Sostegno interiore: come costruirlo attraverso il lavoro “con le parti”

parti-personalita-psicologia

 

Hai dato un occhiatina al podcast numero 74? Li abbiamo parlato dei “nostri maestri interiori”, persone che nella nostra vita sono state importanti per un qualche motivo.

Oggi riprendiamo un tema simile, perché quei “maestri” possono essere visti come “parti interne”… e tra poco esploreremo proprio questo affascinante tema che attraversa i secoli.

 

A fine ottobre riapre MMA… vieni dargli un’occhiata

Hai ascoltato il podcast? Forse qualcuno potrebbe aver pensato che si trattasse di una sorta di “tuffo nel passato”, perché è un bel po’ di tempo che su psinel non facciamo un esercizio così diretto.

I motivi sono tanti ma la verità è che non si tratta di un ritorno alla “PNL” (come qualcuno mi ha scritto in privato ascoltando il podcast nella notte) perché il concetto di “parti interne” non è della PNL.

E non ne neanche di quel mattacchine di Sigismondo Freud, che ha iniziato a suddividere l’uomo con le sue topiche (Es, Io e Super-Io). Il primo a parlare di queste cose in campo psicologico è stato uno psichiatra non troppo noto al pubblico.

Sto parlando di Pierre Janet! Se sei un mio collega lo conosci di sicuro ma se invece sei un semplice appassionato di queste materie potrebbe essere la prima volta che ascolti il suo nome, vero?

Janet è stato uno psichiatra francese che prima di molti altri, ancora prima di Freud, aveva riconosciuto gli aspetti inconsci del nostro agire. E lo aveva fatto in modo molto più semplice di tutti i suoi predecessori.

Janet fu il primo a parlare apertamente di “dissociazione”

Che roba è la dissociazione? E’ un fenomeno naturale della mente che ci consente di “isolare” parti di noi per un miglior funzionamento. Se capisci ciò che stai leggendo allora sei “leggermente dissociato”.

No tranquillo, il funzionamento della dissociazione non è necessariamente patologico! Se stai leggendo significa che hai tagliato fuori le distrazioni esterne ed anche quelle interne.

Magari sai di dover fare quella certa cosa “X” ma preferisci prenderti 5 minuti e leggere questo post. Per farlo devi “mettere da parte” quella cosa per poterti concentrare su queste parole.

Siamo tutti dei “dissociatori professionisti”

Nel campo della psicologia ed in modo più specifico della psichiatria, parlare di dissociazione significa parlare di “trauma”. Infatti il fenomeno è stato osservato nelle personalità traumatizzate.

Ma come vedi tutti noi dobbiamo, per così dire “creare dei compartimenti mentali” per poter agire in modo efficace nella realtà. Questi compartimenti li creiamo attraverso “leggere dissociazioni”.

Queste dissociazioni si creano soprattutto spontaneamente al di la dei traumi. Il nostro modo di apprendere è “stato dipendente” cioè dipende dallo stato di coscienza in cui ci trovavamo nel momento dell’apprendimento.

Quando qualcosa è legato ad uno “stato di coscienza”, come nel caso degli apprendimenti, allora è evidente che quando questa risorsa non è direttamente disponibile è “dissociata”… Janet e molti suoi predecessori le hanno chiamate “parti”.

Noi siamo una moltitudine…

Noi siamo “zeppi di parti” e questa è la pura verità! Assagioli parlava di “sub-personalità” ed anche se può suonare spaventoso rende molto bene l’idea. E’ come se avessimo diverse “personalità”… diverse “maschere”.

Persona in Latino significa “maschera”, non inteso come qualcosa che ha a che fare con il carnevale ma con le varie identità che assumiamo durante la nostra vita. Parti di noi che entrano in scena in base al contesto in cui ti trovi.

Come ti raccontavo nel podcast anche la biologia ci mostra questa “moltitudine”: siamo composti da miliardi di cellule che insieme formano i tessuti, che insieme formano gli organi, che insieme formano il nostro corpo.

Le parti sono “una metafora incarnata”

Pensare alla nostra identità come composta da “pezzi” o da “parti” semi-indipendenti è qualcosa che può essere facilmente accettato solo in forma metaforica.

“Tranquillo tu sei sempre tu, è solo una metafora che descrive il tuo funzionamento”, questo è ciò che vorremmo sentirci dire quando ci accorgiamo di avere “parti differenti” che si attivano in situazioni differenti.

Eppure come abbiamo visto il nostro essere (inteso come essere psico-biologico) è davvero composto di parti, porzioni, moduli… chiamali come vuoi, ma sono reali nella nostra fisiologia.

Nella mente tutto è una metafora

Metafora significa “portare fuori” o trasporre o rappresentare si di un altro piano. La nostra mente è fatta proprio così, non avendo accesso diretto alla realtà ma solo attraverso i sensi e le rappresentazioni… tutto è metaforico.

Anche le parole che stai leggendo sono una metafora, cioè una rappresentazione della realtà, una mappa! Non mi credi? Prendi la parola “automobile” che hai appena letto e facci un giro 🙂

Più la metafora è isomorfica, cioè simile al funzionamento della realtà e più ha una incidenza concreta sulla realtà. Un esempio molto famoso di questo è l’effetto placebo!

A molti non piace l’idea di essere composti da parti!

Il nostro cervello ama le cose “chiare e distinte” (per citare Galileo) ed odia ciò che ambiguo e poco chiaro. Così, quando pensi a te stesso, è difficile che ti rappresenti come un’insieme di “parti”.

Il cervello è terribilmente attratto dalle cose che sembrano “sicure”. E cosa c’è di più insicuro di notare che potremmo comportarci in modi “diametralmente opposti” in base al contesto?

Questo desiderio di chiarezza ci porta a creare l’illusione di avere un “Io” chiaro e distinto… e forse come abbiamo visto nei podcast dedicati alla identità e nella meditazione esiste qualcosa del genere.

Tendiamo ad organizzarci intorno a temi simili

La nostra identità e le “parti” di cui è composta tende ad organizzarsi intorno a temi simili. Se ad esempio ti senti “un grande esploratore” è facile che molte delle tue “maschere” gravitino attorno al concetto di “avventura”.

Questa osservazione non deriva solo da una semplice intuizione ma da anni di ricerche su come siamo fatti. Le nostre conoscenze sono organizzate dentro di noi come enormi ed intricate reti, del tutto simili al web su cui stai navigando.

Le cose che apprendi vengono organizzate in memoria per somiglianza e pertinenza. Se impari a suonare la chitarra tutti quegli apprendimenti si organizzeranno attorno alla tua “idea di musica”.

E se suoni con costanza, via via il tuo concetto principale di musica si modifica in base a ciò che apprendi. In base alle “nuove parti” che si sviluppano attraverso l’apprendimento.

I bambini lo sanno molto bene!

A cosa giocano i bambini piccoli? Giocano ad interpretare delle “parti”: il super eroe, la mamma, il papà, il cuoco ecc. Sappiamo da tempo che il gioco è una sorta di addestramento alla realtà futura.

E guarda caso questo gioco nasce interpretando dei ruoli, delle parti… la differenza fra un adulto ed un bambino è che quest’ultimo sa che quei ruoli sono delle interpretazioni.

I bambini giocano con queste “parti” mentre noi “siamo stati scritturati dalla vita” ad interpretarle sempre più spesso. L’esercizio di oggi serve a trarre vantaggio e consapevolezza da quelle “interpretazioni”.

Non siamo sempre noi a scegliere le nostre “parti”

Spesso è la vita che ci porta ad introiettare (a fare nostre) parti e modelli della realtà esterna. A volte è il contesto in cui ci troviamo, altre volte è un nostro maestro/genitore/mentore che ci guida.

Nell’esercizio ti ho chiesto di richiamare le tue “parti migliori”. Se lo hai già provato di certo ti sarai accorto che spesso sono interpretate da “altre persone”, perché così funziona il nostro modo di apprendere.

Iniziamo imitando un modello e poi via via lo facciamo nostro. Questo diventa una risorsa nella misura in cui l’abbiamo assimilata (automatizzata) ed utilizzata anche in altri contesti (generalizzata).

La crescita personale è un viaggio lungo il quale conosci te stesso!

Per me la “crescita psicologica” va di pari passo con la consapevolezza di se stessi. No non mi riferisco solo alla consapevolezza come capacità di osservarsi in modo non giudicante… la meditazione.

Ma intendo la consapevolezza di chi siamo, di cosa stiamo facendo e di dove vogliamo andare. Per farlo esistono diversi strumenti ed ognuno essi punta verso la direzione della auto- consapevolezza, del famoso “conosci te stesso”.

Il lavoro con le parti è un modo interessante per iniziare ad osservarsi in modo sistemico, in un modo che riesca a prendere in considerazione più aspetti di noi.

E quel centro di “gravità permanente” non esiste?

Quella sensazione di “essere te stesso”, di cui abbiamo tanto parlato non ha più senso? Assolutamente no, esiste un nucleo centrale (potremmo dire) di noi stessi che puoi conoscere attraverso le pratiche di contemplazione.

Però questo centro non è ne semplice da scovare ne così saldo come ci piace pensare. Perché per quanto si riesca a trovare quella presenza… tutto scorre! Tutto è impermanente ed in continua mutazione, compresi noi stessi.

Questi esercizi, così come la ricerca del “centro di gravità permanente” che puoi fare attraverso la contemplazione, possono tutti migliorare il nostro modo di vivere.

Fammi sapere come è andata l’esperienza con le parti!

Alla prossima
Gena

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2 Commenti
  • Ciao Gennaro,

    tema molto bello ed importante, e come sempre sei stato molto “chiaro e distinto”. Dal mio punto di vista ci sono un paio di idee di grande valore che la proposta di Assagioli ha reso disponibile. Tutte e due, chiaramente, in relazione al tema delle parti.

    1. La prima è che nello stato ordinario di vita, noi tendiamo a passare da una parte all’altra secondo stimoli esterni. Questo era stato detto anche da Gurdjieff, quando affermava che l’uomo vive sotto la “legge dell’accidente”, nella sua metafora. Mentre Assagioli parla chiaramente del fatto che bisogna “indossare le parti, Passando per il Centro”.

    2. La seconda idea di Assagioli è che per la gran parte dei suoi pazienti era molto difficile trovare Direttamente l’esperienza del proprio Centro, perché equivaleva ad una mini-morte alle identificazioni della personalità. Ma quasi tutti riescono a trovare un “Centro di Identificazione Esterno”: uno scopo che è in grado di “mettere d’accordo tutte le parti”.

    Ho cercato di usare queste due idee di Assagioli per dare credito al modello decisionale di cui parlo in “Decidere dall’Essere”. E secondo me danno parecchio valore anche a tante tecniche di PNL, che spesso sono usate in modo troppo disorganizzato, e senza una “epistemologia umanistica” di base.

    La figura di Assagioli è stata molto sottovalutata. Ultimamente ho intervistato un suo allievo che mi ha raccontato di quando, giovanissimo, andò ad Esalen Institute in California, ad incontrare Fritz Perls. Perls gli disse: “Ma come, vieni qua da me che hai Assagioli in Italia?”

    Un caro saluto Gennaro, e complimenti per l’ottimo lavoro!

    Mauro Ventola

    • Ciao Mauro
      è sempre un piacere leggerti!

      Ribadisco a tutti i lettori/ascoltatori di psinel di andare in libreria e comprare i libri di Mauro
      uno dei pochi veri teorici di una buona PNL. E come diceva Bateson “non c’è nulla di più pratico di una buona teoria” 🙂

      Grazie Mauro per il tuo contributo
      Genna

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