modificarli sostituendoli con schemi più adatti alle circostanze di vita soggettive diogni singolo individuo…e poi apprendere quelle abilità che per qualche motivo non sono state sviluppate. Ma perché ti dico queste cose? perché la definizione di pazzia alla luce di queste ricerche non è altro che “la capacità o meno di saper fare qualcosa e, nel caso non si è in grado di saper sopportare l’incapacità di non saper fare quella determinata cosa”.

Si lo so è riduttivo e semplicistico, ma alla fine dei conti è proprio di questo che si tratta per cui, concludendo, non esiste una “pazzia”, questo è solo un termine che si utilizzava quando non si avevano ancora dati disponibili per dare una “vera risposta” (ovviamente si tratta di un termine ingenuo, ma non ha nulla di diverso dal dire “sei depresso o schizofrenico o isterico”).

La differenza fra chi reagisce bene o male non sta nella sua predisposizione genetica (tarlo del pazzo) ma nella sua mancata formazione di determinate abilità e modalità di pensiero. Anche la stessa resilienza può essere appresa… Adesso ti starai chiedendo:”ma è così facile?”… assolutamente no! ogni caso è diverso ed ognuno ha bisogno di schemi e abilità soggettivi.

Anche se la ricerca ormai ha documentato che abilità, appunto come la resilienza, lo stile esplicativo (vedi Seligman) e le abilità sociali sono fondamentali per ridurre la sofferenza dovuta alla psicopatologia. Ultimissimo appunto è legato al contesto, in certe culture avere allucinazioni è sano, mentre da noi non lo è. Ma anche qui possiamo avere delle differenze marcate, ad esempio essere ossessionati dal malocchio o altri aspetti di natura culturale possono profondamente influire. Infine, avendo tutti chi più e chi meno delle “paturnie mentali” l’ennesimo mentro della follia è quanto ci facciamo prendere da queste paturnie, qualcosa di molto simile alla resilienza ma più legato alla quantità che non alla qualità. In linea di massima non esiste nulla che possa essere definita come pazzia 🙂 A presto

Genna

pazzariello 😉

Ps. chiedo scusa a tutti i colleghi per la “semplificazione”, per qualsiasi chiarimento sono qui.

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1 Commento
  • Esatto Genna, sono d' accordo. E' un analisi molto interessante, molto più chiara dei polpettoni scientifici senza senso degli psichiatri, che dicono tutto ma non dicono niente!

    un altro metro di valutazione interessante, che in parte hai gia menzionato, è la CAPACITA' DI ADATTAMENTO. Che vabbè non è molto diverso da quello che hai detto tu, però a me piace pensarla in un ottica di EVOLUZIONE. Saprai sicuramente di cosa sto parlando, Bruce Lipton e tutto il resto!

    Ma senza bisogno di scomodare l' epigenetica, in generale la nevrosi (che a mio avviso sembra essere la malattia mentale DI BASE dell' essere umano… in quanto è provocata da un uso distorto del pensiero, e il pensiero è tipicamente umano. Infatti non esistono animali nevrotici, mentre gli umani… beh lo sono praticamente TUTTI!)
    Dicevo, la nevrosi sembra essere inquadrabile come un "mero" deficit della capacità di apprendimento, e quindi di adattamento. Tu che ne pensi?

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