Comunicazione efficace: “5 studi per rendere tutto più semplice” ;-)

Ciao,

l’aversi mai detto che gli ultimi studi in psicologia stannodimostrando che, più semplicemente dici le cose è piùvieni percepito come intelligente e sicuro? alla faccia ditutti i saccenti del pianeta…che magari utilizzano lungheparafrasi per dire “il nulla” 😉 Pare proprio che lasemplicità, nella scrittura e in quello che dici, vengaoggi percepita come il modo migliore per comunicare.Questo è chiaro in un contesto di comunicazione efficacerivolta all’apprendimento…ma in altri campi?

Ecco 5 studi della semplicità delle parole:(e non solo;-))

1) scrittura complessa “più stupido”?Dai chi non lo ha fatto? di cercare di impressionare iproprio professori e maestri scrivendo lunghe frasicomplesse? Io si 😉 Oppenheimer ha provato attraversol’analisi di diversi testi come: più aumenta la complessitàdel testo e più è bassa la “stima” nei confronti dell’autore.Quindi se vuoi essere “percepito” come più intelligentedevi scrivere le cose in modo semplice 😉

Ci tengo a sottolineare che in questo studio i soggettierano studenti che valutavano il lavoro di altri studenti.Per cui è probabile che la validità dello studio sia limitataa questo contesto.

2) Più il nome è complesso più si pensa al rischio:Le cose che hanno un nome complesso (difficili da capire)vengono percepite come più rischiose. Questo concetto èben conosciuto dai pubblicitari e da chi si occupa di darei nomi ai farmaci. Song and Schwarz (2009) hanno svoltouno studio su due nomi (Hnegripitrom e Magnalroxate)scoprendo che più il nome era “difficile da pronunciare”è più veniva percepito come pericoloso.

3) Più il nome è fluente e più rende?:Questa assunzione non è solo la diretta conseguenza deglistudi visti prima. Ma Alter and Oppenheimer (2006) hannocondotto uno studio semplice e pulito che dimostra comeun nome fluente faccia vendere di più. I ricercatori hannousato un contesto reale, studiando l’andamento delle venditedi una azienda. Questa era quotata in borsa, i ricercatorihanno notato che chi investiva su aziende dal nome facilee scorrevole guadagnava mediamente il 10% in più, rispettoalle aziende dal nome complesso.

4) La fluenza dona piacere:I compiti che sono semplici da processare donano un sottilesenso di piacere in chi li svolge. Quando le persone vedonoun oggetto che è semplice da “prendere” producono”involontariamente” un leggero sorriso di piacere. Questodato è scaturito dallo studio di Cannon et al., 2009 chehanno misurato la mimica facciale attraverso strumenticome l’elettromiografo, apparecchio che misura ilmovimento dei muscoli. (vedi le microespressioni)

5) Più fluenza = meno sforzo mentale:La fluenza (sempre intesa come semplicità del compito) tipermette di prendere più facilmente le decisioni e dirisparmiare “energia cognitiva”. In parole povere il nostrocervello ha due sistemi di ragionamento: uno analitico elento ed un altro inconsapevole, veloce ed automatico.Cioè il nostro intuito. Uno studio condotto da Alter e col., 2007 ha mostrato che…pensare a qualcosa di sempliceaiuta le persone a lavorare più velocmente e con menosforzo. In pratica se una cosa appare complessa attivail processo analitico che ti fa spendere più energie, anchese la cosa è molto semplice…

Keep in simple è uno dei miei motti preferiti, spesso imiei colleghi ci restano male quando gli parlo di comemolte cose del nostro lavoro siano più facili di quel chesembrano. Ovviamente vengo tacciato di riduzionismo,ma a quanto pare nella pratica quotidiana è utile rendersiconto che le cose semplici o meglio apprendere comerendere le cose semplici ha più di un vantaggio: che vadalla commercializzazione al migliorare le prestazionilavorative…per non parlare della conseguentedimunzione dello stress

Sarà l’entropia, ma oggi le cose sono sempre più difficilie complesse. La ricerca (ergonomia, usabilità, ecc.) cidimostra che rendere le cose semplici aiuta, soprattuttooggi, dove le persone sono talmente bombardate dalleinformazioni da non riuscire più a gestirle. E’ chiaro chequesto non può valere per tutto, se il tuo lavoro implicacomplessità (e quale non la implica?;-)) è giusto che tusia in grado di affrontarla…tenendo sempre a menteche quella complessità va bene in certi contesti ma inaltri è una vera e propria “zappa su i piedi” 😉

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a prestoGenna

Ps paradossale: la semplicità ha solo un difetto…è difficileda creare 😉

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11 Commenti
  • …ho parlato ad un adulto con le parole di un bimbo, "ma che fai? mi pigli per il c…?" allora ho usato termini più importanti, e lui di nuovo "ma che fai? allora insisti? parla come prima, ma fammi degli esempi …." troppo difficile anche per me che ho a che fare con un tipetto come mio figlio Giulio. allora mi sovviene "stupido è chi lo stupido fa'", diceva Forrest Gump … Credo che chi sempice fa' sia sempice nella testolina, indipendentemente dalle nozioni che nella vita è riuscito a metterci dentro … ecco appunto, io sto studiando ad essere più semplice.
    Ciao Gen, bellissimo argomento e bello come lo tratti…

  • Gennaro Romagnoli
    Rispondi

    Ciao a tutti,
    cavoli purtroppo ragazzi oggi non riesco proprio a rispondervi…mi dispiace perchè avete tutti scritto cose molto belle ed intelligenti…

    …ecco la statistica del giorno, chi segue il blog è forse "bello ed intelligente?" ;DDD

    Un abbraccio a tutti, appena trovo il
    tempo vi rispondo…continuate a scrivere perchè la moderazione del cellulare non è facile, ma neanche impossibile 😉

    Genna

  • Credo che tutto si debba far risalire ad un fatto: se gli altri non ci capiscono non è perché sono stupidi, ma perché siamo noi che non riusciamo a farci capire nel modo corretto. Parlare e scivere in modo semplice aiuta a farsi capire con un uso molto limitato, da parte di chi ascolta, della generalizzazione, distorsione e della cancellazione. Non so se sia solo questo, ma credo che centri molto, sbaglio?

  • Ciao genna,
    si…semplicità è quello di cui ho bisogno anche io.

    Ma perchè è sempre tutto molto difficile…prima di diventare semplice?( scherzo )
    stò scherzando!

    Come anche tu ben sai la domanda utile da porsi è: "come può una cosa difficile divenire immediatamente semplice?"
    secondo me la risposta la fornisce la PNL quando descrive i modi per gestire le proprie emozioni.

    Io penso che le cose non sono facili o difficili, le cose sono cose…sembrano facili quando "le viviamo" attivando emozioni piacevoli e risultano difficili quando invece attiviamo emozioni spiacevoli.

    A dimostrazione di questo c'è il caso di chi apprende divertendosi ( e dice che gli risulta semplice ) e di chi, invece, lo fà sbruffando ( dicendo che è difficile )

    Non mi dilungo.
    Ciao

  • Penso sia stato il primo complimento che ti ho fatto quello di trattare temi anche difficili, con estrema semplicità e chiarezza.

    Ti ho letto per un po' di tempo prima di decidere di lasciarti un commento e ricordo perfettamente la sensazione di "familiarità" che mi davi, è la stessa che avverto ancora oggi e che mi fa tornare ogni giorno qui a leggerti, con grande piacere per altro 😉

    Hei, ma oggi è venerdì!!! me ne sono accorta adesso! che figata! 🙂 buon week end 🙂

  • Entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem.
    Pluralitas non est ponenda sine necessitate.
    Frustra fit per plura quod fieri potest per pauciora.

    (Gli elementi non vanno moltiplicati più del necessario.
    La pluralità non va considerata se non è necessario.
    È inutile fare con più ciò che si può fare con meno.)

    grande Occam 😀

    Ovviamente il rasoio vuole essere una massima per il pensatore, non per lo scrittore, ma credo si applichi benissimo alla comunicazione.

    Il punto che però frega è il "sine necessitate".
    La comunicazione può spesso necessitare di complessità, anche col mero scopo di costringere il lettore a impegnarsi nell'elaborazione razionale.
    Ovviamente si dovrebbe sempre considerare il proprio interlocutore, ma semplificare troppo i messaggi e diffondere il luogo comune per cui "tutto si può spiegare in maniera semplice" è demagogico e pericoloso 🙂
    (non sia da intendere come una critica al tuo articolo)

    Dati i tuoi studi sai meglio di me quanto sia facile convincere qualcuno con "parole semplici", soprattutto se gli snocciolo prima un paio di truismi 😉
    e d'altra parte avrai già testato le conseguenze di una spiegazione semplificata o metaforica di una materia complessa: l'altro coglie il tuo ragionamento stringatissimo ma poi si inventà di sana pianta la complessità che tu hai omesso, e ne trae considerazioni, o ne tenta applicazioni, aberranti.

    L'aberrazione nella ricezione del "semplice" è il mio cabaret quotidiano 🙂
    Vivo all'estero da un po', e ormai parlo discretamente 5 lingue: mi capita quindi spessissimo di assistere a due persone che comunicano in una lingua a loro straniera e spesso capita che io conosca la lingua madre di entrambi, il che mi permette di comprendere gli errori di "cod- recodifica".
    Bene, di solito chi parla tenta di semplificare al massimo sintassi e grammatica (per evitare il rischio di errori), esagerando magari la prosodia o evocando un contesto che sia di aiuto, chi ascolta tenta di sopperire con l'immaginazione alla "semplicità" del contenuto.
    Risultato: loro pensano di essersi capiti.
    Io che osservo invece capisco che si sono TOTALMENTE fraintesi 😀
    Il problema più frequente non sta nello "sbagliare parola" o "capirla male", ma proprio nell'utilizzare un termine troppo generico, o infilare frasi brevi e coordinate (non subordinate), non variare in modo e tempo ecc.
    In un certo senso è un "parlare vago" inconsapevole 🙂

    Quindi, viva la semplicità possibile e la complessità necessaria 😉

  • Gennaro Romagnoli
    Rispondi

    Grazie Andreeee 😉

  • Gennaro Romagnoli
    Rispondi

    Ciao Marco,
    è chiaro che il medicinale deve funzionare e non avere un bel nome 😉

  • Ciao Genna!
    Keep in simple è un motto bellissimo!
    Credo che sia anche il motivo del tuo successo sul web..
    Buona giornata e grazie per queste 5 "sventole" di oggi!

  • Sì, hai ragione, ma nella 'scrittura' e, forse anche, nella realtà occorre varietà (dall''alto' in 'basso' e viceversa). Solo così puoi colpire oltre la superficie (ma ovviamente vale anche la sottile 'vaghezza' della parola 'ericksoniana). Ti faccio un esempio di 'caos' linguistico da cui però può nascere un 'cosmos' interiore (il caos che genera la stella danzante…):
    Verba volant (et volunt). Sì, il linguaggio che si fa parola, la parola che si fa atto: “nessuna cosa è dove la parola manca” (motto soffiato a Heidegger, ma da lui stillato, con ‘cura’, da ‘Das Wort’, poesia di Stefan George – lingua vergine, ‘virgo mater’ del sacro cerchio). La parola che ‘nomina’ le cose, le contrassegna, le crea. Basta la parola…
    Parola coessenziale all’azione. Parola in movimento, in divenire, in estasi. ‘Versi intessuti’, ‘carmi circolari’, parola in cammino. Parola ‘attiva’. Più che ‘parola’, ‘verbo’, azione che si attende una re-azione. Action now. Parola ‘dinamica’, scoppiettante. Parola che grida quando più tace. Parola che canta, sussurra, piange. Nella parola balugina la spiritualità dell’anima. E questa si fa corpo. Per accoppiarsi e poi scoppiare. È la parola che dà sostanza, essere, alla ‘res’. Logos lex: la parola è legge. Logos rex: la parola è re, anzi ‘regina’…
    ‘Suona’ la parola la malvestita realtà… Parolibere ancheggianti, ossimori frenati o rutilanti, specchi autoriflettentesi. Parole tonanti o sussurranti, fluenti a cascata (mai stagnanti), corpose ed eteriche, arcaiche ed estatiche (extase à deux), estetizzanti, escatologiche e frivole, nouveaux o déjà vu, sempre in bilico sul borderline tra greve e sublime. Parole, “suono su una faccia, e pensiero sull’altra”.
    Ho giocato con le parole… l'importante è, che oltre che sbloccare il "cervello destro", le parole incidano nella realtà, siano spade a doppio taglio, non solo spilli per inc… mosche ( per dirla con Céline).

  • E' vero che il semplice piace molto di più rispetto al complesso e al macchiavellico, ma è anche vero che in certi casi come ad esempio nei farmaci la complessità del nome del medicinale oltre all'elencazione dei suoi impronunciabili principi attivi produce nell' acquirente una sorta di timore reverenziale, "con un nome del genere non può non essere efficace", tutto sommato da un medicinale non ci si aspetta che sia buono o semplice da pronunciare, ma che sia efficace e risolutore, anche se amaro come la bile.

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