Psicoterapia: “quanto sono acuti i terapeuti?”

Ciao,

le statistiche dicono che 5 clienti su 10 che si recano da unopsicoterapeuta soffrono durante la seduta…il terapeuta, inquesti casi se ne rende conto? secondo una ricerca condottada Derek Hatfield e colleghi condotta su un gruppo dipazienti che avevano un appuntamento con il loropsicoterapeuta. Nessuno di questi pazienti aveva datoin precedenza alcun segnale di “peggioramento” o di”sconforto” da quando era iniziata la terapia.

Derek però, al termine della sua analisi non ha comunicatoi risultati ai terapeuti in modo sistematico. Tra le altrecose ad alcuni pazienti è stato chiesto di non dichiarareapertamente i propri sintomi, per cui i professionistidovevano basarsi esclusivamente sul proprio intuito.La maggior parte di questi erano terapisti con un certogrado di eseperienza e di istruzione. I ricercatori scelsero70 soggetti che durante una seduta si erano sentitiparticolarmente male, comparandola con le precedenti.

Successivamente sono stati esaminati gli appunti clinicipresi dai professionisti, per vedere se, durante la sedutadove i loro clienti sono “stati peggio” loro se ne fossero resiconto. Purtroppo solo 15 psicoterapeuti su 70 avevano notecliniche che si riferivano esplicitamente allo stato di “mal-essere” provato dal proprio cliente :-O Lo studio diHatfiled è davvero molto interessante, ma invece discoraggiare chi fa questo mestiere dovrebbe spronarloa migliorarsi.

Tralasciando la metodologia della ricerca, visto che non sisa neanche che genere di scuola seguissero quei terapeuti(aspetto da non trascurare assolutamente visto che cisono scuole di pensiero in cui il cliente non si guardanemmeno in viso) è utile conoscere alcuni dettagli e/o”giustificazioni professionali”:

1) Mentono: ti sembrerà assurdo ma a volte i pazienti,pur pagando e recandosi nello studio volontariamentementono. Lo fanno soprattutto per desiderabilità socialee poi per vergogna… Sono anche modalità di difesa, se tiricordi ognuno di noi nel giro di 10 minuti dice, in media,3 bugie, per cui c’è poco da stupirsi che lo facciano ancheloro…a loro svantaggio…

2) Comprensione e interpretazione: spesso la terapiaquesti due elementi della terapia, che sembrano cosìessenziali non sono così importanti. E’ chiaro che l’operatoredebba essere molto attento a calibrare quello che succede,ma questo non significa “leggere nel pensiero”. Questadifferenza è sottile ma importantissima.

3) Il tatto: molti terapeuti evitano di andare nelladirezione della sofferenza concentrandosi sui punti di forzadel proprio cliente. Spesso questo atteggiamento puòrendere cieco il terapeuta ma è di certo una stradaottima per il cambiamento.

Concludendo: l’intuito clinico è qualcosa che si imparacon la pratica, ma non sempre è preciso. A volte si credeche per cambiare una persona sia strettamentenecessario conoscerla minuziosamente, quando spessoè sufficiente comprendere come funzionano alcuni suoicomportamenti. Ovviamente la ricerca che di cuiabbiamo appena parlato è abbastanza inquietante edovrebbe far riflettere le migliaia di persone che ognianno si iscrivono a psicologia o ad una scuola dipsicoterapia 😉 Questo non è di certo un lavoro facile;)

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a prestoGenna

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3 Commenti
  • Interessante post.

    Ho provato a immaginarmi in entrambi i ruoli, dal lato del paziente mi dico "è poi così importante che il mio terapeuta colga se io sto peggio del solito?" io non credo, poichè mi aspetto che in ogni caso mi sia usato tatto e mi sia indicata una strada per migliorare la mia situazione, quindi non do particolare peso al fatto che capisca come sto in quel momento.

    Dall'altro lato, immagino che un terapeuta si concentri nell'ascolto e osservazione di molte cose e che alcune potrebbero anche sfuggire. L'importante è che non si perda di vista l'obiettivo, perchè probabilmente il paziente farà altrettanto e ritengo più utile focalizzarsi sulla soluzione che sul problema.

  • Gennaro Romagnoli
    Rispondi

    Ciao Christian,
    così mentre io mi godevo il mio weekend tu ti divertivi a constarmi…bene ;-)))

    a parte gli scherzi…allora "cambiare una persona" è un modo molto forte per dire la stessa cosa che hai detto tu, solo che qui mi piace fare così, utilizzare i termini più emotivamente carichi…anche se il risultato non è sempre così positivo 😉 La consulenza è certamente un processo di accompagnamento…se rileggi i miei vecchi post vedrai che sono assolutamente d'accordo con te…

    Si…spesso per risolvere alcuni problemi non è necessaria una diagnosi da DSM…anzi la ritengo addirittura controproducente. Perchè ti rende poco flessibile…poi che sia necessaria e importante è verissimo..anche perchè, a causa dei nostri meccanismi di categorizzazione è "impossibile non farlo". Credo che un bravo professionista debba farla e poi dimenticarsene, chiaramente in seduta 😉

    La diagnosi è una delle poche armi che restano a noi psicologi, però è innegabile il fatto che si possano ottenere grandi cambiamenti "limitando le informazioni in entrata" e concentrandosi sull'obiettivo.

    Genna

  • Anche a me non convince come ricerca. Per come la vedo io, un paio di affermazioni che hai fatto alla fine del post le avrei scritte diversamente:
    1. "cambiare una persona": al massimo aiutiamo a cambiare, ma pretendere di cambiarla è un'illusione che ci si toglie dopo pochissimo che si inizia a fare lo psicologo. O almeno si spera 🙂
    2. "spesso è sufficiente comprendere come funzionano alcuni suoi comportamenti": oggi la psicodiagnosi viene accantonata da molti. La giustificazione razionale è che non è poi così necessaria, la realtà (secondo me) è che è uno step faticoso nel processo di counselling. Si preferisce credere di capire con un'occhiata il cliente piuttosto che verificare con pazienza se le proprie intuizioni sono confermate da strumenti psicodiagnostici. Ma quel "capire al volo" sappiamo quanti rischi comporta. Molti imparano una teoria di funzionamento psicologico (antropologia) e la applicano indifferentemente a tutti i pazienti. In altre parole, vale più sapere i meccanismi della mia teoria che conoscere il paziente nella usa unicità. Boh, io lo trovo molto scorretto.

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