Meno sai e meglio stai? Felice ed ignorante?

 

menosaiemegliostai

 

 

Hai mai sentito dire che “meno sai e meglio stai”? Per anni ho combattuto questo stereotipo. perché ho lavorato sia con persone ultra acculturate e sia con contadini ed operai.

Quando parlo di “non sapere o ignoranza” non mi riferisco al titolo di studio ma alla cultura personale che la gente possiede. La conoscenza ci rende più o meno felici? Più o meno sereni?

 

 

Ci sono persone “senza titoli” con una enorme cultura e persone laureate con una cultura ristrettissima. Durante tutto il podcast non ho fatto altro che generalizzare queste due posizioni!

 

Ma è chiaro esitano diversi tipi di intelligenza (Vedi Gardner).

Tutti abbiamo esperienza di persone con una spiccata intelligenza astratta, cioè con molte conoscenze teoriche, capaci di fare collegamenti concettuali molto fini e di “manipolare i concetti”.

Viceversa tutti abbiamo esperienza di persone con una spiccata intelligenza pratica, cioè maggiormente rivolte all’azione, alla pratica. E’ quel “gran genio del mio amico, che con un cacciavite in mano fa miracoli” (Battisti).

Sembra che questi due tipi di intelligenza non vadano d’accordo. Chi ha una spiccata propensione alla teoria e chi invece alla pratica. Questo discorso non mi ha mai convinto fino in fondo.

 

Fortunatamente esistono anche delle “vie dimezzo”, persone che hanno sia una buona conoscenza teorica e sia buone capacità di applicazione pratica

Ora potresti pensare che queste “propensioni” siano genetiche ed ereditarie, ed in parte lo sono sicuramente. Ma di certo ciò che fa la differenza è (come sempre) l’ambiente, cioè l’apprendimento.

Se una persona nasce in una famiglia di intellettuali, studia, si laurea e svolge per 40 anni un lavoro puramente concettuale è molto probabile che non abbia spiccate doti pratiche e manuali.

Viceversa, il figlio di un meccanico che nasce e cresce in un’officina è molto più probabile che sviluppi un’intelligenza più pratica. Se poi deciderà di seguire le orme del padre è molto facile che diventi molto abile manualmente.

Sto generalizzando ma è evidente che a volte possiamo incontrare ingegneri meccanici che hanno competenze pratiche molto sviluppate e “semplici meccanici” che conoscono perfettamente le leggi fisiche e matematiche del proprio mestiere.

Un tempo questa distinzione non era così importante. Perché il lavoro che facevi segnava in un qualche modo da “che lato della barricata stare”. Oggi, in un mondo ad altissima tecnologia le due strade sono sempre più vicine.

Ok, ho tergiversato abbastanza. Volevo prendere l’argomento del podcast da un altro punto di vista. Se mi hai ascoltato sai che ho cercato di rispondere alla domanda: “è meglio restare ignoranti oppure studiare?”.

Quando vediamo un ingegnere che non sa svitare una vite ci sembra di sapere con certezza la risposta. Così come quando vediamo una persona che non ha interesse a comprendere fatti importanti come la politica o l’economia che ci governa.

 

Come mai le persone più erudite ci appaiono anche come meno propense all’azione e alla pratica?

Se mettiamo da parte la genetica e l’apprendimento ci resta un’altra ipotesi, quello della “paralisi dell’analisi”. Hai mai sentito questa frase? Significa semplicemente che più analizzi teoricamente qualcosa e più rischi di non agire, di restare intrappolato nell’analisi.

Analizzare eccessivamente toglierebbe “spontaneità” all’azione bloccandoci. C’è una storiella famosa, quella del millepiedi: un giorno una farfalla affascinata dai movimenti sincronizzati del millepiedi gli chiese come facesse a muoversi in quel modo…e lui si bloccò!

In altre parole, quando cerchiamo di analizzare qualcosa che facciamo spontaneamente rischiamo di “rovinarlo”. E’ quello sguardo interiore che rischia di renderci ciechi!

Seguendo questa teoria, più conoscenze intellettuali possiedi e più sarai propenso all’analisi e non all’azione. Il rischio è quello di bloccarsi nella continua analisi di una situazione, di una scelta, perché “sappiamo troppo”…ma è davvero così?

 

I sistemi Top Down e Bottom Up

L’ipotesi che ho proposto nel podcast è diversa, ed è quella di un equilibrio interiore fra “pensiero e azione”. Ma non si tratta del classico “bilanciamento forzoso delle due parti”.

Per “bilanciamento forzoso” intendo questo: quando ti rendi conto di essere troppo “nel pensiero” agisci. E quando senti di agire troppo, fermati a pensare. Per quanto vera questa soluzione è abbastanza semplicistica.

La vera domanda è: perché alcune persone si bloccano ed altre no? Perché conosciamo ingegneri super praticoni ed altri che non saprebbero distinguere una brugola da una vite?

La risposta probabilmente risiede nella nostra fisiologia, cioè in come il nostro corpo ed il nostro cervello interagiscono con l’ambiente che ci circonda.

No tranquillo, non sto mettendo da parte tutte le ipotesi genetiche ed ambientali. Ma solo cercare di dare una risposta un po’ meno ovvia che ti porti a notare che puoi migliorare questo tipo di “equilibrio”.

In modo molto sintetico i processi top down possono essere descritti in una metafora che dice più o meno: “guardo il mondo dall’alto della mia conoscenza”. Mentre quelli bottom Up dicono: “analizzo il mondo attraverso i miei sensi”.

 

E’ chiaro che si tratta di due generalizzazioni. Nessuno potrebbe vivere solo affidandosi alle proprie “mappe concettuali” (top down) e nessuno potrebbe vivere solo attraverso i propri “sensi” (bottom up).

Ma una cosa è certa, che sia genetica o apprendimento, possiamo iniziare a sviluppare maggiormente una di queste due vie a discapito dell’altra. Creando un vero disequilibrio fra queste due parti.

Scommetto che ti è venuta in mente anche la dicotomia fra emisfero sinistro e destro. Ed infatti anche questa è una differenza importante, ma lo è ancora di più l’iper specializzazione di uno di questi due canali (ovviamente gli emisferi sono coinvolti).

Ovviamente gli emisferi c’entrano. Infatti è il destro, lo stesso della creatività e delle emozioni ad occuparsi maggiormente delle sensazioni (bottom up) e quello sinistro, al contrario, si occupa maggiormente dei concetti e del linguaggio (top down).

Quindi se ti dico che la maggior parte delle persone che vivono in una società moderna sono maggiormente analitiche, cioè lateralizzate a sinistra, non dico nulla di nuovo. La nostra società ci spinge maggiormente “a sinistra”!

No tranquillo non mi metto di certo a parlare di politica 😉 ma il quesito resta: come possiamo riequilibrare questi due sistemi? Forse studiando di meno? Forse conoscendo di meno e praticando di più?

No, la risposta (secondo me) non sta nel diventare meno dotti, meno colti e affidarsi solo alle cose pratiche e non astratte!

L’ignoranza resta sempre una cattiva compagna di viaggio, lo sapevano anche gli antichi che vedevano nel saggio una persona importante. Ed il saggio era sia un teorico che un pratico!

La vera soluzione sta nella capacità di apprendere e mettere da parte quegli apprendimenti. Sta, utilizzando una metafora stra citata “nel apprendere l’arte e metterla da parte”. Fare in modo che la teoria non sia davanti a te ma alle tue spalle.

Esiste un modo per farlo? Esiste davvero un modo per metterci alle spalle i concetti e cercare di osservare la realtà per quella che è, senza influenzarla con i nostri concetti?

Forse no, forse in questo modo così puro è impossibile, però possiamo fare un “passo intenzionale indietro”, quello che nella fenomenologia viene chiamato “epochè” e nelle pratiche di consapevolezza “disidentificazione”.

 

E come hai ascoltato un ottimo modo sono le pratiche di consapevolezza

Per pratiche di consapevolezza intendo la meditazione (in quasi tutte le sue forme), le pratiche di attenzione al presente basate su esercizi fisici (lo yoga, il Tahi Chi, il Qi Gong ecc). Sono tutte pratiche rivolte alla consapevolezza dell’energia.

Ma attenzione, per energia s’intende principalmente la capacità di percepire il proprio corpo nel presente. Se sei “allenato alla presenza” e porti l’attenzione sul tuo corpo puoi sentire “questa energia in movimento”.

Ora, come probabilmente sai io non credo troppo a tutte le robe sulle “energie sottili”, tuttavia è innegabile che ciò che si riesce a sentire a livello sensoriale siano spostamenti energetici. Non solo l’unico a pensarla in questo modo.

Anche Daniel Siegel, dal quale ho tratto la maggior parte delle idee di questo podcast parla di “attenzione ai flussi di energia ed informazione” che si muovono costantemente nel nostro corpo.

 

Guarda questo video, nel quale vedi una rapida descrizione di questi processi fatti da Siegel:

 

Come hai visto ha fatto lo stesso esempio del fiore, infatti l’ho pescato da uno dei suoi tanti libri che mi sono sciroppato negli ultimi anni. Uno per tutti “Mindfulness e cervello” nel quale racconta le sue esperienze e mette insieme diversi studi sperimentali.

Siegel è un po’ pesante da leggere, è molto tecnico ma ha l’ottima qualità di riuscire a mettere insieme diversi concetti molto complessi ed esporli in modo (tutto sommato semplice).

Qui ovviamente finisce con il parlare della pratica del respiro, come si vede che è un praticante, che si ferma in modo ne troppo esagerato (per fare colpo) e ne troppo leggero a “fingere” di annusare la rosa.

 

Quindi recuperare quel “bottom up”, non per mettere da parte ciò che “sappiamo” (il top down) ma per fargli “più spazio”, senza cadere nella ragnatela della “paralisi dell’analisi”

Quindi per quanto mi riguarda, l’ignoranza non è mai un bene! Tuttavia ci sono persone che affermano il contrario come Michael Smithson professore di psicologia  americano. E le sue ragioni sono molto interessanti.

Il prof. cerca di dimostrare che più cose sappiamo su una certa cosa e meno libertà abbiamo. Se ad esempio conosci bene tutto di una persona può darsi che questo ti annoi e ti spinga a lasciarla.

Oppure se potessi conoscere il tuo futuro questo, secondo il professore, limiterebbe molto la tua vita. Ed effettivamente è così, a meno che non si possa cercare di cambiarlo.

Il punto di vista del prof. è molto interessante, ma in realtà punta soprattutto a non puntare il dito contro chi è “ignorante” cioè contro chi “non conosce”. Ha fatto anche un corso online, lo ha chiamato “ignorance“:)

Credo che il punto di vista “top e bottom” riesca a mettere d’accordo questi punti di vista contrastanti. Conoscere non significa necessariamente non riuscire più a stupirsi, però in molti casi può trasformarsi in questo.

Saperlo ti permetterà di dare ancora più valore alle tue pratiche di consapevolezza, ed in generale in tutti quei momenti nei quali decidi di essere presente, nel qui ed ora, invece che perso tra i tuoi pensieri.

Nel libro “Mindfulness e cervello” di Daniel Siegel questo effetto della consapevolezza sui sistemi top down viene spiegato molto bene…

 

La strana palla, la percezione del tempo e la consapevolezza

Siegel cita uno studio sulla percezione del tempo effettuato da Tse (2005) dove alcuni soggetti erano invitati ad osservare l’apparire e lo scomparire di alcune figure geometriche su di uno schermo.

Ai soggetti veniva chiesto di valutare per quanto tempo queste immagini erano rimaste sullo schermo. Se all’interno delle immagini appariva una “strana palla”, un oggetto molto diverso da tutti gli altri, i soggetti tendevano a dire che era passato più tempo.

Dimostrando che quando siamo costretti a portare maggiore consapevolezza al presente, il tempo tende a dilatarsi… quindi, quando non sei presente il tempo ti sfugge letteralmente dalle mani.

Perché? Perché sostituisci il GPS, le mappe, alla realtà sensoriale che ti circonda. Questo, secondo alcuni ricercatori è la causa della sensazione della sensazione dello scorrere del tempo quando cresci.

Ti sei mai accorto che quando eri piccolo un anno era “un’eternità” mentre oggi (se hai più di 25 anni) un anno può letteralmente volare?

Questo effetto secondo alcuni ricercatori è dato soprattutto dalla crescente sostituzione della “realtà sensoriale” con quella “virtuale”, le nostre mappe. I ricercatori le chiamano “rappresentazioni invarianti”.

Ok ma mi sa che per oggi ho parlato fin troppo, ora fammi sapere cosa ne pensi tu! Secondo te “meno sai e meglio stai?”. Scrivilo fra i commenti qui sotto, e scarica il Qde!

Alla prossima
Genna

 

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8 Commenti
  • Ciao! A me capita di restare schiacciata dall’iper informazione. Sono una persona con un sacco di interessi e curiosa per natura, oltre che portata a sviluppare sempre più la mia manualità in più campi. Ma a volte sento un gran peso addosso, soprattutto quando mi informo dj politica, economia, ambiente e sociale. La mia indole mi porta a chiedermi costantemente “qual è il mio ruolo nell’esercito?”, cosa posso fare per migliorare, nel mio piccolo, la situazione globale (soprattutto perché sono mamma di due bimbi e mi sento pienamente coinvolta e responsabile del loro benessere). A volte mi sento persa e non so che pesci pigliare…

    • Ciao Alessandra,
      allora le pratiche di consapevolezza possono fare al caso tuo…prova a praticarle per qualche tempo e facci sapere 😉

  • giorgia- chi semina bellezza, la raccoglie
    Rispondi

    ciao genna…
    l’argomento inizialmente credevo fosse una ripresa di un cliché un po antiquato (ecco vedi che già operavo in top down…azz 😉 ) poi però mi hai aperto la mente perché hai ampliato il concetto e specificato alcuni punti.
    distinguere la cultura dall’approccio saccente di chi parte già a vivere le situazioni convinto di conoscerne ogni sfumatura fa una bella differenza…
    in realtà ogni momento dovrebbe essere vissuto per quello che è in quel preciso attimo senza portarsi dietro convinzioni o eventi passati perché ci appesantiscono, ci mettono praticamente un intero maiale sugli occhi e ci impediscono di godere appieno di quello che potremo invece scoprire..
    da una parte credo che sia utile e forse per qualcuno anche tranquillizzante approcciarsi alle cose portandosi il bagaglio precedente, perché ci sembra che potremo controllare meglio la situazione e forse non farci cogliere di sorpresa, ma in relata la maggior lucidità per trovare le soluzioni ad eventuali problemi in realtà l’abbiamo solo con mente lucida e attiva e non sporcata da ci oche è stato…. pero mi rendo anche conto che ci sono delle tendenze ormai molto radicate. forse si potrebbe iniziare con cose piccole e mi viene in mente che a me era capitato una volta di stupirmi di alcune cose in maniera inaspettata, mettendomi con i bambini che aiuto, a fare esperimenti in casa o esercizi delle elementari. rendermi conto che un programma scolastico mi metteva un po in difficoltà ha ribaltato le mie sicurezze e ho riscoperto l’UMILTA’… wow….
    ed un’altra cosa che mi è venuta in mente è lo sconcerto e stupore provato quando ho iniziato a studiare il linguaggio dei segni, non è solo una lingua nuova, come inglese o francese perché devi mettere in gioco molto più di te stesso.. non so se hai mai avuto modo di provare.. non guardare qualcuno farlo… ma proprio metterti li a provare… te lo consiglio… (fare i podcast potrebbe essere pero complicato eh ;)) ahahahahah

    scusa se mi sono dilungata… buon proseguimento e grazie ancora

    • Ciao Giorgia,
      si i bambini possono portarci in uno stato di profonda presenza 😉

      Ho fatto due lezioni di linguaggio dei segni durante il mio primo anno di università, poi ho abbandonato perché non stavo dietro ad un seminario sulle micro espressioni… è stata una breve ma intesa esperienza.

      Grazie Giorgia!

  • 😂😂😂 appunto genna, la teoria è relativa , come si vuol dire …. Dipende da che angolatura ammiri il paesaggio!!!
    Ma secondo te, perché un ragionamento si ingroviglia e finisce con sfumature nefastiche? Perché ragioniamo con gli occhiali dell’ansia? Come distinguere un ragionamento sano da uno troppo estremizzato e quindi sbagliato( causa effetto?) perché entrambi ci appaiono giusti😓😅

    • Ciao Dan,
      questa distinzione (top down ecc) non è una semplice teoria, è un pò come chiedersi “perché la mia auto non vola”? La risposta più semplice è “perchè non è progettata per volare”. Così questi due sistemi tendono a creare questi paradossi…e non sono gli unici, come ad esempio la distinzione fra “gli emisferi” ecc. Quindi…anche se tutte le teorie possono essere relative, questa lo è meno delle altre 😉

  • Ciao genna bellissimo argomento…… Si credo proprio che tendiamo a dare senso ai nostri stati d’animo ” inventando” senza saperlo collegamenti a scapito delle persone a noi più vicine….. Sono annoiato, allora sarà colpa del partner che mi ha stufato…. È qui direi che la paura/ pressione sociale ci mette molto del suo…. Una volta quando queste seghe mentali non si conoscevano …. Non erano così frequenti! Non che fossimo sereni…. Ma che tante paranoie sono contagiose😱
    Un animale che diventa mamma non si crea tanti problemi come facciamo noi, che per scacciare la paura di non essere all’altezza; ragionando costruiamo insicurezza…. ( tentata soluzione disfunzionale) !!! Qui l’ansia filtra i nostri sensi e ragionamenti….se pretendo di provare sempre le farfalle nello stomaco quando sto con la mia partner…. La rigidità di questa aspettativa mi farà salire l’ansia da prestazione e sicuramente non proverò ciò che mi ero fissato( pressione sociale) mi farà dire se non provi questo vuol dire che non la ami più…. E su’ un’ulteriore impennata d’ansia Xche i ragionamenti coincidono…( causa/ effetto)!!!!😂😅
    Io penso anche che ogni cosa va vista nel contesto….. Secondo il dottore che dice riguardo al conoscere troppo una persona si rischia di annoiarsi; xhe nella realtà allora alcune coppie resistono?

    • Ciao Dan,
      assolutamente si, tendiamo a creare nessi e poi a crederci ciecamente. La distinzione top down-bottom up ci mostra bene come possiamo essere costantemente dentro una specie di matrix (nella caverna platonica) che ci impedisce di vedere ciò “che c’è”. Si, se guardo la mia compagna scopro che come me, cambia ogni giorno… amore fa rima con ancor e non con “ne voglio una nuova” 😉

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