mercoledì 31 marzo 2010

Psicologia: "Gli anti-depressivi non funzionano?"

















Ciao,


l'effetto placebo è uno degli "aspetti" più temuti dalle case
farmaceutiche, al punto da fare più test su questo aspetto
che sulla reale efficacia dei farmaci. Ok, immagino che
questa frase ti suoni un po' come l'ennesima teoria
dietrologica contro le major e invece...il prof. Irving Kirsch
dopo aver studiato e consultato gli archivi della FDA (la
Food and Drugs Administration) ha scoperto che i 6
farmaci più utilizzati contro la depressione sono risultati
essere meno efficaci del placebo.


I principi attivi di questi farmaci:
citalopram, fluoxetina,
nefazodone, paroxetina, sertralina e venlafaxina
, sono stati
sottoposti a 47 studi differenti dove, nessuno di questi ha
dato un risultato che superasse l'effetto placebo :-O ahhh..
questo non è solo terribile ma fa anche capire che quando
leggiamo "clinicamente testato" a volte dovremmo
chiederci quali sono stati questi "benedetti risultati" ;-)


Pensa che l'effetto placebo è risultato essere decisamente
più performante dei 6 principi sopra citati. Il Prof. Kirsch
continua affermando che solo il 10-20% dei casi trattati
riceve un reale beneficio dalle "molecole antidepressive".
La cosa più agghiacciante che dice il professore, è che i
medici sono perfettamente al corrente di questi risultati.
Una notizia da far accapponare la pelle, soprattutto a chi
ha visto queste patologie da vicino...


Fortunatamente il professore non da solo "brutte notizie"
elargendo tanti complimenti alla efficacia dei trattamenti
psicoterapici, che non solo "funzionano" ma hanno anche
(secondo una valanga di studi) la metà delle probabilità
che il paziente vi ricada in futuro. Tutte queste
evidenze non fanno altro che confermare quello che gli
psicologi e psicoterapeuti cercano di dimostrare da
anni...cioè che il farmaco ha poco a che fare con il
cambiamento.


Infatti, continua il professore nel suo articolo, tutti gli
psichiatri si sono impuntati sulla regolazione della
"serotonina", come se da questa dipendesse tutta il
nostro umore, ma molti studi dimostrano che non è
così. Utilizzando un'analogia, tentare di curare qualcuno
con i farmaci è come pretendere che, cambiano il tipo
di benzina un motore si riprenda da anni di usura.
Di certo il tipo di carburante può dare prestazioni
profondamente diverse ma non cambierà la
struttura del motore.


N
ella depressione così come in altri "disturbi mentali",
ci sono parti di noi che devono "crescere, essere sbloccate,
mdoficiate"...qualsiasi sia la metafora di riferimento della
scuola di terapia l'obiettivo è sempre lo stesso: ottenere
un cambiamento...e questo avviene raramente attraverso
l'uso di psicofarmaci. Attenzione non sto dicendo che siano
inutili, perché sono un valido supporto per molti percorsi
di "riabilitazione" ma sempre tenendo a mente che non
sono "loro" ad attuare questo cambiamento.


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a presto

Genna

martedì 30 marzo 2010

Ansia: "6 consigli per gestirla"



















Ciao,


come ti dicevo in un articolo della scorsa settimana, uno
dei problemi psicologici più presenti è sicuramente
l' Ansia. Mi riferisco ai suoi molti modi di presentarsi,
dalla "preoccupazione" per un evento irrilevante, alla
sua più forte manifestazione: "l'attacco di panico". Oggi
esiste una vastissima letteratura a riguardo, ti basta fare
un rapido giro in libreria per rendertene conto.
Ultimamente ho letto "7 mosse per liberarsi dall'ansia"
di Robert Leahy, che ho trovato interessante.


Il libero mi ha incuriosito leggendo un articolo apparso su
"Mente e Cervello" di questo mese. L'autore dell'articolo
ha estrapolato le 6 mosse migliori per gestire al meglio
l'ansia. Prima di vederle insieme devo fare una premessa
importante: l'ansia ha come caratteristica principale
quella di essere "automatica", cioè la vera ansia non ha un
reale oggetto. Questo meccanismo automatico fa si che sia
molto difficile auto-aiutarsi, per questo se credi che i tuoi
livelli di ansia siano troppo alti ti consiglio di rivolgerti
ad uno specialista.


Ecco le 6 mosse per gestire meglio l'ansia:

1) Distinguere le peroccupazioni produttive da
quelle
improduttive: Stabilisci se le preoccupazioni
che hai ti sono utili a qualche cosa. Chiediti che cosa c'è di
utile nel preoccuparsi di questa cosa? Se la risposta è
"inutile preoccuparsene" ti renderai conto che quella è di
solito una "sega mentale", cioè qualcosa che non è nella
tua realtà sensibile ma solo nella tua testa. (allenati a
distinguere ciò che ti gira nella testa, dalla realtà).


2) Fissa un appuntamento con la preoccupazione:
come ti dicevo nello scorso post le preoccupazioni vanno
affrontate direttamente. Più cerchiamo di sfuggirle e più
queste diventano pressanti, ecco perché è utile trascorrere
un po' di tempo (programmandolo prima) a pensare a tutte
le cose che ci preoccupano. Datti un appuntamento: dalle
14 alle 14e30 penserò a questa cosa che mi preoccupa.
Evita di cercare una soluzione, pensaci semplicemente
su... e vedrai ;-)

3) Impara ad accettare l'incertezza: I buddisti lo
dicono da secoli, tutto cambia o alla "occidentale" panta
rei. Questo concetto non deve essere capito ma "compreso".
Tutto cambia per cui è inutile cercare di controllare gli
eventi... bisogna accettare il fatto che esiste sempre una
percentuale di incertezza. Leahy consiglia di recitare a
bassa voce dei mantra paradossali, se ad esempio non riesci
ad addormentarti puoi ripeterti per 20 minuti di seguito la
frase "non riuscirò ad addormentarti". Questo, per lo stesso
principio esposto nel punto 2, eliminerà la tua voglia di
"controllo".


4) Essere consapevoli e presenti: essere consapevole,
cioè presente nella realtà oggettiva che hai davanti e non
nella tua testa...elimina completamente le "seghe mentali".
Ma non solo, essere presenti significa anche vivere le
emozioni che provi, ascoltarle e osservare che queste
"nascono e muoiono". Ti ho parlato del Mindfulness e di
quanto l'applicazione della meditazione possa migliorare
la tua capacità di restare nel qui ed ora. Cerca degli
spiragli di consapevolezza durante la giornata: fermati
a guardare un fiore o a godere dei raggi del sole...


5) Riconsiderare le proprie preoccupazioni:
qui l'autore mescola due tecniche molto potenti, la prima
è di derivazione cognitiva-comportamentale e consiste nel
ristrutturare coscientemente le preoccupazioni. Puoi farlo
chiedendoti "che cosa accadrebbe se accadesse X?"...per
quanto tempo durerebbe e quanto peserebbe sulla mia
vita? (Sligman docet ;-)). La seconda è quella di fare una
lista quotidiana delle cose per cui sei grato...


6) la giusta prospettiva temporale: prova a pensare
ad una tua vecchia preoccupazione ormai passata, riesci
a ricordarla? probabilmente no...o meglio riesci a ricordare
il momento ma non le emozioni associate a quell'evento.
Questo perché le preoccupazioni sono nella nostra testa
e quando ci ripensiamo, spesso, ci viene da sorridere.
Chiaramente sto parlando di quelle preoccupazioni che
sono ascrivilibili alle "seghe mentali" ;-) Chiediti, come
mi sentirò fra qualche tempo? Ci riderò sopra? Bandler
direbbe: "allora perché aspettare?" ;-)


Le mosse individuate da Robert Leahy sono interessanti
e ti consiglio anche di leggere il libro. Prima di farlo però
prova le 6 mosse che ti ho descritto, se non riesci a placare
la tua "peroccupazione" allora ti consiglio di rivolgerti ad
un professionista. Attenzione questo non significa che da
solo tu non possa riuscirci, ma solo che se credi che queste
(le preoccupazioni) siano troppo pressanti, il professionista
è più comodo, sicuro e veloce ;-)


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Genna


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articoli sei il benvenuto qui sul blog...soprattutto nella
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scaricando il materiale gratuito). Ma se invece sei un
"ficcanaso" che scarica per criticare o peggio "copiare e
criticare" ti chiedo solo un favore...dopo aver scaricato e
dissetato la tua curiosità, cancellati! Grazie :-)

lunedì 29 marzo 2010

PNL: Come sentirsi ..."più amati" :-)

















Ciao,


finalmente è arrivata la primavera, in tutti i sensi...qui
a Padova iniziano ad intravedersi quei raggi di sole che
scaldano anche il cuore. Infatti primavera è sinonimo di
amore, perché nel regno animale è "la stagione degli
accoppiamenti" (dovresti vedere la mia coniglietta come è
presa in questo periodo;-)) e che tu ci creda o meno...sei
un "animale" ;-) Nell'audio di oggi ascolterai un esercizio di
PNL messo appunto da Leslie Cameron Bandler (la prima
moglie del co-creatore della PNL) e puoi trovarlo nel suo
libro "Soluzioni" (pag.173).








domenica 28 marzo 2010

Sviluppo Personale: "Come aumentare l'auto-controllo"



















Ciao,


hai mai notato quanto sia difficile auto-controllarsi in alcune
occasioni? L'auto-controllo è una delle abilità più importanti
che un individuo deve apprendere per perseguire i suoi
obiettivi. Le persone sono intuitivamente consapevoli del
fatto che chi ha maggiore auto-controllo ha anche
maggiori risultati nella vita. Dal semplice imporsi in una
discussione al superamento degli esami che la vita
costantemente
propone...c'è bisogno di "auto-controllo".



Il fallimento dell'auto-controllo è spesso associato a diversi
problemi, come: il controllo del proprio peso, dipendenze,
i conflitti interiori ecc... ecc... Esistono studi che dimostrano
quanto il "mantenere il controllo" sia realmente associato
ad un maggiore dispendio di energie...in termini di glucosio.
Sapersi controllare è fondamentale per riuscire nella vita,
dal saper resistere ad un dolce goloso al saper perseguire
e raggiungere i propri obiettivi.


Gli studi dimostrano che concentrarsi sui propri valori e
le proprie risorse può incrementare il tuo autocontrollo :-)
Questo passa attraverso l'uso di una delle proprietà
intellettuali che ha (si crede) solo la "razza umana" e cioè
la capacità di astrarre, cioè di dare significato alla realtà
che ci circonda. L'autocontrollo è fortemente associato al
tipo di "etichetta" (significato) che dai al successo: alta
autostima, migliori competenze interpersonali, ecc...
(Tangney et al., 2004)


Negli ultimi dieci anni il Dr Kentaro Fujita della Università
dell' Ohio e i suoi colleghi hanno studiato i modi per
incrementare l'auto-controllo. Scoprendo come questo
funziona e soprattutto quando questo "non funziona". In
modo molto sintetico i loro risultati portano in una direzione
ben precisa: è il pensiero astratto e il saper "mantenere le
distanze" (dall'oggetto di desiderio) a permetterci di
mantenere l'auto-controllo.


Il Dr. Fujita si è concentrato su come le persone vedono in
maniera differente la realtà. Nello studio pubblicato sul
Journal of Personality and Social Psychology (Fujita et
al. 2006) In questo studio i ricercatori si sono dovuti
inventare un modo per depistare il vero scopo dello studio
(una cosa molto comune in psicologia che viene anche
chiamata come "cover"...cioè copertura)...


Questa è una serie di esperimenti (che puoi vedere
cliccando sui link sopra) abbastanza complessi per cui
evito di citarteli e ti riporto i risultati a cui sono giunti
e che rispondono alla domanda di partenza: come si
può aumentare l'auto-controllo?
(Fujita 2008)


1) Vedere globalmente: esistono due modi per poter
vedere le cose, nel loro insieme (globale) o nei dettagli.
Gli studi hanno portato i ricercatori a sostenere che chi
riesce a vedere le cose globalmente, cioè nel loro insieme
riescono ad avere maggiore auto-controllo. Ad esempio
se faccio una dieta posso vedere l'aspetto estetico ma
anche quello della salute...e posso vedermi fra qualche
mese o anno più magro e più in salute...piuttosto che
concentrarmi sulla "sofferenza del non mangiare"...


2) Ragionamento astratto: questo punto è legato
al primo. Ragionare in astratto ti permette di vedere
il tutto, anzi è la funzione cognitiva che ti permette di
vedere le cose nel loro insieme. Ad esempio non vedere
l'esercizio fisico nelle sue singole parti ma apprezzare
i risultati nel lungo termine, cosa che ti può dare solo
la tua immaginazione, cioè la tua capacità di astrarre.


3) Alto livello di categorizzazione: anche questo
aspetto rilevato dai ricercatori si lega ai precedenti. E
significa riuscire a vedere sempre il "meta-livello" che
sta dietro alle cose.


Insomma pare che le 3 scoperte dei ricercatori portino
tutte nella stessa direzione: per accrescere questa
facoltà è necessario astrarsi dal contesto e vedere le
cose nel loro insieme. Questo, per chi conosce la PNL mi
ricorda molto le tecniche di Neurosemantica messe
appunto da Michael Hall, che hanno come scopo
principale quello di "andare meta" e di vedere, appunto
le cose da un punto di vista più astratto. Questa
razzionalizzazione permette di dare nuovi significati
e di migliorare l'auto controllo.


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a presto

Genna

sabato 27 marzo 2010

Psicologia Sociale: "Milgram in un reality show?"



















Ciao,


hai mai sentito parlare dell'esperimento di Milgram? è uno
degli studi più famosi in psicologia. Alcuni soggetti venivano
invitati per un compito sulla memoria, dovevano controllare
che altri partecipanti (scelti precedentemente) apprendessero
delle associazioni di parole. In base al numero di errori che
facevano, i soggetti controllatori erano caldamente invitati
(da uno sperimentatore in camice bianco) a dare una scossa
dal voltaggio ascendente... Più sbagliavano e più la scossa
cresceva di voltaggio, sino ad essere mortale.


Ai soggetti veniva dapprima mostrato come una scossa di
quel genere avrebbe potuto quasi uccidere un uomo. Ma
nonostante questo i soggetti controllatori hanno, quasi
tutti, dato scosse che raggiungevano quella soglia. Ma
fortunatamente i soggetti che la subivano, e dei quali si
potevano ascoltare le urla, erano solo degli attori che
fingevano di beccarsi la scossa ;-) Questo studio
è stato utilizzato in psicologia sociale per spiegare l'effetto
autorità...


...i soggetti più predisposti ad eseguire ordini erano quelli
che davano scosse di intensità maggiore. In quel caso la
autorità era lo sperimentatore che in modo pacato,
nonostante la situazione paradossale (c'erano persone
che si mettevano a piangere o che dimostravano
apertamente il loro dissenso), invitava i partecipanti
a proseguire l'esperimento. Senza troppe pressioni ma
solo affidandosi al proprio ruolo.


Gli psicologi sociali hanno cercato di usare questo studio
per dare una spiegazione ai genocidi della storia e in modo
particolare all'olocausto. Rispondendo apparentemente
alla domanda "ma come hanno fatto tutte quelle persone
a macchiarsi di un crimine così violento? erano tutti dei
pazzi maniaci?". La risposta, seguendo questi risultati
sarebbe..."no hanno solo subito l'effetto della autorità
dei loro superiori in una catena piramidale"...


...ma in realtà non voglio parlarti di questo, anche perché
lo studio è stato più volte messo in discussione, essendo
stato Milgram uno psicologo davvero singolare e bizzarro
nella conduzione dei propri esperimenti. Ma parlarti di
un Reality francese dal nome inquietante: "Le Jeu de la
Mort
” (“Il gioco della morte”). Un docu-reality, cioè un
ibrido fra un documentario ed un reality...dove in pratica
viene ripetuto l'esperimento di Milgram sotto forma
di
show :O


Lo studio è stato supervisionato da Jean-Lèon Beauvois,
docente di psicologia sociale. Mentre nello studio originario
il 62,5% ha dato scosse mortali (una percentuale davvero
spaventosa) nel docu-reality ben l'81% ha superato la
soglia mortale :OOO confermando, in qualche modo, lo
ingegnoso esperimento fatto da Milgram nelgi anni 60.
Questa notizia ci dice due cose interessanti, la prima è
che i reality possono essere utilizzati anche per cose
intelligenti (cosa rarissima ;-)) e la seconda è che, con
tutta probabilità l'effetto autorità esiste eccome ;-)


Lo stesso esperimento è stato utilizzato da Derren Brown
in uno dei suoi spettacoli più affascinanti "The Heist",
dove il mentalista inglese organizza una "rapina ipnotica"
in cui induce alcuni partecipanti a rapinare un porta
valori con una pistola giocattolo. Uno degli ultimi test
che fa fare ai soggetti, che lui selezione accuratamente,
è proprio l'esperimento di Milgam...e chiaramente
scarta tutti quelli che non raggiungono la
"scossa
mortale" ;-)


Insomma, dai laboratori alla televisione, sarà giusto
mostrare queste cose in Tv? Fammi sapere che cose ne
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a presto

Genna

venerdì 26 marzo 2010

Psicologia e Umorismo: "Ridi che ti passa" :-)



















Ciao,


quante volte hai sentito dire che "ridere fa bene"? e se hai
letto gli scorsi post su questo argomento sai che è prorprio
così... ma questo dato che sembra ormai riconosciuto da
tutti come qualcosa di salutare (il fatto di ridere) non è
stato da sempre considerato così. Infatti alcuni seguaci
di Freud credendo che l'umorismo fosse un meccanismo
di difesa hanno cercato di dimostrare che "chi ride per
mestiere" è più incline alla malinconia...ma la
ricerca moderna dice l'esatto contrario...


Insomma "ridere fa bene" ed è la "pura verità" ;-)
gli studi che sconfermano l'ipotesi freudiana sono stati
capitanati da "James Rotton" della univetrsità della
Florida. Ma quello che più mi interessa non è mostrarti
se Freud aveva ragione ma piuttosto portare ennesime
conferme del fatto che "l'umorismo non fa bene...ma
benissimo"... e i suoi vantaggi vanno ben oltre l'idea
popolare che "riso fa buon sangue" ;-)


Michael Miller e colleghi della Università del Maryland
hanno studiato la relazione fra "propensione nella vita a
vedere il lato spassoso delle cose" e spessore interno dei
vasi sanguigni. Metà dei soggetti erano invitati a vedere
film ansiogeni ("salvate il soldato Rayan") mentre l'altra
metà film divertenti (la famosa scena dell'orgasmo in
Harry ti presento Sally"). Nel primo gruppo il flusso
sanguigno calò mediamente del 35% mentre nel secondo
gruppo aumentò del 22%. I ricercatori trassero una loro
prescrizione da questi esperimenti "ridere 15 minuti
tutti i giorni" :-)


Ancora James Rotton, rifacendosi allo studio precedente
studiò alcuni soggetti che dovevano riprendersi da una
operazione ortopedica, mostrando anche a loro due tipi
diversi di filmati: uno divertente e l'altro no. Durante
l'esperimento (e nei momenti successivi) i ricercatori
monitorarono di nascosto la quantità di antidolorifico
che i soggetti assumevano da una pompa autogestita.
Chi aveva visto i filmato divertenti aveva consumato
il 60% in meno di antidolorifico :OO


E queste sono solo alcuni degli studi che provano
quanto sia importante ridere e quanto possa essere
terapeutico. Hanno provato inoltre che chi utilizza
spontaneamente l'umorismo nella vita ha un sistema
immunitario più forte, il 40% in meno di probabilità di
subire ictus o infarti, gestisce meglio il dolore quando
va dal dentista...ecc...ecc...ecc.. Oltre al fatto che, come
ti ho detto un sacco di volte, se ridi...impari 2 volte ;-)


Sapessi quante volte i miei colleghi mi scrivono in privato
per dirmi cose del tipo: "caro collega, non capisco come
mai svaluta una materia seria come la nostra parlandone
in modo così leggero...bla bla bla..."...ecco perchè "cari
colleghi" ;-) Oltre al fatto che la nostra competenza e
conoscenza non deve restare un segreto per pochi eletti,
è fondamentale che chi mi legge si faccia ogni tanto una
sana risata ;-) Sia perchè gli fa bene e sia perchè
ricordano meglio quello che dico;)


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a presto

Genna


Ps. l'immagine che vedi in alto l'ho fotografata in un
"noto locale notturno milanese" :DDDDD

giovedì 25 marzo 2010

Comunicazione non verbale: "riconoscere le emozioni inconsciamente?"





















Ciao,


abbiamo parlato un sacco di volte di comunicazione non
verbale
, di emozioni e di neuroni specchio. Sono alcuni dei
temi più apprezzati nel mondo della psicologia e delle
neuroscienze (a parte il non verbale)... Che le emozioni
fossero contagiose non è un mistero, infatti gli studi fatti
dal Prof. Jacoboni ci mostrano che "una parte del nostro
cervello risponde alle emozioni altrui imitando quello stesso
pattern (cioè i neuroni delle persone si imitano fra loro).


Le emozioni sono contagiose, cioè se vedi uno che ride
ti viene da ridere Ulf Dimberg, Monika Thunberg e Kurt
Elmehed
della Università di Uppsala hanno dimostrato che
questa reazione spontanea avviene anche quando ai soggetti
vengono presentate delle immagini subliminali ( al si sotto
dei 30 millisecondi)...ecco come è andato lo studio:


Utilizzando un elettromiografo (una macchina in grado di
registrare i movimenti muscolari, anche minimi) i ricercatori
hanno notato che quando presentavano delle immagini che
corrispondevano alle emozioni di felicità e paura (le due che
si pongono agli estremi fra le emozioni positive e quelle
negative) e facce neutre...i muscoli facciali dei soggetti
tendevano ad imitare l'espressione del viso. Questa non è
una vera e propria novità in questo campo...ma...


...i ricercatori allora si sono chiesti se anche l'esposizione
subliminale (sotto la soglia della percezione cosciente)
potesse provocare le stesse reazioni nei soggetti. Per cui
si sono avvalsi delle stesse immagini (chiaramente su
soggetti diversi) ed hanno raccolto risultati simili. Cioè
nonostante i partecipanti non "vedessero" le immagini
realative alle emozioni i loro muscoli facciali rispondevano
nello stesso identico modo in cui avrebbero risposto se
l'avessero visto.


Vedo già le facce soddisfatte degli appassionati di quella
psicologia dietrologista dove "siamo tutti manipolati" ;-)
Ma voglio mostrarti la cosa da un punto di vista diverso,
cioè quello di chi vuole utilizzare queste informazioni per
stare meglio e far stare meglio le altre persone. Se hai letto
gli scorsi articoli sulle microespressioni sai che esistono
diverse tipologie di mimiche facciali ed anche diversi tipi
di modi di "esporre" la stessa mimica. Per cui ci sono
persone trasparenti, persone che lo sono meno e anche
poker face ;-)


Le implicazioni di questo studio possono essere applicate a
molti campi, da quello più "spietato della vendita" (e infatti
sono rare le pubblicità dove la gente piange) e sia nel campo
della prevenzione della salute psicologica o a quello della
comunicazione efficace. La cosa più importante per te, è
sapere che le emozioni che tu esprimi vengono riconosciute
ed imitate da chi ti sta davanti, per cui se vuoi far stare
bene una persona tu per primo devi "stare bene".


Questo principio è molto famoso in PNL e viene chiamato
anche come "Go first", cioè "vai per primo"...se vuoi che
qualcuno entri in un determinato stato emotivo ci devi
andare tu per primo. Ed è per questo che questo studio è
così importante, perché sottolinea quanto l'intuizione di
alcuni grandi pensatori del nostro secolo siano valide
anche quando poste sotto l'occhio acuto dei ricercatori ;-)


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Genna

mercoledì 24 marzo 2010

Psicologia e Musica: "dimmi cosa ascolti e ti dirò chi sei" ;-)

















Ciao,


ti è mai capitato di giudicare qualcuno per la musica che
ascolta? i gusti musicali così come altre tendenze dello
animo umano possono rivelare molto sul tipo di persona
che hai davanti. Questa è la conclusione al quale sono
giunti Jason Rentfrow della University of Cambridge e
Sam Gosling della University of Texas, i quali si sono
divertiti a fornire un test che correlasse i gusti
musicali con i tratti di personalità.


I ricercatori hanno fatto ascoltare le 10 canzoni
preferite di alcuni partecipanti allo studio, ad un gruppo
di "giudici esterni" (estranei che non sapevano a chi
appartenessero le palylists). Questi hanno azzeccato con
una discreta precisione alcuni tratti di personalità dei
partecipanti, come: apertura mentale, l'estroversione e
la loro indole creativa...(alcuni riferiti al famoso test
del "Big Five"). Le caratteristiche musicali che, secondo
Rentfrow veicolerebbero meglio la personalità sono:
tempo, ritmo e testo.


Ecco i loro risultati su alcuni generi musicali:


1) Musica "intelligente e sofisticata": come la
musica classica o il jazz erano correlati con un alto QI
(non QE) e con una maggiore propensione agli aspetti
razionali ed intellettuali della vita.


2) Facili da ascoltare (orecchiabili): qui si parla
di musica country ma noi possiamo fare un parallelo con
la nostra musica leggera. Questi si correlavano con una
maggiore onestà ed apertura. Sono più convenzionali e
conservatori....sono persone semplici ma non stupide...
persone che evitano la complessità.


3) Opera: la passione per l'opera correla con tratti legati
alla melanconia. Steven Stack, psicologo della Wayne
State University nel Michigan afferma che "appassionati
di opera sono 3 volte di più inclini al suicidio in caso di
disonore famigliare...e questo non è dovuto alla
madama Butterfly ;-) (sarebbero gli inclini alla
melanconia che ascoltano questa musica e non la musica
a renderli tali).


4) Havy Metal e Hard Rock: secondo il ricercatore
chi ascolta questa musica è più timido della media.
Ma devo assolutamente difendere la categoria che io
adoro con uno studio che dice altro ...ad esempio che
chi ascolta questo genere di musica è più intelligente.
(cavolo non riesco a trovare il riferimento bibliografico
quindi se vuoi credimi ;-))...


5) Musica elettronica: gli amanti di questo genere
sono più impulsivi ed estroversi, di quelli visti prima.
Sbottano più facilmente e sono più inclini a dire le cose
"senza pensarci"...


Piccolo disclaimer personale: se mi conosci di persona
sai che "mi ritengo un muiscista" e per anni ho solo ed
esclusivamente ascoltato alcuni generi musicali. Però
crescendo i miei gusti si sono ammorbiditi ed ho iniziato
ad apprezzare altri generi musicali. Per cui credo che
in questi dati sia davvero importante conoscere l'età e
le competenze musicali degli ascoltatori. Ad esempio
adoro entrambi questi gruppi...






Sono pazzo? forse si ;-) Fammi sapere cosa ne pensi,
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A presto
Genna

martedì 23 marzo 2010

Intelligenza Emotiva: "trattenere le emozioni positive"















Ciao,


spesso si sente dire da chi soffre di depressione: "no io non
sono mai felice". Su questa frase che i piennellisti direbbero
essere "mal formata" ci si può ragionare un bel po' e fare
una delle domandine (a volte fuori luogo) del metamodello
del tipo "mai mai? neanche quando dorme?"...è chiaro che
la risposta sarà si... ma per quale motivo accade questo?
Ci sono numerose teorie fisiologiche legate a quelle
sostanze che regolano l'umore (le catecolamine) ...eccone
una legata alla capacità di "trattenere le emozioni
positive".


Hai mai sentito parlare di "intelligenza emotiva?"..ok si
tratta di quella capacità "isolata da Daniel Goleman" in cui
si divide nettamente il QI (Quoziente itellettivo dato dalla
capacità di affrontare e risolvere problemi "razionali) e il
QE (Quoziente Emotivo - la capacità di riconoscere e
gestire le proprie e le altrui emozioni). La ricerca in questo
senso ha scoperto numerose cose interessanti, ma per
mostrarti semplicemente lo "studio oggi", parleremo
esclusivamente della capacità personale di provare e di
modificare il proprio stato emotivo.


Richard Davidson e i suoi collaboratori della Università
del Wisconsin hanno condotto uno studio su 27 pazienti
depressi e su 19 di controllo (per controllo si intende che i
19 non hanno la depressione - è un termine di paragone).
A tutti i soggetti è stato dato il compito di osservare delle
immagini che ritraevano scenari positivi e negativi...e di
soffermarsi ad immaginarsi in quelle determinate scene.
Durante l'esecuzione del compito i soggetti erano
monitorati attraverso la risonanza magnetica funzionale.


Risultato: in entrambi i gruppi, durante la immaginazione
(cioè mentre si immedesimavano nella scena) positiva si
attivavano quelle aree connesse all'elaborazione delle
emozioni positive, con una differenza importante. Nei
soggetti depressi le aree si spegnevano più rapidamente
rispetto al gruppo di controllo ( i non depressi). Sembra
proprio che i "depressi" non siano in grado di trattenere
quelle emozioni positive a lungo...


Ok, nonostante non ci sia lo studio opposto...cioè quello di
misurare se nei depressi durano di più le emozioni negative
sembra chiaro che ci sia un meccanismo simile. A questo
punto, dopo aver letto un articolo del genere a chi ha questa
patologia potrebbe venire da pensare che "ci sia poco da fare"
visto che è stato provato a livello neurofisiologico che "loro"
funzionano in questo modo. Fortunatamente non è così, visto
che molte forme di depressione si possono trattare con la
psicoterapia ...


...ed è anche per questo che gli studi sullo "sperimentare il
più spesso emozioni positive" hanno dato i loro risultati
anche su questi soggetti. Dico "questi soggetti" perché devi
sapere che alcune forme di depressione sono davvero molto
forti, tanto che nel loro trattamento è obbligo fare terapie
congiunte (almeno all'inizio) di farmaci e psicoterapia. Cosa
che con altre patologie su può anche evitare...


So che se sei un mio collega mi "scuserai" se non sono troppo
preciso sui criteri diagnostici e su altre sfumature che per
noi addetti ai lavori sono importanti. Detto questo riprendo
parte del filo del discorso legato alla "intelligenza emotiva"
che in qualche modo vede questo aspetto legato ad una
forma di allenamento (aspetto cognitivo comportamentale)
cioè...più ti alleni a vivere le emozioni positive nella vita e
più facilmente riuscirai a farlo. E' come se il cervello fosse un
"muscolo" da tenere allenato...chiaramente se lo fai solo nel
"momento del bisogno serve a poco"...ti devi allenare...


Così oggi è possibile allenarsi a tenere queste emozioni,
ci sono molte modalità: la gratitudine, la manipolazione delle
tue rappresentazioni interiori (PNL), lo scrivere e annotare
tutte le volte che accade qualcosa di bello (cognitiva), il
pensiero da ottimista realista (Seligman), il mindfulness
cioè la capacità di restare nel "qui e ora" che mescola la
psicologia con le antiche tradizioni della meditazione...ecc...


Insomma la diatriba è storica: se credi che solo una
sostanza esterna possa modificare la chimica del tuo cervello
per stare bene, allora devi andare di farmaci. Ma se credi
di poter migliorare la tua condizione sia frequentando una
psicoterapia
e sia prevendendo e allenandoti e accrescendo
il tuo QE...allora puoi usare la metafora dell'allenamento.
Che dirti...buon allenamento ;-)


Fammi sapere cosa ne pensi, lascia un commento qui
sotto e se vuoi seguire e sostenere il blog iscriviti ai
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A presto
Genna


Ps. se hai circa la mia età (trentina) allora avrai di certo
sentito il claim di una famosa pubblicità: "prevenire è
meglio che curare"...lo stesso vale per questo genere di
cose;-) (psicologia della salute)

lunedì 22 marzo 2010

PNL: "Lo Swish di Robert Dilts e Todd Epstein"..

















Ciao,


ti ricordi che cosa è lo swish pattern della PNL? è uno degli
esercizi più famosi e semplici che hanno reso nota questa
disciplina...chiaramente si possono trovare delle tracce di
questa tecnica in metodi antichi come lo yoga e in alcune
forme di meditazione. Noi psicologi oggi diremmo che si
tratta di una metodologia cognitivo-comportamentale.
Insomma nulla di nuovo sotto il sole...ma bisogna
ammettere che Robert Dilts e Todd Epstein ne hanno
creato uno molto versatile...eccolo:









domenica 21 marzo 2010

Ansia: "non pensarci è peggio? ... segui l'orso bianco ;-)



















Ciao,


tempo si diceva che questa è l'era della "depressione" ma
a giudicare dalla mia piccola esperienza ambulatoriale è
tutta colpa dell' ansia. Questa si presenta in molti modi
diversi, ma in generale possiamo definirla come la paura
di qualcosa che non si conosce, uno stato di allerta dello
organismo ingiustificata. Durante questo stato mentale
si attivano quei meccanismi di attacco-fuga che sono
registrati biologicamente dentro di noi e che ci servirebbero
se fossimo realmente in pericolo...peccato che oggi il
pericolo maggiore sia nelle nostre teste...


Così esistono migliaia di ricerche a riguardo ed anche
centinaia di trattamenti psicoterapici efficaci, fra tutti quelli
più efficaci risultano sicuramente la terapia cognitivo-
comportamentale e la psicoterapia ipnotica. Ma oggi non
voglio parlarti dei "rimedi" fatti in casa ma di una ricerca
che cerca di chiedersi se sia o meno importante cercare di
accantonare il problema, quindi dire a se stessi "ok...vai
tranquillo è meglio non pensarci" oppure se sia più giusto
fermarsi a "ragionarci sopra"...


Per la moderna ricerca la seconda è la scelta più giusta. Se
conosci la PNL sai bene che se ti dico "non pensare ad un
gatto bianco" tu che cosa fai? pensi al gatto bianco ;-)
Daniel M. Wegner, psicologo di Harvard ha condotto una
serie di esperimenti molto interessanti a proposito. Ha
chiesto ad un gruppo di soggetti di "non menzionare un
orso bianco" nei loro discorsi ed ha notato che questo
faceva si che i soggetti...ne parlassero mediamente 3
volte ogni minuto :O


I partecipanti alla ricerca di Wenger venivano invitati
in una stanza in cui vi era un microfono ed un campanello.
Veniva chiesto loro di parlare di un qualsiasi argomento,
dopo pochi minuti dall'inizio del compito lo sperimentatore
fermava i soggetti e gli chiedeva di continuare a parlare
ma questa volta di farlo senza mai nominare "un orso
bianco"... Ogni volta che gli fosse venuto in mente l'orso
avrebbero dovuto attivare il campanello.


Non solo i soggetti attivavano il campanello 6 volte ogni
5 minuti (in media) ma arrivavano tutti a nominare a
voce "l'orso bianco". Secondo il ricercatore questa sarebbe
la prova che più cerchiamo di allontanare un pensiero dalla
mente e più questo ritorna. Un come quando abbiamo
una canzoncina che ronza nelle orecchie e cerchiamo in
qualche modo di farla tacere...più ci provi e più la senti.


Numerosi altri studi, che hanno utilizzato apparecchi più
sofisticati (EEG, MRi, ecc.) hanno provato questo effetto
ed è per questo che all'interno di numerose terapie
rivolte a chi soffre di GAD (Disturbo d'Ansia Generalizzato)
viene spesso chiesto di relegare un piccolo spazio di tempo
in cui pensare attivamente alle proprie ansie. I cognitivi lo
fanno facendo scrivere le proprie paure, gli strategici lo
fanno con "la peggiore fantasia"...insomma ognuno ha tratto
da queste ricerche la propria metodologia di intervento.


Ma qualcuno di molto saggio lo aveva già descritto in un
suo famosissimo aforisma: "un giorno la paura bussò alla
porta. Il coraggio andò ad aprire e non c'era più nessuno"
J.W. Goethe. Nulla di più vero, questo capita in modo
particolare con le paure irrazionali per cui è perfetto per
l'ansia...ma non solo. Pensaci, se hai paura che accada
qualcosa di reale ma non ti fermi a pensarci, ad esempio
che hai l'impianto a gas della macchina che fa uno strano
odore, rischi di saltare in aria :O Se invece la tua paura
è irrazionale...allora fermarti a pensarci la fa dissolvere.


Concludendo: c'è qualcosa che ti preoccupa troppo e
che ti procura "ansia"? allora prenditi delle piccole pause
e con una sveglia dedicagli 10 minuti 3 volte alla settimana.
Vedrai che per un effetto paradosso, al termine della tua
"meditazione" ridimensionerai quella preoccupazione senza
neanche il bisogno che tu ci faccia sopra dei ragionamenti
di tipo razionale. Si...hai capito bene...in quei minuti
evita di cercare una "soluzione" pensaci e basta...al resto
ci pensa la tua mente inconscia ;-)


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a presto

Genna

sabato 20 marzo 2010

Psicologia dello Sport: "Daniele Popolizio un mental coach per la Lazio"



















Ciao,


la Lazio si affida al "Mental Coach", ad uno psicologo dello
sport per eliminare "la paura di perdere" che i giocatori
della Lazio hanno accumulato in questo campionato.
Lo so non mi hai mai sentito parlare di calcio, il motivo è
semplice, non lo seguo. Ma proprio ieri, mentre mi stavo
guardando il Tg ecco la parolina che mi ha fatto drizzare
le orecchie: "mental coach e psicologo per tirare su le
sorti della squadra"...


...è divertente vedere che anche nel servizio si parla di
Daniele Popolizio (psicologo dello sport) come della
ultima spiaggia. Ed è proprio quello che succede spesso
nel mio studio, quando chiedo: "che cosa ha fatto per
rimediare a questo?"...e lì parte una sequela di rimedi,
più o meno ortodossi che le persone hanno provato
prima di rivolgersi a me... e a volte questi rimedi hanno
davvero dell'incredibile (persone che hanno girato il
mondo seguendo corsi di PNL, Ipnosi ecc...spendendo
migliaia di euro, magari per risolvere disturbi d'ansia).


Il fatto è che ancora oggi parlare di "psicologi" è come
parlare del "dottore dei pazzi". E invece, la maggior parte
della gente non sa che non siamo i "dottori dei pazzi" ma
se mai siamo dei "dottori pazzi" ;-) Si pazzi...perché siamo
fondamentalmente convinti che le persone possano
cambiare e migliorare la propria vita. Cosa che va contro
i proverbi più antichi e radicati nella nostra cultura, uno
per tutti "chi nasce rotondo non può morire quadrato"...
una grossa cavolata...se solo ti fermi a pensare a come
eri solo 5 anni fa, puoi capire quante cose hai già
modificato...nel bene o nel male...


Tutti gli sportivi di un certo livello hanno un mental coach
ma pochi lo sanno. Sù che lo sai, "mente e corpo" sono una
cosa sola
. L'esempio più truce ma più chiaro è questo: se
ti scappa di brutto la pupù puoi progettare il tuo futuro?
non credo... e viceversa... se hai appena vissuto una
profonda delusione, o per qualche motivo stai trascorrendo
un brutto momento emotivo (il più forte è di certo il lutto)
sicuramente non puoi fare una bella partita di pallone...
insomma è corpo e mente si influenzano vicendevolmente.


Io ci capisco poco di calcio, quando ho raccontato ad
un amico del Popolizio mi ha detto "ma tanto una squadra
del cacchio di certo non verrà aiutata da uno psicologo"..e
anche se ne so poco lo credo anche io... infatti se il gruppo
non ha le competenze adatte è inutile convincerlo! Anche
se, dal mio piccolo credo che la Lazio sia una squadra
degna di nota... ma forse questo non è proprio il suo anno.
Comunque sia, se non ci sono le competenze di base la
preparazione psicologica serve a poco...


La Psicologia dello sport è davvero molto interessante
perché studia l'uomo nella sua eccellenza, oltre che nella
sua patologia (caratteristica principale della clinica) e
questo permette di portare le scoperte fatte in questo
campo anche in altri dove l'eccellenza è importante. Non
a caso molti psicologi dello sport usano metodologie come
la PNL e l'ipnosi per aumentare le prestazioni dei propri
atleti...


Insomma, da collega a collega, spero che Popolizzi faccia
un buon lavoro migliorando le prestazioni ed eliminando
questa "paura di vincere"... Sono certo che in un futuro
molto prossimo tutte le squadre di un certo livello
avranno uno psicologo come preparatore mentale...tra
le altre cose, se segui il calcio sai quanti giocatori sono
caduti in depressione o hanno sofferto (o soffrono ancora)
di ansia. E' chiaro il perché, le squadre li pressano a
manetta... una buona "preparazione mentale" può
migliorare ma soprattutto prevenire questi aspetti
rendendo lo sport più bello e vivibile per tutti ;-))


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a presto

Genna


Ps. ho appena saputo che Popolizio è odiato dai tifosi
della squadra...bha...staremo a vedere...

venerdì 19 marzo 2010

Comunicazione efficace: "5 studi per rendere tutto più semplice" ;-)















Ciao,


l'aversi mai detto che gli ultimi studi in psicologia stanno
dimostrando che, più semplicemente dici le cose è più
vieni percepito come intelligente e sicuro? alla faccia di
tutti i saccenti del pianeta...che magari utilizzano lunghe
parafrasi per dire "il nulla" ;-) Pare proprio che la
semplicità, nella scrittura e in quello che dici, venga
oggi percepita come il modo migliore per comunicare.
Questo è chiaro in un contesto di comunicazione efficace
rivolta all'apprendimento...ma in altri campi?


Ecco 5 studi della semplicità delle parole:
(e non solo;-))


1) scrittura complessa "più stupido"?
Dai chi non lo ha fatto? di cercare di impressionare i
proprio professori e maestri scrivendo lunghe frasi
complesse? Io si ;-) Oppenheimer ha provato attraverso
l'analisi di diversi testi come: più aumenta la complessità
del testo e più è bassa la "stima" nei confronti dell'autore.
Quindi se vuoi essere "percepito" come più intelligente
devi scrivere le cose in modo semplice ;-)


Ci tengo a sottolineare che in questo studio i soggetti
erano studenti che valutavano il lavoro di altri studenti.
Per cui è probabile che la validità dello studio sia limitata
a questo contesto.


2) Più il nome è complesso più si pensa al rischio:
Le cose che hanno un nome complesso (difficili da capire)
vengono percepite come più rischiose. Questo concetto è
ben conosciuto dai pubblicitari e da chi si occupa di dare
i nomi ai farmaci. Song and Schwarz (2009) hanno svolto
uno studio su due nomi (Hnegripitrom e Magnalroxate)
scoprendo che più il nome era "difficile da pronunciare"
è più veniva percepito come pericoloso.


3) Più il nome è fluente e più rende?:
Questa assunzione non è solo la diretta conseguenza degli
studi visti prima. Ma Alter and Oppenheimer (2006) hanno
condotto uno studio semplice e pulito che dimostra come
un nome fluente faccia vendere di più. I ricercatori hanno
usato un contesto reale, studiando l'andamento delle vendite
di una azienda. Questa era quotata in borsa, i ricercatori
hanno notato che chi investiva su aziende dal nome facile
e scorrevole guadagnava mediamente il 10% in più, rispetto
alle aziende dal nome complesso.


4) La fluenza dona piacere:
I compiti che sono semplici da processare donano un sottile
senso di piacere in chi li svolge. Quando le persone vedono
un oggetto che è semplice da "prendere" producono
"involontariamente" un leggero sorriso di piacere. Questo
dato è scaturito dallo studio di Cannon et al., 2009 che
hanno misurato la mimica facciale attraverso strumenti
come l'elettromiografo, apparecchio che misura il
movimento dei muscoli. (vedi le microespressioni)


5) Più fluenza = meno sforzo mentale:
La fluenza (sempre intesa come semplicità del compito) ti
permette di prendere più facilmente le decisioni e di
risparmiare "energia cognitiva". In parole povere il nostro
cervello ha due sistemi di ragionamento: uno analitico e
lento ed un altro inconsapevole, veloce ed automatico.
Cioè il nostro intuito. Uno studio condotto da Alter e col.,
2007 ha mostrato che...pensare a qualcosa di semplice
aiuta le persone a lavorare più velocmente e con meno
sforzo. In pratica se una cosa appare complessa attiva
il processo analitico che ti fa spendere più energie, anche
se la cosa è molto semplice...


Keep in simple è uno dei miei motti preferiti, spesso i
miei colleghi ci restano male quando gli parlo di come
molte cose del nostro lavoro siano più facili di quel che
sembrano. Ovviamente vengo tacciato di riduzionismo,
ma a quanto pare nella pratica quotidiana è utile rendersi
conto che le cose semplici o meglio apprendere come
rendere le cose semplici ha più di un vantaggio: che va
dalla commercializzazione al migliorare le prestazioni
lavorative...per non parlare della conseguente
dimunzione dello stress...


Sarà l'entropia, ma oggi le cose sono sempre più difficili
e complesse. La ricerca (ergonomia, usabilità, ecc.) ci
dimostra che rendere le cose semplici aiuta, soprattutto
oggi, dove le persone sono talmente bombardate dalle
informazioni da non riuscire più a gestirle. E' chiaro che
questo non può valere per tutto, se il tuo lavoro implica
complessità (e quale non la implica?;-)) è giusto che tu
sia in grado di affrontarla...tenendo sempre a mente
che quella complessità va bene in certi contesti ma in
altri è una vera e propria "zappa su i piedi" ;-)


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a presto

Genna

Ps paradossale: la semplicità ha solo un difetto...è difficile
da creare ;-)